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Calì: quando denunciai il pizzo mi presero per pazzo. Oggi la gente ha fiducia

Calì: quando denunciai il pizzo mi presero per pazzo. Oggi la gente ha fiducia
Novembre 03
21:00 2015

“Quando ho denunciato un tizio che si è presentato alla mia porta come un parente della famiglia Flamia dicendo di avere bisogno di soldi per mantenere i carcerati e le loro famiglie, mi hanno dato del pazzo, del mitomane, hanno detto che la mafia non esiste e che a Bagheria nessuno paga il pizzo.

Era il 14 luglio di appena quattro anni fa, ancora non si aveva sentore della gravità del problema. Oggi Sergio Flamia è un collaboratore di giustizia e ieri da Bagheria è arrivata una bellissima notizia, con gli arresti per estorsione: “la gente finalmente inizia ad avere fiducia nelle forze dell’ordine e i risultati si vedono”.

Gianluca Calì, titolare di una concessionaria di auto, è stato forse il primo imprenditore a denunciare il pizzo a Bagheria. E all’indomani dell’operazione antiracket “Reset 2” sfociata nel suo paese in 22 arresti non riesce a nascondere la propria soddisfazione. “Non ho mai pagato il pizzo e non ho mai avuto tentennamenti nel denunciare – dice – nonostante le accuse da parte della gente del posto di volermi fare pubblicità” e nonostante i numerosi attentati e minacce, l’ultima a Milano dove vive, pochi giorni fa: “Una mercedes nera con i vetri oscurati – racconta – si è avvicinata alla baby sitter che teneva per mano i miei due figli all’uscita da scuola. La tata ha sentito la voce del navigatore satellitare che diceva di essere ‘arrivati a destinazione’ mentre uno dei due alla guida ha chiesto se quelli erano i miei figli, cosa che chiaramente sapeva già. Sono molto turbato, sull’episodio c’è un’interrogazione parlamentare al ministro degli Interni fatta dal senatore Lumia, spero di avere presto delle risposte sulla mia sicurezza che mi spettano”. E proprio al ministro Alfano e al presidente del consiglio Renzi che in un tweet ha ringraziato “chi rifiuta i ricatti” perché “Bagheria non è cosa loro”, Calì chiede che lo Stato sia “vicino da subito a chi denuncia, anche quando finirà questo clamore mediatico”. “Senza quelle 36 denunce chissà quanto tempo si sarebbe perso per scoprire le estorsioni, spero siano le prime di centinaia e ringrazio i carabinieri per la grande professionalità avuta nell’approcciarsi agli imprenditori: non è facile entrare in una caserma e fare nomi e cognomi senza avere ripercussioni psicologiche”.

Ma Calì sottolinea anche un’atra circostanza destinata a fare discutere e che sovverte alcuni luoghi comuni: “C’è molta più omertà qui al Nord, la società civile non è ancora pronta. Di fronte a un’operazione della Dda in Lombardia che ha portato a 39 arresti per estorsione qui non c’è stata una sola denuncia. E anche le forze dell’ordine dovrebbero essere maggiormente preparate per riconoscere un’estorsione. Oggi lo Stato è più forte di prima, ma anche noi imprenditori dobbiamo fare la nostra parte”.

L’imprenditore antiracket conclude con una nota di ottimismo: “Oggi Libero Grassi sarebbe felice, e con lui i tanti magistrati che hanno dato la vita per permettere che un cambiamento del genere accadesse, in Sicilia, e altrove”.

ANSA

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