Telejato

Lettera aperta a Pino Maniaci

Lettera aperta a Pino Maniaci
Dicembre 15
15:17 2014

In un Paese martoriato dall’abusivismo, dalle estorsioni, aggressioni, droga, dai segreti della “politica trasparente” (non solo quella locale), dai furti di ogni tipo, dalla microcriminalità, dal bullismo e dalla delinquenza in genere, parlare di mafia diventa complicato, e così molte volte qualcuno ci rinuncia, dilagando i silenzi che tramutano in omertà e centrando il tema di ogni discussione sul gossip sfrenato sul figlio di Belen.

Dobbiamo lottare a muso duro affinché il Cancro che attanaglia da decenni, se non addirittura da secoli, la nostra Nazione, scompaia per sempre da essa. Questo Cancro si chiama MAFIA. La MAFIA è costituita, tra le altre cose, dai nostri comportamenti quotidiani, codardi e incivili, da chi infrange costantemente le regole, anche quelle più banali, da chi esercita la propria vendetta su degli animali. La MAFIA non è solamente quella che scioglie i bambini nell’acido (ricordo tra le vittime il piccolo Di Matteo) quella che si nasconde dietro i politici corrotti o quella che gestisce grossi maneggi e cantieri edilizi. In parole povere non è solo quella che ci hanno abituato a conoscere tra i banchi di scuola. La MAFIA è anche e soprattutto quella che in un certo senso viviamo quotidianamente, non indossa continuamente la cravatta, ma si mimetizza tra noi, ci avvolge, ci persuade e nemmeno ce ne accorgiamo… i mafiosi, campano anche di questo… noi dobbiamo fare in modo di portarli con le spalle al muro e in qualche modo all’arresa. Dobbiamo far sì che dalla Terra che ogni giorno calpestiamo crescano dei bellissimi fiori colorati, frutto delle nostre battaglie per la legalità, e non sia più macchiata dal Sangue d’innocenti, di chi ha perso la vita in nome dei propri ideali di Legalità a causa, prevalentemente, dell’indifferenza della collettività.

Il risveglio delle menti e delle coscienze non è cosa semplice, a volte però piccoli barlumi di speranza ci danno energia per continuare il nostro percorso. Pertanto riceviamo e pubblichiamo la lettera Indirizzata a Pino Maniaci da un nostro lettore.

 

Caro Direttore,

scrivo questa lettera perché, come lei, ho avuto la fortuna di nascere in quest’isola e la maledizione di dover convivere con quest’isola. Sin dai primi anni di vita, noi siciliani apprendiamo con una certa celerità il significato di tale binomio. Chi più, chi meno. Ma tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti con una terra bella e matrigna, cosparsa di bellezze e sciagure, di talenti e mediocrità, di riscatti e ricadute, di vanti e vergogne. Ben prima della crisi odierna, che attanaglia l’Italia ogni giorno di più alle sue responsabilità, la Sicilia protrae un conto in sospeso con la sua anima: una ferita mal suturata, un divario irrisolto, riconducibili – in tutta probabilità – alla Questione Meridionale, ma anche allo spirito degli interpreti e di coloro che vi hanno abitato per lunghi secoli. Crocevia di mille popoli, la Sicilia e l’intera Penisola risentono infatti di questo ciclo eterno di creazione e distruzione al centro della storia dell’umanità, in cui tutto nasce ma niente trova mai veramente un posto. Prerogrativa che accentua la genialità come la confusione degli uomini che in ogni tempo ne hanno calpestato il suolo. Viviamo in un periodo di profondo disorientamento etico, sociale e culturale, imperniato dal convincimento che nulla è mutabile, che nulla è possibile attuare per cambiare rotta. Ciascuno pensa a sé, a costruirsi fin dove può, con i mezzi (leciti ed illeciti) a sua disposizione. L’assenza di lungimiranza e la mancanza di ideali lasciano spazio ad un vuoto coscienziale. Il quale, ben presto, si tramuta in “indifferenza” verso tutto ciò che ci attornia: ed è questa la più grande sconfitta. La scollatura sociale e la sordità dei singoli impediscono un’effettiva comprensione del dramma in cui ci ritroviamo a vivere, a lottare. Soli. Convinti che questa sia l’unica strada percorribile. Indubbiamente, la precaria tutela dello Stato contribuisce ad espandere un tale sentimento di abbandono. Ed è qui che entrano in gioco le mafie, le criminalità organizzate: far credere di sostituirsi dove lo Stato non c’è. Far credere di aiutarti a vivere, di trovarti un lavoro. Una vera operazione di marketing che agisce nel subconscio, con l’obiettivo di trasformare i cittadini in servi devoti e silenti del malaffare. Servilismo, omertà e – persino, qualche volta – opportunismo che coinvolgono anche noi giovani, spesso incapaci di credere in un’Italia sana e meritocratica, sfiduciati nel ricercare una speranza più volte tradita. Le microcriminalità, le raccomandazioni ed i nepotismi sono degli elementi che noi ragazzi dobbiamo tenere a mente, durante la nostra formazione. Non bisogna pestare i piedi a nessuno, occorre rimanere zitti di fronte ai soprusi, è necessario accettare le regole del gioco, senza fare gli “scassa minchia”. L’alternativa è andare via. Lasciare casa, per emigrare lontano. Cercare altrove quello che il nostro luogo natio ci ha negato, per apprendere nuove culture, per abbattere i muri dei pregiudizi, per aprire i propri orizzonti. Non si fugge lontano perché si odia la propria dimora: la moltitudine dei ragazzi odierni che decide di partire, nutre la speranza di poter tornare e di poter cambiare le cose, con un bagaglio culturale ed un’esperienza maturati altrove. Se vi è qualche entità che ostacola gli italiani (a partire proprio dai più giovani) dal raggiungimento della vera ricchezza, nonché dal progresso, quest’ultima è certamente la corruzione. Si insidia all’interno dei luoghi che frequentiamo tutti i giorni, si addentra negli ambienti lavorativi, si intrufola negli appalti, si tramuta in tangenti, si cela nell’antimafia pseudo-moralista e di facciata, si nasconde nei meandri dei palazzi del potere. Il dilagare della corruzione e delle “zone grigie”, in cui Stato e mafia si confondono, sono la vera – e, in tutta probabilità, la maggiore – causa del disastro in cui l’Italia e la Sicilia riversano. Riuscire a comprendere ciò, rinunziando ai soliti bigottismi e conservatorismi, beceri e inutili, è il primo passo culturale verso il cambiamento. Per un Paese che detiene il primato europeo – poco invidiabile – per livello di corruzione, per un Paese in cui la prescrizione è spesso il maggiore alleato dei delinquenti, per un Paese in cui le morti di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pio La Torre, Peppino Impastato e molti altri vengono disonorate e strumentalizzate ogni istante, per un Paese in cui alle intimidazioni subite dal PM Nino Di Matteo e dalla sua persona non bastano le solite telefonate e neppure le solidarietà di routine, per un Paese abituato ad affidarsi agli “eroi”, trasformandoli in “martiri” di una guerra in cui andrebbero sostenuti e protetti con maggior impegno. Perché è bene che vi siano delle icone della legalità da imitare. Ma sarebbe meglio non dipendere dai loro sforzi individualisti e solitari, sarebbe meglio che lo stesso amore per il senso civico che provano e hanno provato questi uomini venisse condiviso con molti altri, infondendolo a partire dalle più tenere età. Non perché ormai dicono tutti così e sia diventato, praticamente, di moda: ma perché è l’unica soluzione, vera, che ci rimane. Soltanto la cultura può battere l’ignoranza, soltanto il coraggio può annientare la codardia, soltanto la trasparenza e il rispetto del diritto (garantendo ai cittadini una maggiore certezza della pena, quando è necessario) possono scalciare la tracotanza e gli interessi criminali delle mafie. Per attuare rivoluzioni vere – e non gattopardesche – occorrono, insomma, persone vere. Ed è necessario che ciascuno di noi, nel suo piccolo, faccia la sua parte. Ogni giorno. Mi vergogno di essere siciliano quando leggo nomi come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Benedetto Santapaola, Matteo Messina Denaro. Ma sono fiero di essere siciliano quando sento nomi come Giuseppe Fava, Cesare Terranova, Libero Grassi, Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sono fiero, ancora, di Pino Maniaci e dell’emittente televisiva Telejato. Perché la vostra lotta, è la lotta di tutti. Siete l’orgoglio di un’Italia che deve ritrovare la retta via. Siete l’orgoglio di una Sicilia che deve ripudiare una volta per tutte quella “montagna di merda” che la mafia ha sempre rappresentato. E noi ragazzi, cittadini del domani, abbiamo il compito di prodigare tali principi. Per un Paese meno iniquo, per un futuro all’insegna del rinnovamento.

Emanuele Grillo



Sull'autore

Danilo Daquino

Danilo Daquino