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Elezioni in Grecia, tra paura e speranza

Elezioni in Grecia, tra paura e speranza
Gennaio 22
19:27 2015

Domenica 25 gennaio la Grecia va alle urne: l’intera Europa aspetta quel giorno divisa a metà tra paura e speranza.

Forse, un’alternativa; forse una possibilità per quell’Europa non solo economica ma anche sociale, forse si riesce a conquistare un po’ di terreno contro quell’austerity che ha governato il paese dalla crisi economica del 2008 e che ha bruciato un quarto del Pil. La sinistra sta sollevando la testa, è il pensiero di molti. Dopo un momento in cui i populismi spingevano a destra, e dove le sinistre storiche sembrano sempre più allinearsi alla politica europea e di Angela Merkel, forse una sinistra un po’ più “vera” sta sorgendo da antiche ceneri. Syriza è passato dal 4% di quattro anni fa a un probabile 30% della prossima settimana, diventando il primo partito greco. In Spagna l’anno scorso è nato Podemos, dall’onda di rabbia e desiderio di cambiamento che ha creato il movimento degli Indignados; in pochi mesi ha guadagnato l’8% alle elezioni ed eletto cinque eurodeputati. In Italia la situazione sembra un po’ diversa: il partito nato dalla stanchezza verso una classe politica elitaria e lontana dai cittadini, il movimento 5 stelle di Grillo, ha alcuni grecia_h_partbcaratteri fortemente identificabili come “di sinistra” e altri un po’ più ambigui. Sembra però che dopo uno sprint iniziale stia arrancando, spaccato tra alleanze in Europa con partiti populisti di estrema destra e percosso da contrasti interni. Quel desiderio di cambiamento oggi viene spesso collegato al premier Matteo Renzi: giovane, dinamico, a contatto con la gente, sembra il giusto leader del popolo. Peccato che di sinistra abbia ben poco: tra jobs act, tagli alla spesa pubblica e riforme a dir poco discutibili, non ha rottamato granchè di quella classe politica contro la quale si scagliava, nè fatto vere riforme di rottura. Tutto cambia affinchè nulla cambi, diceva qualcuno. La Francia è invece la più lanciata a destra: Il presidente Hollande, del partito socialista ha forse raggiunto il record di bassezza di consensi. Marine Le Pen del Front National continua a crescere nei sondaggi, e con le sue dure parole contro immigrati e Europa riesce ad avvicinare anche moderati di destra e delusi di ogni fronte.

Ma torniamo alla Grecia: un paese che dal 2008 è crollato sotto il peso di debiti e il cadavere di un’economia fallimentare. Rischiava di uscire dall’Euro ed di dover affrontare un conseguente disastro finanziario. La Troika ha offerto un piano di salvataggio: 12 finanziarie marchiate austerity imposte da Bce, Fmi e Ue in cambio di 240 miliardi, teoricamente sufficienti a portare il paese fuori dalla crisi: ma non ha funzionato. La Grecia è precipitata nella povertà e nella disoccupazione, e la rabbia dei cittadini si mostra bene negli ultimi sondaggi. La sfiducia nella vecchia classe politica, giudicata corrotta e sporca, sta vedendo il premier Samaras ed il suo partito di centro destra Nea Dimokratia passare dietro e finire al secondo posto rincorrendo Tsipras nei sondaggi. Alba Dorata, partito di ispirazione neo nazista, che aveva ingrossato enormemente le sue fila un paio di anni fa è oggi quasi dimenticato con una prospettiva di voto del 3%. E qualche punto in più per i socialisti del Pasok e per il nuovo partito To Potami dell’ex giornalista Stavros Theodorakis . Ora Bce, Ue e Fmi chiedono altri tagli alla spesa pubblica: circa 2,5 miliardi di sforbiciate allo Stato sociale in cambio degli ultimi 7 miliardi di prestiti di aiuti.

SyrizaFlagsTsipras non ci sta: stop austerity, basta all’austerità. E’ uno slogan che cantano da quattro anni. Il suo programma prevede aumento della spesa pubblica, ripistino stipendi minimi e pensioni. Investimenti nell’assistenza sanitaria e un New Deal per creare posti di lavoro. Luce gratis alle famiglie povere e lotta all’evasione fiscale. Ma soprattutto vuole chiedere un taglio al debito; un “coupe” così come si fece con il debito tedesco nel 1953.

Il problema non è se rimanere o no nell’euro, slogan elettorali ormai tipici di alcuni partiti definiti “populisti”; in Grecia il problema è quello che i cittadini hanno già pagato per rimanervi. Stipendi e pensioni ridotte di oltre il trenta per cento, una disoccupazione alle stelle che arriva al 25%. Il reddito delle famiglie in media è sceso di 5 mila euro. I salari sono molto bassi, le tasse elevate. Una crisi che ha distrutto la già fragile economia ellenica; ma a pagare, alla fine sono sempre i cittadini. Le banche sono state per lo più ricapitalizzate e salvate, e i soldi della troika sono stati impiegati per saldare parte del debito pubblico. E per pagarvi gli interessi.

Casa, cibo, scuola, sanità: diritti di base, questo chiedono i cittadini. In un paese che l’austerity ha portato indietro di sessant’anni: uno stato dove sono tornate malattie come malaria, tubercolosi. Migliaia di greci hanno perso diritto all’assistenza sanitaria, perché così funziona la legge: dopo un anno di assistenza sanitaria, nessun diritto alla salute. Nè per il lavoratore, né per la sua famiglia. Pare che circa il 40% della popolazione sia escluso dal sistema sanitario: le vaccinazioni non sono assicurate a nessuno; i bambini con genitori disoccupati si vedono togliere il diritto all’assistenza sanitaria quando sono ancora in fasce. Per non parlare di tutti coloro che non arrivano a fine mese e sopravvivono grazie alla carità di alcune associazioni che distribuiscono cibo e medicine gratis nelle piazze.

Il premier Samaras, leader di Nea democratia, dice che la crisi è finita, che la Grecia tornerà a crescere. Ma non sono più molti a crederci. Tsipras dice che vuole rimanere nell’euro, che bisogna cambiare l’Europa dall’interno. Un’Europa più sociale che economica. Un’Europa più democratica, meno dominata da interessi di parte. Domenica vedremo quanto la Grecia fa paura.

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Monica Cillerai

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