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«Binnu tradì Riina»

«Binnu tradì Riina»
Dicembre 14
22:38 2014

Il pentito Cannella: «Bagarella mi disse che Provenzano era “sbirro”»

Il rapporto con il boss corleonese Leoluca Bagarella era speciale. Tullio Cannella, ex imprenditore vicino a Cosa nostra e oggi pentito, ascoltato  in Corte d’Assise al processo sulla  trattativa Stato-mafia, lo ammette. «Con Bagarella – spiega, rispondendo al pm Francesco Del Bene – parlavamo anche dell’andamento dei mercati e dei fatti politici. Era sempre informato. Per me Bagarella fu un amico, rappresentò una garanzia, una soluzione ai problemi che avevo coi fratelli Graviano che mi volevano uccidere per un debito che non era neppure mio. Probabilmente ora non sarei qui a parlare se non si fosse interessato Bagarella». Cannella lo conobbe nella primavera del ‘93. Gli mise a disposizione un appartamento. «Totò Riina – continua – fu arrestato, mi disse Bagarella, non grazie alla collaborazione di Balduccio Di Maggio, ma perché Bernardo Provenzano aveva fatto una soffiata ai carabinieri. Mi disse pure che, dopo la cattura, andò nella villa-covo di via Bernini del cognato che trovò aperta e intatta. “L’amico mio forse sa qualcosa”, mi disse riferendosi a Provenzano, “uno sbirro”, diceva, per i suoi rapporti con i carabinieri. Sospettava anche di Vito Ciancimino, che io conoscevo molto bene. Bagarella, invece, è un uomo tutto d’un pezzo, vecchio stampo e non avrebbe mai avuto contatti con un appartenente alle forze dell’ordine». È a Cannella che Bagarella si rivolge quando, alla fine del ‘93, decide di fondare “Sicilia Libera”, partito collegato a Cosa nostra e con obiettivi separatisti. «Lui – ricorda – era sfiduciato nei confronti della vecchia politica, della Dc che per decenni aveva avuto forti connivenze con Cosa nostra, ma anche del Partito socialista». “Sicilia Libera” viene, però, stoppata. «Intorno alla fine del 1993 – dice Cannella – Bagarella venne a sapere che Silvio Berlusconi stava preparando una sua discesa in campo. Forza Italia si sarebbe interessata di risolvere alcuni problemi che stavano a cuore a Cosa nostra, come il 41 bis e la legislazione sui pentiti. Per questo motivo alle Politiche del 1994 Cosa nostra votò i candidati di Forza Italia».

 

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Fabio Bono

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