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Chiude lo storico Bar Renato di Mondello: declino di una borgata tartassata dalla crisi economica e non solo

Chiude lo storico Bar Renato di Mondello: declino di una borgata tartassata dalla crisi economica e non solo
Gennaio 03
14:12 2015

La crisi economica continua a mietere vittime. Ad essere colpita ancora una volta l’affascinante borgata marinara di Mondello, dove, prevalentemente a causa dell’ingente canone di affitto, chiude lo storico Bar Renato, che nella Piazza principale, godeva del punto strategico con la veduta più bella.

Non ha resistito alla crisi, cosa che in questi ultimi tempi, non è di certo una novità. E non è una novità nemmeno il fatto che la borgata stia attraversando un periodo di particolare declino: sempre meno turisti, infatti, la visitano e se non fosse per quei pochi abitanti che la popolano (soprattutto in estate) sarebbe, forse, completamente disertata.

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Il proprietario del locale in cui era ospitato il bar Renato, il Barone Colonna Romano, pare restare indifferente ai problemi che costituiscono l’Italia moderna, non variando il canone di locazione, fisso a circa 15mila euro ormai da diversi anni. «Chiudiamo per sfratto», dice Renato, il titolare dell’omonimo bar, che tra canone e costi di gestione e personale, non riesce a far quadrare i conti, specialmente in Inverno, quando gli unici che si intravedono passeggiare nel borgo, assieme a qualche “coraggioso” cittadino, sono le autorità militari.

Resteranno così a casa 12 dipendenti, che improvvisamente si ritroveranno senza quel lavoro che consentiva loro di sfamare le proprie famiglie.

Intanto sono sempre più i cittadini che si stanno mobilitando contro lo sfratto esecutivo, previsto per il 29 gennaio, alcuni addirittura hanno deciso di lanciare una sorta di petizione sul noto social network Facebook. Si chiede umanità e comprensione da parte del proprietario del locale.

«La pubblica amministrazione – afferma il consigliere della settima circoscrizione, Eduardo De Filippis – dovrebbe intervenire per salvare in tutta la città quei simboli che sono diventati storia da raccontare».

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Danilo Daquino

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