Le origini dello scandalo Saguto: furono le inchieste di Telejato a dare avvio all’inchiesta

L’attività di Pino Maniaci fu poi ripresa anche dalla stampa nazionale e fu l’inizio della fine dello scandalo giudiziario. È quanto emerge nelle prime righe delle motivazioni della Corte d’Appello di Caltanissetta.

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Silvana Saguto nel 2015 stava attraversando un periodo di grande difficoltà economica. Ma furono gli attacchi e le inchieste di Telejato a squarciare il velo e la fitta nebbia che avvolgeva lo scandalo della gestione dei beni sequestrati. È quanto scrivono i giudici della Corte d’Appello di Caltanissetta che hanno condannato Silvana Saguto a otto anni e dieci mesi di reclusione per corruzione, concussione e altri reati.

Nelle oltre 1200 pagine di motivazioni, emerge come l’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto, era mossa da uno “spasmodico desiderio di assicurare alla propria famiglia un tenore di vita molto più elevato delle proprie possibilità”.

I giudici nelle prime righe del lunghissimo faldone iniziano così a motivare la decisione: “Come già fatto dal giudice di primo grado, prima di passare alla disamina delle imputazione appare opportuno ai fini della migliore più compiuta comprensione delle stesse, operare l’inquadramento complessivo della vicenda in seno alla quale i fatti illeciti sono stati contestati”.

I giudici quindi cominciano subito ricordando la trasmissione Le Iene che il 14 maggio 2015 in una puntata dal titolo “il lato oscuro dell’antimafia” descriveva il mondo delle misure di prevenzione e segnalava una concentrazione di incarichi di amministrazione in Gaetano Cappellano Seminara. Quella puntata spinse il procuratore generale della Corte di Cassazione a chiedere informazioni al neo presidente della Corte d’Appello, Gioacchino Natoli, che si era insediato da poco, anche col supporto del presidente del Tribunale, Salvatore Di Vitale. Di fronte alla richiesta di chiarimenti, i magistrati della sezione delle misure di prevenzione, tra cui oltre alla Saguto anche Fabio Licata, Lorenzo Chiaramonte e Claudia Rosini, avevano risposto denunciando l’esistenza, fin dal 2013, di una campagna stampa definita denigratoria avviata da Pino Maniaci, direttore di Telejato, nel quale veniva descritta una gestione superficiale e illecita dei beni sottoposti a sequestro di prevenzione da parte di pochi amministratori giudiziari con la compiacenza dei magistrati della sezione.

Il giudice che ha emanato la sentenza quindi scrive: “Il serrato attacco giornalistico di Pino Maniaci – secondo i giudici della sezione – aveva in particolare a oggetto Cappellano Seminara indicato quale soggetto titolare di un numero spropositato di incarichi che riceveva consistenti liquidazioni”.

I magistrati firmatari di quella nota avevano preso atto della circostanza che la tesi di Maniaci era stata ripresa anche da Le Iene, dal Fatto quotidiano e provavano a rispondere sostenendo che i numeri erano diversi. Ma a dare un contributo all’inchiesta è stata il magistrato Claudia Rosini, non coinvolta personalmente ma capace di dare un quadro del contratto dall’interno in cui spiegava di avvertire un senso di disagio tanto da chiedere un trasferimento. Rosini, in disaccordo con la Saguto, confermava che gli attacchi di Maniaci che andavano avanti due anni avevano messo in apprensione i giudici della sezione che spesso prendevano decisioni da soli. Da quell’attività giornalistica dunque mosse i primi passi l’inchiesta che avrebbe portato alla scoperta dell’enorme scandalo.  

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