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Beni giudiziari confiscati: I negozi di Niceta

Massimiliano Clausi

Beni giudiziari confiscati: I negozi di Niceta
Febbraio 25
18:09 2015

Prossimi alla chiusura i negozi Niceta. L’amministrazione giudiziaria li ha portati al fallimento

Stanno per chiudere i negozi Niceta, lo storico esercente palermitano che si occupa della vendita di capi di abbigliamento, accessori e preziosi. Anzi uno di essi, il punto vendita presso il centro commerciale Forum di Palermo, è già chiuso. Il peccato originale di Niceta Mario Vittorio Massimo, ovvero Niceta padre, è legato al possesso di una ditta di calcestruzzo in contrada Ciacculli-Brancaccio, che, secondo una dichiarazione del pentito Cannella, fatta nel 1995 davanti ai giudici Lo Forte e Di Lucia, sino al 1993 aveva come Amministratore unico Niceta Mario, e successivamente, sino al fallimento nel 1996,   un tal Conigliaro Giuseppe, ma i cui reali padroni erano Pino Greco, detto Scarpuzzedda, i fratelli Graviano e Nino Mangano per conto di Bagarella. Cannella è quello che riferisce anche di “ ingenti somme di denaro versate tra il 1976 e il 1978 dalle famiglie di Totuccio Inzerillo e Stefano Bontade nelle attività imprenditoriali di Silvio Berlusconi” (4.3.1998): non risulta tuttavia che, nei confronti di Berlusconi, malgrado le dichiarazioni di Cannella siano state confermate da molti altri pentiti, da Spatuzza a Galatolo, sia mai stato emesso un decreto di confisca dei suoi beni. Solo per curiosità aggiungiamo che Cannella parla anche dell’arruolamento nei servizi segreti, per intercessione dell’on. Gava, allora ministro, di Emanuele Piazza, fratello di un tossicodipendente cui Pino Greco forniva droga, poi implicato nell’attentato dell’Addaura contro Falcone.

Tornando a Niceta, la proprietà, solo nominale, dell’impianto, da parte del Niceta è anche confermata dal pentito Angelo Siino in una deposizione del 1998. A partire dal 1993 Niceta, tetraparaplegico, e quindi in una difficilissima condizione esistenziale, abbandona tutto e dichiara il fallimento delle aziende nelle quali c’era il suo nome.

L’altro ostacolo su cui vanno a inciampare i fratelli Massimo e Piero Niceta, si trova a Castelvetrano, al momento, nel 2007, dell’assegnazione degli spazi del grande centro commerciale Belicittà, gestito dalla 6 G.D.O. di cui è patron assoluto Grigoli, che è compare di Filippo Guttadauro in quanto suo testimone di nozze, mentre Filippo Guttadauro è padrino di Federica Grigoli. Con questo i fratelli Niceta stipulano nel 2007 un contratto d’affitto di ramo d’azienda per l’installazione di due punti vendita, il Blue Spirit e il Niceta Oggi, ma commettono l’imprudenza (?) di inserire nel personale di lavoro Francesco e Maria Guttadauro, figli di Filippo Guttadauro, che ha sposato la sorella di Matteo Messina Denaro Rosalia, detta Rosetta e che, secondo i Niceta non riescono a trovare lavoro a causa delle loro parentele: va detto che Filippo Guttadauro è fratello di Giuseppe, un medico che risulta essere capo-mandamento di Brancaccio-Ciaculli, cioè uno di quelli che controllava la cava di Niceta padre e che è padrino di Massimo Niceta. Secondo le conclusioni dei giudici, i fratelli Guttadauro sarebbero i soci occulti dei due punti vendita di Belicittà i cui intestatori fittizi sarebbero invece i fratelli Niceta, titolari dell’azienda NI.CA. La guardia di Finanza parla addirittura di un rapporto “sinallagmatico” (sic!), ovvero di un inesistente contratto, secondo cui tra le parti sarebbero state concordate obbligazioni reciproche, cioè niente. Aggiungasi che nei pizzini sequestrati nel 2007 ai Lo Piccolo c’è uno strano biglietto, attribuito a Matteo Messina Denaro in cui è scritto “amico Massimo N.” e che esiste una intercettazione telefonica del 2000 in cui Massimo Niceta, dovendo aprire un punto vendita Moda Italia in corso Finocchiaro Aprile a Palermo, telefona a Filippo Guttadauro, lamentandosi di uno sconosciuto, andato a chiedergli informazioni e chiedendo, secondo la chiave di lettura degli inquirenti, un intervento del padre Giuseppe, suo padrino, ove si trattasse di richiesta di pizzo. Altro elemento addotto è la nomina del ventunenne Niceta Pietro, nel lontano 1991 come Amministratore della Tecnotra, società operante nel settore dei trasporti terrestri, marittimi e aerei, cui, nel 1992 subentrava il solito Conigliaro, che la metteva in liquidazione. Troviamo i nomi di Niceta Gioacchino e di Niceta Mario anche nel consiglio di Amministrazione della Parabancaria Consulting, una ditta che si è occupata di servizi bancari e parabancari, assicurativi e finanziari, sino al 1992, anno in cui si dimisero. C’è poi una serie di eventi nei quali entra in ballo l’on. Acierno, un deputato condannato nel 2012 a 6 anni per peculato e altre cose di questo genere, in stretto rapporto con i Guttadauro e con un tal Cappadonna, compare e “vivandiere” di Matteo Messina Denaro. Anche qua niente di penalmente rilevante, ma ce n’è abbastanza per disporre, prima da parte della procura di Trapani il sequestro dei due punti vendita di Castelvetrano, , poi, da parte della procura di Palermo, (2.12.2013) il sequestro di tutti e 16 punti vendita, case, azioni, depositi bancari, il tutto, persino un motociclo Piaggio, si dice, per un ammontare di 50 milioni di euro, sulla base di “evidenze indiziarie che fanno ritenere….”. L’amministrazione viene affidata, dalla dott.ssa Saguto, che dirige l’ufficio delle misure di prevenzione, a uno dei suoi pupilli, l’avvocato Aulo Gigante, già legale rappresentante del gruppo Aiello (Villa Teresa), il quale, in un primo tempo, si serve degli stessi fratelli Niceta per portare avanti la gestione dei negozi e disporre le ordinazioni e i pagamenti delle commesse, poi, rimproverato dalla Saguto, o essendosi accorto che la presenza del Niceta poteva costituire un forte ostacolo ai suoi progetti di speculazione, notifica ad Olimpia Niceta ( e quindi ai suoi fratelli) “l’interdizione della facoltà di accedere ai luoghi ove le attività in sequestro esplicano le loro attività aziendali nonché di sostare nei pressi delle medesime, con l’espresso divieto ad intrattenere rapporti di qualsiasi genere con i dipendenti” (16.10.2014). Neanche si trattasse di pericolosi terroristi! Da allora tutti i punti vendita cominciano a svuotarsi di merce e di persone con la prospettiva, entro nell’immediato breve tempo, forse qualche settimana, del fallimento, e con la seria preoccupazione dei 50 dipendenti di essere licenziati davanti alla chiusura di tutte le attività commerciali di quello che una volta fu l’impero dei Niceta. Il tutto con tanto di chiusura delle indagini e di proscioglimento da ogni accusa della famiglia Niceta, la cui richiesta viene fatta dai giudici Micucci e Guido, della Procura di Palermo già nel 2010.

Nel frattempo il commissario giudiziario, tal Martina La Grassa, pagata con i soldi dell’azienda, dopo i 90 giorni di rito, presi per i dovuti accertamenti sul valore e sulla eventuale dolosa provenienza dei beni confiscati, si è preso altri 90 giorni e altri 90 se ne prenderà, in attesa che l’azienda chiuda. Tramite i propri legali i Niceta avevano presentato un piano di concordato preventivo ad un’assemblea dei creditori , ma pare che la cosa sia sfumata perché giudicata un’indebita intromissione nella gestione giudiziaria. Finisce nei guai, e i beni di sua proprietà, nonché quelli dei suoi parenti, sono messi sotto confisca e sommati a quelli dei Niceta, anche Vittorio Emanuele Orlando, un imprenditore di Terrasini, colpevole di avere sposato Olimpia Niceta, dalla quale si era separato nel 2012. Orlando, avendo dimostrato la sua estraneità, rientra in possesso dei suoi beni dopo qualche mese.

In poco più di un anno di amministrazione giudiziaria il fatturato iniziale, inizialmente stimato in 20 milioni successivamente dimezzato, a causa della crisi, si è ulteriormente ridotto, soprattutto per il peso dei pagamenti dell’amministrazione, stimato in 500.000 euro finiti nelle tasche di Aulo Gigante e dei suoi sette collaboratori, che presentano fatture con esorbitanti spese di trasferta e sono pagati per un lavoro di controllo del tutto inutile. queste passività sono andate a scapito dell’azienda, al punto che i dipendenti hanno dovuto piegarsi a un contratto di solidarietà, cioè rinunciare al 20% dello stipendio. Al momento. per evitare licenziamenti e conseguente clamore mediatico, i dipendenti dei punti vendita chiusi sono spostati in quelli ancora aperti, facendo aumentare la passività nella gestione. Fornitori che aspettano di essere pagati e, senza garanzie non vogliono più fornire merce, scaffali vuoti, merce in liquidazione sono evitenti segnali di un’imminente chiusura.

L’ultima poco convinta proposta è di lasciare tutto nelle mani dei dipendenti, in una sorta di cooperativa che provi autonomamente a risollevare le sorti dell’azienda, oltre che continuare ad assicurare il pagamento dell’amministratore che ha procurato il dissesto. A costui si chiederebbe almeno un anno di attività libera da spese, prima di stipulare (guarda un po’!), un accordo per il pagamento di una quota di gestione. Cioè la cooperativa dovrebbe pagare una sorta di affitto o concessione, non chiamiamolo pizzo, all’amministratore giudiziario Gigante, che rappresenta lo stato, per poter far lavorare i soci-dipendenti. E’ tutto.


Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.