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Sulla verginità di San Giuseppe

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La festa di San Giuseppe cade a ridosso dell’equinozio di primavera: equinozio, per chi non lo sapesse, è il giorno in cui la durata della notte è uguale a quella del giorno. A ridosso di questa ricorrenza, qualche giorno dopo, il 25 marzo, c’è quella dell’Annunciazione, che completa i nove mesi occorrenti per il parto, il 25 dicembre. Si tratta di festività tipiche di tutto il Mediterraneo e legate alla dea Cibele, e a Persefone, o Kore, che rapita da Plutone, dio degli inferi, ogni sei mesi ritorna sulla terra per annunciare la rinascita della vita e della bella stagione, dopo lo squallore e la morte dell’inverno. San Giuseppe è un santo “maschio” che si intromette in questo trionfo di divinità femminili, dopo la contaminazione avvenuta tra la cultura greco-romana e quella ebraico-cristiana. In mezzo, o sempre vicino a queste date, c’è la Pasqua, la festa della Resurrezione, ma anche quella del “passaggio”, che non è solo quello degli ebrei attraverso il Mar Rosso ma è anche un passaggio di stagione e un passaggio di spiritualità, nel senso che ci si dovrebbe disporre a un’interiore resurrezione con la scelta di un modello di vita e di comportamento diverso da quello che ci ha caratterizzato. Cosa c’entra in tutto questo San Giuseppe? Anche lui, con il suo bastone su cui fioriscono gigli, ha qualche richiamo primaverile. La sua importanza religiosa è stata quella di essere stato padre putativo del figlio del dio e custode della verginità di sua moglie Maria. Qui nascono una serie di domande e considerazioni che fanno indisporre i cristiani, e su cui non vorrei interamente inoltrarmi per evitare insulti, distinguo e considerazioni teologiche senza alcuna coerenza logica, tipiche di chi ha certezze indimostrabili su cui si rifiuta di ragionare.

Una delle litanie, nata nella zona di Misilmeri e poi esportata in tutta la Sicilia, dice:

San Giusippuzzu, fùstivu patri

fustivu vìrgini comu la matri:

Maria la rosa, Giuseppe lu gigghiu:

ratinni aiuto ri patri e cunsigghiu.

Il canto ripropone una questione irrisolta, quella della verginità di San Giuseppe. Presumere una verginità maschile è già una forzatura logica: si può solo supporre che, secondo coloro che hanno ideato questa aberrazione e l’hanno imposta ai credenti, San Giuseppe non abbia mai avuto rapporti sessuali né con Maria né con altre donne e/o uomini. E a questo punto nascono altre domande: possibile che San Giuseppe possa essere stato lontano da quelle che sono le umane esigenze della sessualità? Personalmente ci credo poco: altre tradizioni ci parlano di un Giuseppe che ebbe altri figli, idem dicasi di Maria. Quella di costringere ad accettare queste anomalie è una caratteristica del cristianesimo, assieme a quella di imitare, mutuare al suo interno, assorbire e riproporre in veste cristiana moltissimi aspetti religiosi di precedenti civiltà.

Altrettanto forzata è la verginità di Maria, diventata dogma con il Concilio Vaticano primo, cioè nel 1854, ma sempre contrapposta a una banale considerazione: ammesso che dio abbia potuto ingravidare Maria senza l’atto sessuale, nel momento in cui il bambino è uscito dall’utero la verginità dovrebbe essere venuta meno. Leggiamo su Wikipedia:

Non essendo la verginità fisiologicamente determinabile nell’uomo per motivi morfologici, essa è uno stato fisico osservabile nelle sole donne: nelle donne vergini l’ingresso della vagina è parzialmente occluso da una sottile membrana chiamata imene che viene lacerata durante la prima unione sessuale completa con un uomo: la lacerazione dell’imene, o deflorazione, comporta quindi la perdita fisiologica della verginità.

Perché farci credere, obbligarci a credere che invece Maria è rimasta vergine? Per quanto se ne sa, Cristo non è nato col parto cesareo. Si badi, alcune di queste considerazioni sono state già fatte dal grande teologo Hans Kung, al quale è stata poi tolta la cattedra universitaria.

Dai Vangeli apocrifi, in particolare da quello di Tommaso, si apprende che Giuseppe si arrabbiò moltissimo quando, di ritorno da un viaggio di lavoro, trovò incinta Maria, la sua sposa bambina, e si calmò solo quando gli apparve il solito angelo Gabriele a dirle che era stato Dio a fecondare Maria. A parte il palese caso di adulterio, attribuibile non a Maria, che è ignara di tutto quello che succede, che sa di essere stata prescelta al momento dell’annunciazione, quindi senza il suo preventivo consenso, siamo davanti a un chiaro esempio di fecondazione eterologa, perché se è vero che Dio può tutto, nelle umane leggi della biologia è previsto che per la procreazione ci vuole il seme maschile. Ecco, non volevo scendere in questi particolari, perché la Chiesa condanna, sino ad oggi, sia l’adulterio che la fecondazione eterologa, per non parlare del rapporto sessuale, considerato sempre un peccato, anche se, come dice san Paolo, strenuo difensore dell’astinenza sessuale, è un remedium concupiscientiae. Quanto si riuscirà, e credo che questo avverrà nel tempo, a superare i tabù della sessualità, molte di queste credenze non avranno più motivo di esistere, neanche quella della forzata verginità di San Giuseppe e di Maria, ai quali è giusto attribuire tutto quello che possa renderli uguali o simili agli  altri “umani “, anche nel diritto di avere una sessualità.

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Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.

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