Telejato

Beni sequestrati alla mafia: le proposte inascoltate di Telejato

Beni sequestrati alla mafia: le proposte inascoltate di Telejato
Aprile 27
13:10 2017

 

La redazione di Telejato, dopo avere sentito diverse associazioni antimafia, ha avanzato prima alla Commissione Antimafia e poi al Parlamento alcune proposte, ma senza ricevere alcuna attenzione.

Nella sua  audizione presso la commissione regionale antimafia  Raffaele Cantone, (30 novembre 2015) responsabile Anticorruzione, ha dichiarato che «quella dei beni confiscati è una grande occasione persa dallo stato, perchè ci sono risultati molto modesti, se non negativi», ed ha anche aggiunto che «a Sicilia dovrebbe essere in grado di lanciare un nuovo messaggio sull’utilizzo e la gestione dei beni confiscati». Ma non vale lanciare un messaggio se nessuno lo ascolta, e se è un messaggio scomodo per chi ha in mano le redini del potere e le muove solo per fare gli interessi di determinate caste (o cosche).

La redazione di Telejato, dopo avere sentito diverse associazioni antimafia, ha avanzato, ma senza ricevere alcuna attenzione, prima alla Commissione Antimafia e poi al Parlamento le seguenti proposte:

  • consentire l’immediato pagamento dei creditori dell’azienda sin dal momento del sequestro o della confisca, per evitare di causare il fallimento di aziende fornitrici legate all’indotto su cui l’azienda sequestrata o confiscata opera;
  • legare il momento del sequestro a quello dell’iter giudiziario, nel senso che non  si può procedere al sequestro di un bene se non è dimostrata, almeno nel primo grado di giudizio, la sua provenienza mafiosa;
  • consentire un solo incarico agli amministratori giudiziari e pertanto, servirsi a rotazione di un albo-elenco degli amministratori giudiziari:
  • fissare un tariffario delle prestazioni degli amministratori giudiziari e dei periti, con il rimborso delle parcelle a carico dello Stato, non delle aziende sotto sequestro. Tale tariffa può subire positivi aumenti in rapporto ad eventuale aumentata produttività dell’azienda.
  • svincolare le competenze di emissione dei decreti di sequestro preventivo e quelle di nomina degli amministratori  dalle mani di un solo magistrato e allargarne la facoltà a tutti i magistrati del pool antimafia;
  • fissare con precise disposizioni il ruolo dell’amministratore giudiziario obbligandolo a presentare annualmente i bilanci, revocandogli l’incarico nel caso di gestione passiva non motivata adeguatamente e obbligandolo a risarcire i danni nel caso di amministrazione fraudolenta o di palese incapacità gestionale; in tal caso, poiché la responsabilità dell’operato dell’amministratore ricade sul giudice che lo ha nominato, è il giudice a dovere rendere conto del dissesto e rivalersi sull’amministratore l’eventuale dissesto;
  • i beni sequestrati, nel caso di proscioglimento delle accuse vanno restituiti nella loro interezza e nel loro valore iniziale. Lo Stato si farà carico di eventuali risarcimenti.
  • non consentire la reiterazione del provvedimento di confisca, sotto altre possibili imputazioni, salvo casi di comprovate gravi situazioni di illecità;
  • immediata esecuzione, non oltre un mese, del provvedimento giudiziario di conferma o di dissequestro e coordinamento dell’aspetto penale con quello di prevenzione, in modo da evitare discrasie. I casi scandalosi di rinvii, spesso di vari mesi, se non di anni, causati da ritardi, da malesseri e da altre scuse prodotte dal magistrato incaricato della prevenzione non sono  giustificabili, anche perché l’azienda sotto sequestro corre il rischio di perdere il suo giro di affari o di essere messa in liquidazione da amministratori giudiziari che svendono beni immobili, attrezzature e macchinari a prezzi irrisori ad altre aziende sotto il loro controllo;
  • utilizzazione del fondo già esistente (FUG), a sostegno delle aziende la cui amministrazione passiva non sia imputabile a cattiva gestione dell’amministratore;
  • non consentire la vendita a privati dei beni di titolarità dell’azienda sequestrata;
  • favorire, nei bandi per l’assegnazione, l’imprenditoria giovanile, le strutture cooperativistiche, i progetti che si occupino di agricoltura, con facili norme per accedere a forme di credito agevolato per l’acquisto di quanto serve a impiantare l’azienda;
  • consentire il ritorno alla gestione del bene a coloro che, dopo la fase processuale, abbiano dimostrato volontà e intenzione di continuare il tragitto di lavoro nell’ambito della legalità;
  • associare come collaboratore all’amministrazione giudiziaria il responsabile del funzionamento dell’azienda, cioè il suo proprietario, per assicurare continuità e gestione positiva.

La richiesta più importante è quella di  distribuire l’immenso potere di cui dispone il pool di magistrati delle misure di prevenzione, utilizzando le competenze di altri magistrati, al fine di non strozzare ulteriormente, sino ad arrivare al collasso, la debole economia siciliana, nella quale, il settore dei beni sequestrati, salvo pochissimi casi, ha accumulato fallimenti, gestioni poco trasparenti e disperazione da parte di lavoratori trovatisi sul lastrico. L’affidamento della gestione dei beni  a esponenti  di  Confindustria, di Livera o di Invitalia  non comporta la soluzione del problema, ma è organizzare corsi di formazione e di aggiornamento fatti da gente qualificata e che non siano occasione, come al solito, per distribuire il finanziamento del corso ai soliti “amici” relatori e rilasciare, dopo le passarelle, l’attestato a tutti, senza accertare l’acquisizione di competenze. Anche la Corte europea ha accertato con la recente sentenza De Tommaso l’incongruenza tra la sentenza del tribunale penale e quella spesso difforme delle misure di prevenzione.

Non è la prima volta che pubblichiamo queste proposte, ma non c’è da dubitarne, nessuno li prende e li prenderà mai inconsiderazione, perché finirebbe l’opportunità di mungere una grassa vacca per tutta la folla di personaggi più o meno in prima fila, che con i beni sequestrati ha costruito la sua fortuna e le sue ricchezze.

Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.