L’Assedio alla Toga: quando il diritto di difesa diventa un reato

Un sistema che criminalizza i propri anticorpi democratici

Nel silenzio assordante delle istituzioni e nell’indifferenza di un’opinione pubblica sempre più assetata di giustizia sommaria, si sta consumando un attacco sistematico e preoccupante alla funzione difensiva nel nostro sistema giudiziario. L’avvocato, un tempo considerato presidio essenziale dello Stato di diritto, viene oggi sempre più spesso trasformato da garante della giustizia a sospettato d’ufficio, colpevole del “reato” imperdonabile di aver esercitato il proprio mestiere.

Il Caso Emblematico di Marsala: Quando la Critica Diventa Censura

Un caso emblematico di questa deriva si è verificato presso la Procura di Marsala, dove un avvocato si è visto segnalato dal Procuratore della Repubblica Ferdinando Asaro per aver semplicemente annunciato che avrebbe impugnato una sentenza per “gravi violazioni di legge” nei confronti della sua assistita Maria Angioni.

Le dichiarazioni del difensore – che aveva annunciato l’intenzione di impugnare la sentenza essendo sicuro che la Corte d’Appello avrebbe posto rimedio alle violazioni di legge – non rappresentavano altro che l’esercizio legittimo del diritto di impugnazione previsto dal nostro ordinamento. Eppure, il Procuratore ha ritenuto opportuno trasmettere una segnalazione alla Procura Generale di Palermo e al Consiglio dell’Ordine per “eventuali verifiche”.

Come ha giustamente osservato Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino: “Il degrado dello Stato di diritto sembra non conoscere più limiti. La professione dell’avvocato penalista è sotto attacco e quelli che fino a qualche anno fa erano pochi casi isolati, divengono sempre più frequenti”.

Milano: L’Epicentro della Guerra alla Difesa

Se Marsala rappresenta un caso limite, Milano si conferma l’epicentro di questa offensiva contro la funzione difensiva. Il caso dell’avvocato Alessia Pontenani, difensore di Alessia Pifferi, è emblematico di come la Procura milanese stia utilizzando strumenti investigativi per intimidire e scoraggiare l’attività difensiva.

La Pontenani è stata indagata insieme a due psicologhe del carcere di San Vittore e al consulente psichiatrico Marco Garbarini per aver presumibilmente “manipolato” gli accertamenti psichiatrici sulla Pifferi. L’accusa, sostenuta dal PM Francesco De Tommasi, è quella di aver orchestrato un “piano precostituito” per far credere al perito che l’imputata fosse “affetta da un ritardo mentale grave”.

Il paradosso è evidente: l’avvocato viene indagato per aver svolto il proprio lavoro, ovvero quello di verificare l’imputabilità del proprio assistito. Come ha dichiarato la stessa Pontenani: “Non faccio alcun passo indietro: io non ho fatto niente, se non il mio lavoro, l’avvocato”.

La Camera Penale di Milano ha giustamente denunciato l’irregolarità di un’indagine condotta dal PM De Tommasi che si è “autoassegnato” il caso violando il regolamento interno e senza informare la collega titolare dell’indagine principale. Un metodo che, secondo gli avvocati milanesi, rappresenta “un attacco diretto e illegittimo al ruolo della difesa”.

Il Caso dell’Incasso della Parcella Come “Riciclaggio”

Ma l’escalation milanese ha raggiunto livelli ancora più grotteschi con il caso dei due avvocati penalisti accusati di ricettazione aggravata per aver ricevuto il compenso professionale dal loro assistito, il presunto boss della mafia turca Baris Boyun. Secondo la Procura, guidata dalla PM Bruna Albertini, i due difensori si sarebbero fatti pagare con “denaro sporco essendone consapevoli, con l’aggravante di avere commesso i fatti nell’esercizio della professione legale”.

Fortunatamente, il GIP Roberto Crepaldi ha respinto la richiesta di interdizione, scrivendo un’ordinanza che suona come una vera e propria lezione di diritto costituzionale ai colleghi del pubblico ministero: “Ci si deve domandare che ne sarebbe del diritto di difesa se i rapporti economici tra indagato e difensore fossero scandagliati sotto la lente – particolarmente penetrante – della ricettazione”.

Il giudice ha giustamente evidenziato che interpretare il pagamento di una parcella come concorso in un reato “rischia di interferire con la serenità del rapporto difensivo, di creare conflitti di interessi tra difensore e assistito, costringendolo a scegliere tra la rinuncia al mandato e il compenso e, in fondo, interferendo con il diritto costituzionale di difesa”.

Reggio Emilia: Quando l’Esercizio della Professione Diventa “Offesa”

Anche la Procura di Reggio Emilia ha contribuito a questa escalation con il caso “Angeli e Demoni”, dove la PM Salvi ha chiesto la trasmissione degli atti contro l’avvocato Bauccio per “offesa alla reputazione di una teste”, dopo che il legale aveva commentato la tendenza a “diagnosticare malattie senza diagnosi” riferendosi a un certificato medico privo di diagnosi.

La Camera Penale di Reggio Emilia ha prontamente reagito sottolineando che l’intervento del difensore “si è esplicato durante l’esercizio del mandato difensivo, quindi nel pieno esercizio del diritto di difesa” e che è “legittima la critica (anche vivace, sarcastica, aspra) che il difensore intenda muovere a soggetti coinvolti nel processo”.

Il “Reato di Abbraccio”: L’Assurdo Caso Cospito

L’escalation ha raggiunto livelli grotteschi con il cosiddetto “reato di abbraccio” nel caso dell’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito. Il legale è stato segnalato all’Ordine degli Avvocati per aver salutato il proprio assistito con una stretta di mano e due baci sulle guance durante un colloquio nel carcere di Sassari.

Rossi Albertini ha commentato: “Verso Alfredo Cospito ho manifestato empatia umana salutandolo con una stretta di mano e con due bacetti sulle guance. Lo saluterò sempre con affetto in quanto non intendo rendermi complice della sua deumanizzazione”.

Il caso è emblematico di come si stia tentando di trasformare persino i gesti di umanità in violazioni deontologiche, criminalizzando la relazione umana tra avvocato e assistito.

Altri Fronti di Battaglia

Questo attacco sistematico alla funzione difensiva non si limita ai casi già citati. Un esempio paradigmatico è rappresentato dalla reazione scomposta dell’ANM di Venezia contro un video satirico realizzato dalla Camera Penale veneziana, fino ai crescenti tentativi di intimidazione attraverso segnalazioni pretestuose, il quadro è sempre più preoccupante.

Il Video della Discordia: Quando la Satira Diventa “Vilipendio”

La Camera Penale di Venezia ha realizzato un breve video satirico di appena due minuti per sostenere la separazione delle carriere, presentato in occasione di un contest all’Open Day di Rimini tra giovani avvocati. Il filmato mostrava scene simboliche: due persone che giocano a scacchi con una terza che interviene per far vincere uno dei due, oppure due giocatori di carte con un terzo che offre un jolly a uno di loro.

La Giunta sezionale di Venezia dell’ANM ha reagito con un comunicato di “profonda indignazione e sconcerto”, accusando i penalisti di aver “distorto gravemente e consapevolmente la realtà, dipingendo un processo penale ‘truccato’ per la collusione tra pubblico ministero e giudice”. La conclusione è stata minacciosa: “Tali iniziative non potranno che influire negativamente sui futuri rapporti tra la camera penale veneziana e i magistrati del distretto veneziano”.

Ma non contenta delle minacce, l’ANM ha inviato una lettera formale all’UCPI, al presidente dell’Ordine degli Avvocati di Venezia e al presidente del CNF sostenendo che il video “si sostanzia in un vilipendio all’ordine giudiziario” e chiedendo al Consiglio Distrettuale di Disciplina di svolgere “le opportune valutazioni di competenza” – ovvero procedimenti disciplinari contro gli autori.

La risposta dell’UCPI è stata ferma e dignitosa: “La libera espressione del pensiero è un valore fondante della democrazia, che continueremo a farne uso, come sempre abbiamo fatto per sostenere ciò in cui crediamo e ancor più lo faremo per sostenere la riforma costituzionale della separazione delle carriere, senza preoccupazioni e rinviando al mittente ogni intimidazione”.

Il caso è emblematico di come anche la più innocua critica satirica venga oggi percepita come un attacco intollerabile, degno di procedimenti disciplinari.

Il fenomeno assume contorni ancora più inquietanti quando si considera che, come osservò Edmund Burke, “Lo studio del diritto rende gli uomini acuti, curiosi, abili, pronti all’attacco, svelti nella difesa e pieni di risorse. I giuristi si avvedono a distanza del malgoverno e fiutano l’avvicinarsi della tirannia in ogni venticello infetto”.

Il Sostrato Culturale: Televisione e Populismo Giudiziario

Questo attacco sistematico alla funzione difensiva non nasce dal nulla, ma si inserisce in un contesto culturale dove l’avvocato viene sistematicamente demonizzato. Trasmissioni televisive e media spesso presentano la difesa come un ostacolo alla giustizia piuttosto che come sua componente essenziale.

Si è consolidata una narrazione populistica che tende a identificare gli avvocati con i propri assistiti, creando un clima di sospetto che mette a repentaglio il ruolo costituzionale della difesa. Come osservato dalla Giunta di Milano dell’Associazione Nazionale Magistrati, questa tendenza rappresenta un attacco ai valori costituzionali della difesa.

La Soluzione: Rafforzare l’Immunità Giudiziale

Di fronte a questa deriva, diventa urgente estendere l’immunità giudiziale prevista dall’articolo 598 del Codice Penale anche alle dichiarazioni televisive e mediatiche che riguardano il processo, sul modello dell’immunità politica parlamentare.

L’articolo 598 c.p. attualmente prevede che “Non sono punibili le offese contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti o dai loro patrocinatori nei procedimenti dinanzi all’Autorità giudiziaria”, ma questa protezione deve essere estesa anche alle comunicazioni esterne quando attinenti al processo.

Solo così si potrà garantire una difesa veramente libera ed efficace, presupposto indispensabile per un processo giusto.

Verso un Processo Davvero Giusto: La Deriva del “Prosecutor” Italiano

Se vogliamo costruire un processo davvero giusto, dobbiamo certamente rafforzare le indagini e gli strumenti del PM, ma parallelamente dobbiamo rafforzare le garanzie del difensore. Non si può predicare il garantismo a parole e poi criminalizzare chi lo pratica quotidianamente nelle aule di tribunale.

Il rischio concreto è che il PM italiano stia assumendo sempre più i connotati del prosecutor americano, senza però averne i giusti contrappesi. Negli Stati Uniti il sistema adversarial prevede meccanismi di bilanciamento che nel nostro ordinamento mancano completamente.

Come osservò Piero Calamandrei: “Il segreto della giustizia sta in una sempre maggior umanità e in una sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta contro il dolore”. Oggi assistiamo invece a una crescente distanza e ostilità.

L’avvocato non è il nemico della giustizia, ma il suo presidio più importante. È colui che garantisce che il processo si svolga secondo le regole, che le prove siano assunte correttamente, che i diritti dell’imputato siano rispettati. È, come scrisse Salvatore Satta, “colui che difende la profonda semplicità della vita” contro l’arbitrio del potere.

Non basta inserire l’avvocato in Costituzione: servono nuove garanzie concrete. Questa è la nuova sfida giudiziaria italiana, non meno importante di quella della separazione delle carriere. La lotta per il diritto, come insegnava Rudolf von Jhering, si combatte contro il delitto, non contro i difensori degli imputati che del giusto processo sono parte integrante.

Conclusioni: Il Tempo dell’Allarme

Il tempo delle mezze misure è finito. O riconosciamo il valore costituzionale della funzione difensiva e la proteggiamo adeguatamente, oppure assisteremo alla trasformazione del nostro sistema giudiziario in uno strumento di repressione anziché di giustizia.

Come ammoniva Cesare Beccaria: “Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso ella sarà tanto più giusta e tanto più utile”. Ma la prontezza della giustizia non può mai prescindere dalle garanzie processuali, di cui la difesa è architrave insostituibile.

Non possiamo permettere che, come denunciò Sant’Agostino, “gli Stati diventino delle grandi bande di ladri” quando non rispettano la giustizia. E non c’è giustizia senza una difesa libera e tutelata.

È tempo che anche le istituzioni se ne ricordino, prima che sia troppo tardi per la democrazia italiana.

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Perché se la giustizia diventa cieca anche verso se stessa, il processo non è più giusto: è solo teatro dell’assurdo.

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