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Arrestato per riciclaggio Giampietro Manenti, patron del Parma calcio

Arrestato per riciclaggio Giampietro Manenti, patron del Parma calcio
Marzo 18
09:52 2015

La Guardia di finanza ha eseguito 22 custodie cautelari. Tra i reati contestati il peculato e il nuovo delitto di autoriciclaggio, con l’aggravante del metodo mafioso. Arrestato anche Giampietro manenti, patron del Parma calcio, per reimpiego di capitali illeciti.

“GFB-OCULUS” dalle prime ore della mattina i Finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma stanno eseguendo una vasta operazione delegata dalla Procura della Repubblica della Capitale, con l’arresto di 22 persone per reati di peculato, associazione a delinquere, frode informatica, utilizzo di carte di pagamento clonate, riciclaggio ed autoriciclaggio aggravato dal metodo mafioso e l’esecuzione di oltre 60 perquisizioni su tutto il territorio nazionale.

Due i diversi filoni investigativi seguiti dalla Procura della Repubblica di Roma.

Il primo filone, denominato “GFB”, ha fatto luce sull’opaca gestione di un fondo di oltre 24 milioni di euro stanziato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per la liquidazione coatta amministrativa di una “Gestione Fuori Bilancio” denominata “particolari e straordinarie esigenze anche di ordine pubblico della Città di Palermo”, istituita nel 1988 per realizzare alcune urgenti opere di urbanizzazione in Sicilia.

In sintesi, nel 2003 la “Gestione Fuori Bilancio” fu posta in liquidazione coatta amministrativa ed affidata ad un Commissario Liquidatore, il commercialista romano Stefano NANNERINI, che ha così potuto amministrare, tramite apposito conto corrente, l’ingente somma assegnata dal M.E.F. per la gestione delle attività liquidatorie.

Gli accertamenti condotti dalla Guardia di Finanza hanno consentito di accertare che quella somma, tuttavia, è stata nel tempo utilizzata da Nannerini per ragioni del tutto estranee alle finalità pubbliche, essendo stata in gran parte destinata a favoredi persone fisiche o giuridiche a lui riconducibili. In particolare, è emerso che circa 13 milioni di euro sono stati dirottati, oltre che su alcuni conti correnti personali, anche verso società che aveva nel frattempo costituito e che hanno impiegato tali risorse finanziarie per avviare attività economiche nel settore delle energie rinnovabili in provincia di Catanzaro, ove hanno realizzato un parco fotovoltaico ed un impianto di produzione di energia elettrica a biomassa.

Altri 6 milioni circa di euro sono stati invece accreditati su conti correnti di società collegate a Maurizio Antonio Persico, funzionario in servizio preso la Ragioneria Generale dello Stato, ed al fratello Gianfranco Pasquale Persico, consulente finanziario, mentre sono ancora in corso ulteriori approfondimenti sui destinatari della rimanente parte dei fondi.

Queste appropriazioni illlecite di denaro pubblico, sono state perpetrate per quasi dieci anni, e sono state dimostrate anche per la mancata attività di controllo che avrebbe dovuto esercitare un Comitato di Sorveglianza appositamente nominato per vigilare sulla liquidazione coatta amministrativa della “Gestione Fuori Bilancio”. Di tale Comitato faceva parte anche Domenico Mastroianni, sino allo scorso novembre Ispettore Generale Capo di Finanza della Ragioneria Generale dello Stato oggi in pensione.

Oltre che per Nannerini, i due fratelli Persico e Mastroianni, gli arresti sono stati disposti anche per Giuseppe Cavalluzzo, dirigente della Ragioneria Generale dello Stato in servizio quale Direttore dell’Ufficio XIV dell’Ispettorato Generale di Finanza, con competenze in materia di coordinamento delle attività di liquidazione degli enti soppressi.

Il secondo filone investigativo, denominato “OCULUS” e scaturito dalle indagini sulla Gestione Fuori Bilancio prima descritta, ha consentito di individuare una pericolosa organizzazione criminale dedita alla commissione in Italia ed all’estero di reati di frode informatica, utilizzo di carte di pagamento clonate, reimpiego di capitali di provenienza illecita, riciclaggio e, per la prima volta dalla sua introduzione nel panorama giuridico italiano, del delitto di autoriciclaggio, peraltro aggravato dal metodo mafioso.

In particolare, l’associazione è risultata articolata, sotto il profilo strutturale, in due gruppi distinti per competenze tecniche (informatiche e finanziarie), fortemente interconnessi anche grazie all’opera di collegamento costantemente disimpegnata da alcuni compartecipi (Giuseppe Caudullo, nato in provincia di Catania e residente a Roma, Luciano Cecchini, domiciliato a Nettuno, e Massimo Sannino della provincia di Napoli): da un lato i catanesi Giuseppe Costanzo e Gianluca Cirnigliaro, il romano Rodolfo Cernuto ed il cittadino rumeno Boveanu Constantin Marius, ai quali, in ragione delle loro elevatissime capacità informatiche, era demandato il compito di accedere a server di istituti di credito ed acquisire illecitamente capitali sotto forma di “moneta elettronica”, atteggiandosi a veri e propri hacker informatici; dall’altro il calabrese Paolo Ranieri, il siciliano Giuseppe Trigilio, il milanese Angelo Dionigi Augelli ed i torinesi Adelio Zangrandi, Roberto Lorenzato e Massimo Carpignano, ai quali, in ragione delle loro competenze finanziarie, era assegnato il compito di gestire i capitali illecitamente acquisiti, trasferendoli da banca a banca ed inserendoli in circuiti finanziari apparentemente legali, con l’unico fine di renderli successivamente disponibili a tutti i consociati secondo percentuali di remunerazione prestabilite.

Lo schema illecito sviluppato dall’organizzazione prevedeva tre distinti passaggi. La prima fase consisteva nell’acquisizione della “moneta elettronica” da parte del gruppo degli hacker, i quali accedevano abusivamente a piattaforme informatiche di primari istituti bancari e sottraevano somme di denaro mediante il loro trasferimento su carte di credito clonate ovvero su posizioni bancarie estere controllate dall’organizzazione stessa.

La seconda fase era rappresentata dall’invio del denaro illecitamente acquisito su conti intestati a fondazioni-enti di beneficienza nella disponibilità dell’associazione criminale, a titolo di apparente donazione anonima. Tale fase “operativa”, in cui entrava in scena la componente “finanziaria” della consorteria criminale, si concretizzava nello “scarico” delle somme presenti sulle carte di credito clonate mediante l’utilizzo di appositi apparecchi POS collegati a posizioni bancarie riconducibili alle fondazioni ovvero attraverso le procedure per l’effettuazione di “donazioni” on line. Le somme acquisite mediante intrusione nei server di istituti di credito, invece, venivano direttamente trasferite sui conti correnti della fondazione di cui l’organizzazione aveva la disponibilità.

La terza ed ultima fase, infine, si sostanziava nella restituzione delle somme inviate secondo modalità prefissate, che prevedevano: l’effettivo trattenimento di una parte dei capitali “donati” da parte della fondazione ricevente; la remunerazione, in termini percentuali rispetto ai capitali inviati, della componente “finanziaria” e degli altri membri dell’organizzazione intervenuti; la retrocessione della residua parte del denaro al gruppo degli hacker.

Tra le svariate operazioni realizzate dall’associazione criminale, due sono risultate particolarmente significative.

La prima si è intrecciata con le recenti vicende economiche e societarie del Parma F.C. e del suo nuovo Presidente Giampietro Manenti. In sintesi, nel corso delle indagini è emerso come Manenti, al fine di reperire risorse per far fronte alla situazione di deficit finanziario del PARMA, si sia rivolto ad Angelo Dionigi Augelli, il quale, coinvolgendo altri membri dell’organizzazione criminale, ha avviato in accordo con il Manenti una serie di tentativi di “scarico” di ingenti somme di denaro provento di frodi informatiche e giacenti su carte di pagamento frutto di clonazione nelle casse della società sportiva, quale corrispettivo per simulati acquisti di biglietti e di merchandising del PARMA o comunque a titolo di apparente sponsorizzazione.

La seconda operazione, invece, che ha riguardato il solo gruppo degli hacker, si è caratterizzata per la presenza, tra i vari attori, di soggetti contigui alla criminalità organizzata calabrese. In particolare, le attività investigative hanno permesso di accertare che, a seguito di un’incursione informatica nei server di una banca svizzera, la componente “tecnica” dell’associazione criminale ha trasferito 5 milioni di euro a favore di una società spagnola riconducibile ad un commercialista di Grosseto, Guido Adriano Tori. Tale operazione è risultata intermediata da Michele Fidale e Ilario Ventrice, entrambi nativi della provincia di Reggio Calabria e con precedenti per associazione di tipo mafioso.

Proprio in tale contesto, il gruppo degli hacker ha manifestato un notevole spessore criminale. Infatti, è ripetutamente emerso che lo stesso, in occasione di alcune difficoltà che hanno determinato il mancato o ritardato pagamento delle somme pattuite, ha fatto ricorso a metodi intimidatori tipicamente mafiosi, sostanziatisi in fortissime pressioni e minacce all’indirizzo di quanti venivano considerati responsabili delle problematiche occorse.

Congiuntamente ai 22 arresti (di cui 21 in carcere ed uno ai domiciliari), i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma hanno eseguito 65 perquisizioni in tutta Italia.

L’operazione si connota per essere il primo caso in Italia di applicazione della custodia cautelare in relazione al nuovo delitto di autoriciclaggio, introdotto a far data dal 1° gennaio 2015


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