L’omertoso e vigliacco silenzio del branco

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Come si muove un branco?

Un bel tacer mai scritto fu” esclamò Ericlea, la nutrice di Ulisse, nel quinto atto dell’opera lirica “Il ritorno di Ulisse” nel 1641. Son passati 380 anni esatti ma son parole di oggi. Tacere è una delle più subdole, ipocrite e vigliacche complicità all’arroganza, alla violenza, alla prepotenza, del Potere. Tacere appare comodo, facile, basta girarsi dall’altra parte. C’è chi il torcicollo dell’omertà, dell’accucciarsi, dei silenzi complici e conniventi non l’ha mai conosciuto. C’è stata una stagione, distante solo pochi anni ma che appare lontana ere geologiche, in cui questa frase era scolpita nei cuori e nelle menti di molti. Gli anni della denuncia di quanto accaduto a L’Aquila prima, durante e dopo il terremoto, in cui ci si avvicinava al processo sulla trattativa Stato-mafia 1992/1993, in cui le ribellione al biocidio delle terre dei fuochi divenne patrimonio di tantissimi, l’elenco potrebbe essere infinito. Una dei fulcri era in una piccola stanza, povera di mezzi ma che donava forza e indicava il cammino: la redazione di Telejato.

Quella stagione è stata spazzata via, molti incendiari son diventati pompieri, altri si son dispersi, moltissimi si sono arresi e hanno indegnamente scelto il quieto vivere. Come si possa di fronte alle sofferenze, al dolore, alle lacrime, ai soprusi contro i più deboli, contro chi non ha più neanche lacrime per piangere, il cui cuore è scoppiato di fronte allo straripare delle coppe della disumanità, delle mafie, dei peggiori crimini è una domanda che non avrà mai una risposta accettabile. Quella stagione, l’avanzare contro il Palazzo del Potere e dei pre-potenti dava fastidio, troppo fastidio. La prima, vera colpa di tutta Telejato e dei tantissimi che hanno animato quella stagione è stata questa. Una colpa che non dava fastidio solo a mafiosi, colletti bianchi, corrotti, complici e conniventi. Ma soprattutto, per dirla con Faber, ai materassi di piume, a chi sopravvive a se stesso ogni giorno senza slancio e senza mai scoprire un solo secondo l’ebbrezza di non avere una cifosi da fare schifo.

Pino Maniaci è stato assolto nei giorni scorsi dall’accusa di estorsione, il marchio di essersi comportato come coloro che denuncia è stato spazzato via dalla realtà reale dei fatti. Questa vittoria, ottenuta prima di tutti dagli avvocati Antonio Ingroia e Bartolomeo Parrino, non può far dimenticare neanche un secondo di questi anni e di quelle settimane. Quando la notizia arrivò come un uragano, ci travolse, ovunque ci trovavamo, sparsi in tante regioni d’Italia. Giorni di improvviso smarrimento, con una coltellata che si ripeteva ad ogni secondo. Volevamo capire, riprenderci da uno stordimento vertiginoso. Stavamo attendendo i fatti, le notizie concrete, un quadro delineato di quel che stava accadendo. Sono stati giorni tristi, strazianti, di lacrime. Giorni in cui davanti lo specchio si stentava a riconoscersi. Avevamo bisogno di silenzio, di riflettere, di rispetto. Nulla di tutto questo ci fu, il sinedrio aveva deciso, i garantisti contro ogni evidenza quando si trattava dell’amico, dell’amico dell’amico e dell’amico dell’amico dell’amico, cameratesco anche quando invocato da supposti “kompagni”, capace di dispensare carezze di fronte alle peggiori carogne di questo mondo, aveva già emesso la condanna. Non avevano capito un cazzo, non saranno mai capaci di muovere più di mezza natica senza telecomando, vivono rinchiusi nelle camerette del loro onanismo pseudo-ideologico come massimo sforzo della mente, ma si sentivano autorità morali. Schiaffi su schiaffi, titoloni sui giornali, servizi continui delle grandi televisioni, post su post su Facebook, pretese vigliacche. Se qualcuno volesse capire come si muove un branco, una gang, deve solo riavvolgere il nastro a quei giorni.

E da bravi (nel senso manzoniano del termine) vigliacchi ora tutti muti, papere a comando che improvvisamente hanno perso il becco. Nessuno chiede scusa, nessuna ha il coraggio di metterci la faccia e in ginocchio chiedere scusa per il fascistume di cui è stato espressione. Tutti muti, tutti bravi e pavoni, allora come ora. Fermi sul loro onanismo, convinti di essere sempre dalla parte giusta. Anche i supposti “kompagni”, che forse farebbero bene a mettersi davanti uno specchio e schifare se stessi piuttosto che giudicare. E, per chiarezza e supposte interpretazioni, questa è testimonianza personale del sottoscritto. A cui in quei giorni chi non ha mai veramente combattuto padroni e padrini, chi non è mai stato capace di ottenere alcunché, chi è capace di spaccare il capello in sedici per il proprio onanismo autoreferenziale mentre ci sono denunce e lotte che pretenderebbero azione, chi mai un comunicato, un incontro, mezza cosa di qualsiasi tipo, ha mai concretamente realizzato in vita sua, ha sferrato virtualmente e oralmente sberle, sberleffi, schiaffi, coltellate, pestaggi virtuali ma che segnano. Facendo pagare tutto quello che si trova anche nell’archivio di questa testata.

Telejato c’è, Telejato resiste nonostante tutto e tutti. Non vengono più da ogni parte d’Italia, i riflettori di tanti si sono spenti, ma si prosegue e si va avanti. Ci sono anni da recuperare, c’è un cammino che ci attende indispensabile, vitale. In questi anni, tra quei giorni infami e l’assoluzione dei giorni scorsi, l’Italia è cambiata in peggio. Anche prima della pandemia. C’è un Paese da liberare e ricostruire e, come accadde nel 1945, non lo ricostruiranno onanisti e materassi di piume, accomodanti e papere telecomandate, chi si amalgama al sistema e chi tace, ma solo e soltanto chi è veramente partigiano, chi senz’indugio si schiera sempre, senza se e senza ma, contro mafie, padroni, padrini, potentati e squallide consorterie. Col sale sulle ferite per quanto ci è stato scatenato contro in quei giorni infami. E disprezzo per gli immondi, schifosi, squallidi che mai dimenticheremo.

Alessio Di Florio

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