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Sangue in redazione

Sangue in redazione
Gennaio 09
10:33 2015

Accade questo, al di là di tempi e luoghi, ogni volta che in gioco c’è uno scontro tra libertà e poteri totalitari. Parlare di mafia e fare inchiesta sulle cosche, allora, il 5 gennaio 1984 e in Sicilia, era un po’ come per Charb, Wolinsky o Cabu e Tignous, disegnare a Parigi vignette graffianti sull’Islam non moderato ma anche sull’integralismo cattolico e sulla arroganza di potenti senza controlli. Una “bestemmia” civile, visto che il lavoro di un intellettuale onesto, non ha importanza se parigino o di Palazzolo Acreide (priovincia di Siracusa), è simile. Sta tutto lì, bestemmie nel contesto di chi dice cose sagge e di salotto, nascondendo la cruda verità.

Certo che la “guerra” antimafia dell’intellettuale siciliano Giuseppe Fava (armato di lettera 22) e del suo giornale I Siciliani non hanno apparentemente nulla a che fare con le battaglie di un gruppo di raffinate matite parigine degli anni dieci del terzo millennio, ma lo scontro è lo stesso.

Anche allora la violenza era annunciata, minacce ne arrivavano intorno a quel giornale in culo al mondo ma il lavoro continuava. E anche allora il “contesto” del giornalismo bene educato e “autorevole” invitava a “non esagerare”. Come ha fatto ieri il Financial Times (e come faceva Andreotti): “Vabbé, però quelli se la sono un po’ cercata… giornalisti estremisti che hanno esagerato e così hanno cercato la morte”. Stesse parole che usava, 31 anni fa, il quotidiano di periferia di Catania, La Sicilia, prima, durante e dopo l’assassinio del giornalista di turno, in quel caso Fava, oggi Charb e compagni.

Vignette ne pubblicavamo anche noi, su I Siciliani. Dissacranti per l’epoca. Tra noi c’era un ex direttore del settimanale satirico il Male e molti vignettisti oggi affermati sono cresciuti là dentro, alla scuola della dissacrazione di un potere pervasivo come quello della mafia politica-economica che ammazzava (già allora a colpi di kalashnikov) prefetti, poliziotti, magistrati, politici onesti, professori di università, preti, giornalisti (9 uccisi in Italia dalla mafia), passanti e perfino ragazzini.

E lo poteva fare perché contava sulla distrazione e sulla paura dei “colleghi” che non se la cercano mai. Perché educatamente non bestemmiano e voltano sempre le spalle ai fatti.

di Antonio Roccuzzo -tratto da www.isiciliani.it– 


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