Telejato

Il figlio di Totò Riina diventa scrittore

Aprile 06
14:13 2016

 

In un articolo sul “Corriere della sera” è stata annunciata la pubblicazione di un libro del figlio di Totò Riina, e tutti  i siti e giornali si sono buttati su questa notizia cercando di cogliere tra le righe e le dichiarazioni, qualcosa che potesse avere un lontano sentore di ravvedimento, l’avvio di un processo di rivisitazione critica della figura del padre. Niente.

“Per me è un orgoglio chiamarmi Riina. È un cognome che mi è stato dato da due genitori capaci di insegnarmi tante cose: i valori, la morale. Io sono onorato di essere figlio di Totò Riina e Antonietta Bagarella”. Contento lui!!! E questo orgoglio continua, serpeggia in tutto il libro: “Io sono orgoglioso di Totò Riina come uomo, non come capo della mafia. Io di mafia non parlo, se lei mi chiede che cosa ne penso non le rispondo. Io rispetto mio padre perché non mi ha fatto mai mancare niente, principalmente l’amore. Il resto l’hanno scritto i giudici, e io non me ne occupo”. Il rampollo di Riina ha le idee chiare: ha conosciuto suo padre come un padre affettuoso e sempre presente ai pasti, un padre con cui condividere eventi sportivi e gli interessa ricordarlo come tale. Il resto è roba da giudici. I morti, le ruberie, la catena di omicidi portata avanti sono cose che non lo riguardano, roba da giudici.

E quindi, udite udite, Salvatore Riina Junior, Salvuccio per gli amici, è diventato scrittore. È ancora presto per dire se supererà la fama di Pirandello. Non è il primo boss o rampollo di boss a darsi alla letteratura: e, come tanti, non lo fa da solo, ma con l’aiuto di qualche giornalista che lo intervista e che spera di fare lo scoop. Chi non ricorda le interviste di Biagi a Buscetta, di Pino Arlacchi a Calderone, (“Gli uomini del disonore”), della figlia di Maurizio Costanzo a Giusi Vitale? (“Ero cosa loro”). In quest’ultimo caso Giusi riferisce le brutalità e i comportamenti criminali dei suoi fratelli, che uccidevano e sgozzavano le bestie per farle sentire l’odore del sangue. Nel caso di Salvuccio no, nessuna incrinatura, nessuna traccia e nessuna ombra nel profilo del padre. Tuttalpiù un eccezionale sangue freddo, ammesso che sia vero, davanti alle immagini dell’omicidio di Falcone e Borsellino. Pur di fare un minimo di carriera o di farsi meglio conoscere alcuni sarebbero disposti a intervistare anche il diavolo. Si associa a loro naturalmente anche l’editore che, in tempi come questi, in cui nessuno legge più, spera, usando uomini e storie di cosa nostra, che ancora vendono bene, di risollevare le sorti delle sue edizioni. E così gente che speravamo finita nella pattumiera della storia, emeriti PDM di cui non avevamo più voglia di sentir parlare, rispuntano attraverso l’utile idiota che regge loro il moccolo, o, se non a loro, come nel nostro caso, al figlio, che non racconterà di suo padre, come di un delinquente, ma ne presenta l’immagine idilliaca ed esemplare. Altro che belva! E la mafia? non c’è, o se c’è “è cosa dei magistrati”. A Salvuccio non interessa: egli ha pagato il suo debito con la giustizia, è stato in carcere per otto anni e dieci mesi, quando è stato liberato è tornato a Corleone, dove è stato accolto con una scritta in un muro: “benvenuto Totuccio”, ma, dopo che il sindaco Iannazzo ha detto che non era gradito, se n’è andato a Padova, dove, dall’aprile 2012 è in regime di sorveglianza speciale, deve cioè giornalmente andare a mettere la firma in caserma. Lo scrittore rampollo ha ormai 39 anni e, tenuto conto che quando il padre è stato arrestato, nel 1993, egli aveva allora 19 anni, qualcosa, guardandosi attorno, avrebbe dovuto certamente capirla, anzi diciamo pure che la capiva benissimo. Egli dice di non essersi mai accorto di niente, si ricorda solo degli alti valori morali con i quali è stato educato e quindi, a noi poveri mortali e malpensanti, non rimane che una sola possibilità, Non comprare questo libro: ci sono scritte solo minchiate.

Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.