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Misure di prevenzione e beni sequestrati: non basta cambiare la testa se il corpo rimane uguale

Misure di prevenzione e beni sequestrati: non basta cambiare la testa se il corpo rimane uguale
Settembre 30
14:53 2015

Adesso che l’onda lunga sembra essere passata, qualche spostamento di poltrona, una sorta di tariffario per gli amministratori giudiziari.

La proposta di un elenco, ma sarebbe più opportuno che si trattasse di una graduatoria, la promessa di una legge che centralizzerà su Roma la gestione dei beni confiscati, favorendo le associazioni di respiro nazionale, anziché quelle locali, ritorniamo su una questione di non facile soluzione: i difetti della norma sulle misure di prevenzione sono nella legge o negli uomini (e donne, s’intende) che la applicano? La legge conferisce al magistrato un enorme potere e gli consente di agire, anche sulla base di fragili indizi o, addirittura, su qualche dichiarazione, spesso pilotata e non riscontrata, di qualche presunto collaboratore di giustizia che, pur di avere un trattamento migliore è disposto a dire tutto quello che gli vogliono far dire. Le prerogative del magistrato, dal rinvio, alle proroghe, alla valutazione soggettiva nella scelta dell’amministratore, alla facoltà di reiterare la prevenzione anche se il procedimento penale si chiude con un’assoluzione o un proscioglimento, sono una delle cose più aberranti che mettono in discussione lo stesso significato di giustizia. Per non parlare della strana norma, unica in Europa, che riversa sull’indagato e non sul magistrato l’onere della prova. In pratica il magistrato che ha un sospetto può chiedere all’imputato di dimostrare che quel sospetto è immotivato e, se l’imputato non ha le carte o non lo sa fare, non c’è speranza, è fregato. Si tratta di un residuo di quelle norme che nel 1600 consentivano a re e vescovi di procedere alla confisca dei beni e alla condanna del presunto eretico senza la possibilità di una fase processuale in cui poter difendersi o rendendo una farsa teatrale i vari processi. E quindi è la legge che non va, ma se poi questa legge finisce nelle mani sbagliate, come è successo a Palermo, ecco che i poteri offerti dalla legge diventano arbitrio, delirio di onnipotenza, prepotenza, arroganza, corruzione, concussione, estorsione legalizzata, violenza su chi non ha, per motivi economici, possibilità di difesa, esibizione, controllo capillare di tutto ciò che può costituire ostacolo o promozione in carriera.

Sarebbe opportuno, a nostro parere, ma si tratta solo di alcuni suggerimenti:

  1. abolire la legge sulle misure di prevenzione e lasciare tutto ai regolari procedimenti penali,
  2. indicare tempi precisi, che non superino un anno, entro i quali il procedimento giudiziario va concluso: il tutto per non danneggiare l’impresa sotto inchiesta;
  3. attribuire un solo incarico ad ogni amministratore giudiziario e indicarne, all’atto della nomina, competenze, durata, tariffe per sé e per i suoi collaboratori. Anche qui l’incarico non dovrebbe andare oltre un anno; A proposito di collaboratori: si è fatto un can can sulle dimissioni di Walter Virga, l’avvocatino figlio del magistrato, sulla sua sostituzione, ma tutto l’entourage nominato da Virga, cioè i vari suoi amici quotini da collocare all’interno dei vasti rami economici della famiglia Rappa, sono rimasti al loro posto. E siamo al solito: non è cambiato niente. E niente sembra cambiare, perché ormai il sistema è così collaudato, sia nel suo marciume che nella sua capacità di autorigenerarsi, da non avere niente da invidiare al sistema mafioso. Se si sostituisce un amico con l’amico dell’amico, siamo sempre là;
  4. aprire procedimenti di controllo e di punizione nei riguardi, oltre che del magistrato, anche dei funzionari delle forze dell’ordine che dichiarano il falso all’atto della stima sui valori economici dei beni sequestrati: è un vizietto, fra l’altro rilevato recentemente anche dall’attuale prefetto Postiglione, quello di sparare cifre, come quella di un miliardo e seicento milioni ai Virga imprenditori di Marineo, o i 600 milioni di euro attribuiti a Stefano Parra di Borgetto: nel calderone vengono calcolate imprese fallite o liquidate da tempo, transazioni effettuate almeno vent’anni prima, beni già confiscati, mezzi di lavoro o auto stimate per il loro prezzo iniziale e non per quello delle condizioni in cui si trovano. Tali sproporzionate valutazioni nascondono fra l’altro anche sproporzionati aumenti delle tariffe degli amministratori, coadiutori e collaboratori vari. Dietro ci sono anche smanie di esibizione e di dimostrazione di efficienza sia da parte della DIA, della quale da tempo si chiede l’abolizione, sia da parte del giudice che emana il decreto (nel nostro caso la Saguto);
  5. sottoporre a controllo la gestione giudiziaria e disporre che, se l’operato dell’amministratore è stato fallimentare e causato da incapacità, si proceda all rimborso, a spese di chi ha causato il danno. Cioè, chi si è arricchito succhiando le risorse dei beni sequestrati e bruciando risorse e posti di lavoro, deve pagare e restituire, per dirla con don Ciotti, il “maltolto”.
  6. valutare il percorso di riabilitazione dell’indagato e la collaborazione che questo ha dato nel rompere il sistema del quale è stato vittima.

Queste sono solo alcune delle discrasie, del malgoverno, dell’incapacità, delle complicità che stanno strangolando l’economia siciliana, in nome di un’antimafia che va organizzata con metodi nuovi e più conformi alla valutazione delle colpe e dei delitti attraverso i quali si è arricchito il mafioso. Queste vanno scisse dall’operato di chi, anche con le sue inadempienze, si è dovuto spesso piegare a richieste estorsive, ma che non ha esitato a denunciare i mafiosi, a prenderne le distanze, ricevendone in cambio il sequestro dei beni.

Se si vuol fare qualcosa di serio, si può cominciare da qui. Ovviamente è un sogno.

Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.