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Beni sequestrati, trasferiti i colleghi della Za Silvana: Licata e Chiaramonte

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Sono accusati di concorso in corruzione e abuso d’ufficio. Si tratta di Fabio Licata e Lorenzo Chiaramonte, colleghi della Za Silvana alla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei beni sequestrati alla mafia.

Come apprendiamo da La Repubblica, per i due magistrati è arrivato il momento di lasciare Palermo:

Entrambi, dopo l’avvio della procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale da parte della Prima Commissione del Csm, avevano chiesto di essere destinati subito ad altra sede. E oggi dalla Commissione è arrivato il primo via libera alla loro richiesta. Per Licata – che è accusato di aver adottato provvedimenti per aumentare i compensi dell’ingegnere Lorenzo Caramma, marito di Saguto e consulente di un amministratore giudiziario – il sì dei consiglieri ha riguardato Messina, l’unica sede tra quelle indicate fuori dal distretto giudiziario di Palermo. Una sorte che invece non è toccata a Chiaromonte trasferito a Marsala, forse per la contestazione meno grave che gli muovono i pm nisseni, quella di non essersi astenuto in una procedura nonostante ricorressero ragioni di opportunità. Perché il trasferimento dei due giudici – che davanti al Csm hanno negato gli addebiti – diventi effettivamente operativo occorrono altri due passaggi, ritenuti pacifici: il sì di un’altra Commissione, la Terza, e quello del plenum di Palazzo dei marescialli. Giovedì prossimo invece la Commissione procederà al deposito degli atti per Tommaso Virga, l’unico dei giudici coinvolti nell’inchiesta ( per lui l’accusa è induzione indebita) a non aver chiesto il trasferimento ‘in prevenzione’. Un passo che prelude alle imminenti conclusioni della Commissione, che tra dieci giorni deciderà se chiedere al plenum il trasferimento d’ufficio o l’archiviazione. La Commissione starebbe già maturando un orientamento favorevole all’archiviazione invece per il pm della Dda di Palermo Dario Scaletta, accusato di rivelazione di segreto d’ufficio, perché secondo la procura di Caltanissetta avrebbe informato Licata e Chiaromonte della trasmissione da Palermo a Caltanissetta del fascicolo alla base dell’inchiesta.

Davanti al Csm Licata ha negato di aver fornito alcun tipo di informazione, ricordando soltanto una riunione in procura in cui si parlò di quel procedimento. Una circostanza confermata oggi dal procuratore aggiunto di Palermo Dino Petralia, ascoltato dalla Commissione. Sempre giovedì prossimo (ma è probabile uno slittamento) la Commissione potrebbe fare il punto sulla posizione del presidente della Sezione Misure di prevenzione del tribunale di Roma, Riccardo Muntoni, a cui Saguto sollecitò la nomina di suo marito quale coadiutore nelle amministrazioni giudiziarie; si tratta di decidere se avviare anche nei suoi confronti la procedura di trasferimento d’ufficio.

Lo storico Lupo: “Diffidare dei magistrati che si circondano di folla plaudente”. “Se le imprese della nostra regione sono così colluse con la mafia, allora trovare imprenditori puliti non è facile. E un patrimonio confiscato reso disponibile a persone che sono tecnici e magistrati crea una situazione da socialismo reale, per cui facilmente le imprese confiscate vanno in rovina e facilmente c’è chi se ne approfitta. Serviranno delle leggi rigide moralmente ed efficaci economicamente, e questo francamente non è facile”. Lo ha detto lo storico Salvatore Lupo intervenendo alla conferenza “Le mafie e l’antimafia ieri e oggi. L’evoluzione di Cosa nostra e dell’Ndrangheta” organizzata dal centro Pio La Torre al cinema Rouge et noir di Palermo. “Bisogna diffidare – ha aggiunto Lupo rivolgendosi alla platea di studenti che avevano fatto delle domande sui beni confiscati e l’antimafia – di chi troppo insiste sul tasto retorico e dei magistrati che si circondano di folla plaudente. La folla plaudente non è il luogo dei magistrati”. All’incontro sono intervenuti anche l’economista Franco Garufi e lo storico Enzo Ciconte, che ha contestato la scelta di Reggio Calabria come sede centrale dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati “fatta per ragioni politiche”, ha detto.

“C’è una confusa e crescente domanda di moralità – ha continuato Lupo – che non necessariamente imbarca soggetti morali in grado di combattere la mafia. Ne sono stati esempi, finora, l’onorevole Salvatore Cuffaro, ancora in carcere con l’accusa di avere favorito l’organizzazione mafiosa e che ha vinto la sua campagna elettorale al grido “la mafia fa schifo”, o i magistrati che hanno provato a costruirsi una carriera, anche politica, con le inchieste sulla mafia.  

Altri esempi di questa contraddizione provengono dalla ricerca della fondazione Res coordinata da Rocco Sciarrone – ha aggiunto Lupo – dalla quale emerge che le ditte palermitane più colluse con cosa nostra hanno fatto parte di associazioni antiracket. Questo dimostra che non basta definirsi antimafia per essere al livello delle necessità di pulizia della nostra società. A 25 anni dalle stragi bisogna restituire la dialettica dei poteri reali, non esistono intoccabili”.

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Redazione

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