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Bagheria, 36 imprenditori denunciano il pizzo. Arrestati 21 boss di Cosa Nostra

Novembre 02
12:58 2015

Hanno taciuto per decenni, piegandosi a richieste estorsive e minacce. Ma 36 imprenditori di Bagheria, stanchi di pagare il pizzo, si sono recati dai carabinieri e hanno denunciato tutto.

A finire in galera Carmelo Bartolone, 58 anni, Andrea Fortunato Carbone, 50 anni, Francesco Centineo, 31 anni, Gioacchino Antonino Di Bella, 60 anni, Giacinto Di Salvo detto Gino, 72 anni, Luigi Di Salvo detto U Sorrentino, 51 anni, Nicolò Eucaliptus detto Nicola, 75 anni, Pietro Giuseppe Flamia detto il Porco, 57 anni, Vincenzo Gagliano, 51 anni, Silvestro Girgenti detto Silvio, 44 anni, Umberto Guagliardo, 26 anni, Rosario La Mantia, 51 anni, Salvatore Lauricella, 39 anni, Pietro Liga, 49 anni, Francesco Lombardo, 59 anni, Francesco Mineo, 61 anni, Gioacchino Mineo detto Gino, 63 anni, Onofrio Morreale, 50 anni, Giuseppe Scaduto, 69 anni, Giovanni Trapani, 59 anni e Giacinto Tutino, 60 anni. Sono 21 tra capi e gregari del mandamento mafioso di Bagheria, ritenuti responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, sequestro di persona, danneggiamento a seguito di incendio.

L’operazione, denominata “Reset 2” e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, è stata avviata nel maggio 2013 e ha consentito di documentare più di 50 estorsioni, “tra questi – raccontano gli investigatori – rientra la drammatica vicenda di un imprenditore edile che aveva iniziato a mettersi “a posto” già negli anni ’90 e di non essere più riuscito a non pagare, vedendosi addirittura costretto per 10 anni a versare 3 milioni di lire al mese alla famiglia del reggente del mandamento mentre era in carcere, oltre a dover pagare al sodalizio mafioso significative percentuali dell’importo degli appalti aggiudicati”. Un’odissea che ha ridotto sul lastrico la vittima costringendola a chiudere l’attività e a vendere la propria abitazione per far fronte alle richieste estorsive.

Dalle indagini è emerso inoltre che gli estorsori hanno chiesto il pizzo anche ad un privato che si era aggiudicato un appartamento all’asta giudiziaria, come se non bastassero i supermercati, negozi, bar, sale giochi e centri scommesse che avevano ormai preso di mira.

Le attività dei militari hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e nelle attività d’intercettazione. “Alcune conversazioni – spiegano – dimostrano come la riscossione del “pizzo”, secondo un consolidato protocollo mafioso di mutua assistenza, fosse un valido strumento per il mantenimento delle famiglie dei carcerati”

“… c’è stata quella mattinata che ci siamo visti … sono rimasti … duemila e cinquecento euro … da Ficarazzi … gli ha detto: “ZU GI’ … se li metta nella cassa …”. “Glieli facciamo avere alla moglie di NINO che può darsi … i giorni di quelli che sono … deve andare a colloquio … cose … devono viaggiare … ” … “buono è … buono è” … quello anzi fa: “Cinquecento euro mettiteli in tasca tu … ” … dice: “Che fai sempre spese” dice: “E duemila euro glieli diamo alla moglie di Nino”. Ho preso questi soldi, me li sono messi in tasca”, da attivare prevalentemente in occasione del Natale e della Pasqua “e per Pasqua c’è stata la stessa cosa … io per qualche quindici giorni ho sentito dire che quella soldi non ne aveva ricevuto … lui doveva portarle duemila cinquecento euro che si è trattenuto … per portarglieli … fino a qualche quindici ..venti giorni dopo io ho saputo che lei soldi non ne aveva ricevuti …”.

 

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Danilo Daquino

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