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Un Paese senza memoria

Un Paese senza memoria
Gennaio 03
13:20 2015

Se c’è una cosa che nelle storie recenti del nostro paese (negli ultimi trenta-quarant’anni su cui si è ultimamente concentrato l’interesse dei miei colleghi, tanto che sto preparando una rassegna delle novità emerse per una rivista storica che, con molti altri amici, dirigo ormai da anni) mi dà fastidio è quell’aneddoto che molte gazzette hanno più volte pubblicato in questi anni, sul bacio rituale che il capo dei corleonesi al potere in Cosa Nostra, Salvatore Riina, soprannominato in maniera irrituale come Totò u curtu, avrebbe dato al sette volte presidente del Consiglio, allora ministro degli Esteri, nell’incontro segreto del 1987 a casa di Ignazio Salvo in base a quelle che furono le rivelazioni del suo ex autista mafioso pentito, Balduccio Di Maggio. Quello che conta non è il bacio (che non sappiamo ancora con certezza se ci fu oppure no) ma la sostanza del colloquio. Che si inserì, senza alcun dubbio, nei rapporti, confermati dalla condanna della Cassazione per complicità con l’associazione mafiosa palermitana tra l’uomo politico democristiano e il rappresentante in carica di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980.

Quella sentenza definitiva (di cui parlai a lungo nel mio libro su La sentenza Andreotti, uscito da Garzanti proprio nel 2001, l’anno del primo ritorno al potere dell’uomo di Arcore) diede per assodati i suoi incontri con il boss Frank Tre Dita Coppola, Tano Badalamenti, Stefano Bontate (due volte per discutere del delitto di Pier Santi Mattarella, presidente allora della regione Sicilia), Nino e Ignazio Salvo e Andrea Mangiaracina, fedelissimo di Riina. Quel colloquio si inseriva nel patto segreto tra mafia e Stato che durava dal 1943 e fino alla metà degli anni Ottanta e, dopo una breve crisi, sarebbe stato rinnovato nel ’92-93, all’indomani delle grandi stragi di Palermo con le trattative aperte da Andreotti e dalla sua corrente siciliana con il Ros e proseguita da personaggi come Marcello Dell’Utri, non a caso condannato proprio per complicità con Cosa Nostra e recluso nel carcere di Parma, lo stesso in cui si trova ora Riina. Ricordo di aver scritto proprio nel 1993 che era impossibile, dopo la sentenza della Suprema Corte, negare che una trattativa ci fosse stata e che essa riguardasse, come è stato successivamente chiarito da altre testimonianze, proprio il regime speciale incardinato con l’articolo 416 bis nelle carceri e a costituire l’oggetto principale del contendere insieme con il pericolo non escludibile di nuovi, rovinosi attentati contro bersagli sempre più ambiziosi.
Del resto con Di Maggio, che parlò il 16 aprile 1993 con i pm Giuseppe Pignatore e Franco Lo Voi e rivelò di aver accompagnato Andreotti a casa di Ignazio Salvo, hanno parlato altri sette collaboratori di giustizia, tutti considerati attendibili: Enzo ed Emanuele Brusca, Calvaruso, Cannella, Cancemi, La Barbera e Camarda. Non è qui il caso di rievocare ancora una volta che l’incontro con Salvo il senatore Andreotti lo ebbe il 20 settembre 1987 ed era nella capitale siciliana per la Festa dell’Amicizia quando scompare dall’hotel Villa Igea dall’ora di pranzo fino alle 18 quando parla nei locali dove si tiene la Festa democristiana.
Altri particolari di quel giorno hanno confermato tutto anche se nel primo grado come in quello di appello i giudici avevano assolto il senatore, condannato alla fine, sia pure con l’inevitabile prescrizione, soltanto nel giudizio finale della Corte di Cassazione. Ma perché si riparla oggi di un episodio che non impedì a Giulio Andreotti, quando alla fine terminò la sua esistenza terrena, di apparire, attraverso la maggioranza dei media come uno dei padri della patria ? Né servì a far davvero luce su quello che Norberto Bobbio aveva definito il “governo invisibile”? Direi che lo abbiamo fatto per sottolineare che non c’è da stupirsi se le nuove generazioni degli italiani-di cui parlano sempre giornali e canali televisivi-appaiono oggi spaesati e incerti. E questo avviene soprattutto perché, come scrisse ai suoi tempi, Alberto Arbasino il nostro è un Paese senza memoria. Un difetto non piccolo, mi pare.

In foto: un frame in cui si mostra il bacio tra Salvatore Riina e Giulio Andreotti nel film “Il Divo”

di Nicola Tranfaglia – tratto da www.antimafiaduemila.com 3 gennaio 2015

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