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Processo Mori-Obinu, si comincia dal mancato arresto del boss Santapaola

Processo Mori-Obinu, si comincia dal mancato arresto del boss Santapaola
Gennaio 19
11:05 2015

In aula la famiglia Imbesi. La vicenda di Terme di Vigliatore alla riapertura del dibattimento in appello

Sarà il fallito blitz al boss Santapaola la prima delle “nuove prove” da vagliare al processo Mori-Obinu, tra i “punti oscuri” contenuti nella memoria presentata dai pg Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio a carico degli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di non aver arrestato Bernardo Provenzano nel ’95. Nella carriera di Mori, oltre al mancato arresto del padrino corleonese a Mezzojuso, c’è anche un’altra “macchia”. E risale all’aprile del ’93 quando, a Terme di Vigliatore nel Messinese, il boss Santapaola allora latitante, “fu intercettato – si legge nella memoria dei pg – mentre parla con esponenti della criminalità mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto all’interno di un locale”.

Il maresciallo della sezione anticrimine di Messina Giuseppe Scibilia si appresta ad informare subito Mori, in quel momento a Roma, il quale risponde che ci avrebbe pensato lui. Il giorno successivo – a provarlo è anche la sua agenda – Mori si recò a Catania. Tutto era pronto per arrestare Santapaola quando, il 6 aprile, un imprevisto fece sfumare il blitz: il capitano Sergio De Caprio – alias “Ultimo” – insieme al capitano Giuseppe De Donno e ad altri militari del Ros “si trovava ‘casualmente’ in transito nella zona dove era stato localizzato il giorno prima Santapaola”. Ultimo aveva individuato un uomo, scambiato per il latitante Pietro Aglieri, ma dopo un inseguimento si scoprì che si trattava di un giovane incensurato, Fortunato Giacomo Imbesi, figlio di un imprenditore locale. Tra i due, è scritto nella memoria, “non esisteva alcuna somiglianza fisica”. Altra circostanza “oscura” è l’irruzione armata nella villa della famiglia Imbesi, a 50 metri dal nascondiglio di Santapaola. Per l’operazione vennero impiegati anche militari provenienti da sedi fuori dalla Sicilia. Dell’irruzione, però, non c’è traccia in alcun atto ufficiale, tranne un verbale di perquisizione in cui non è indicato il nome dei militari e dove manca la sottoscrizione delle persone che subirono la perquisizione. Il Ros non ritenne di informare nemmeno la magistratura che aveva intercettato il boss latitante o il maresciallo Scibilia. Unica firma presente quella del carabiniere Pinuccio Calvi, firma che poi il diretto interessato dichiarerà essere un falso. In più, i militari del Ros che quel giorno si trovavano sul luogo del blitz dichiararono “di non avere partecipato all’irruzione armata e di non sapere chi fossero gli uomini che l’avevano eseguita”. Santapaola, manco a dirlo, “non si recò più nel luogo dove era stato intercettato”. Ora il mancato arresto del boss verrà scandagliato dai pubblici ministeri con le testimonianze, previste per l’udienza di oggi, di undici testi appartenenti alla famiglia Imbesi e al Ros: Giacomo Fortunato Imbesi, Salvatore Mario Imbesi, Sebastiana Pettineo, Carmelo Concetto Imbesi, Mauro Olivieri, Francesco Randazzo, Giuseppe Mangano, Roberto Longu, Pinuccio Calvi, Antonino Ragusa e Giuseppe Scibilia, che chiariranno perché venne fornita “una versione falsa degli avvenimenti” per la quale sono state rappresentate “false circostanze, omettendo di riferirne altre determinanti ed arrivando al punto di falsificare dei documenti”.

di Miriam Cuccu – tratto da www.antimafiaduemila.com – 19 gennaio 2015

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