Telejato

Pino Maniaci, da eroe a criminale

Pino Maniaci, da eroe a criminale
luglio 11
11:26 2017

L’articolo di Antonio Ingroia, avvocato difensore di Pino Maniaci insieme a Bartolo Parrino, pubblicato sul magazine n.25 de “I Siciliani Giovani”, in edicola (vedi QUI il punto vendita più vicino a te).

Diciamolo pure, Pino Maniaci se l’è cercata. Da eroe dell’informazione, stimato e apprezzato in tutto il mondo per le sue inchieste, poteva tranquillamente starsene seduto a una scrivania a godersi la meritata fama, saltando magari da un salotto televisivo all’altro, come tanti giornalisti titolati, pronti talvolta anche a rinnegare se stessi per restare ben dentro al giro che conta. Con la sua storia, con la sua vita da romanzo, con la sua faccia da personaggio del Commissario Montalbano, Pino poteva permetterselo. Nessuno gli avrebbe detto niente, nessuno gli avrebbe potuto dire niente: il diritto di godersela se l’era guadagnato sul campo. E invece no. Lui non si è voluto fermare, ha preteso di continuare a fare quello che ha sempre fatto – e fatto bene – da quando ha preso in mano Telejato, e cioè denunciare il marciume diffuso che inquina e corrode la Sicilia. Era ovvio che prima o poi gli avrebbero presentato il conto e così è stato.

E allora Pino è colpevole: colpevole però non del reato di estorsione, come sostiene la procura di Palermo con un’accusa fondata sul nulla, ma di aver dato fastidio a troppe persone con le sue inchieste, con il suo lavoro quotidiano di cronista di strada, con il suo telegiornale libero, sempre pronto a denunciare il malaffare e il potere criminale in tutte le loro sfaccettature e ovunque annidati. È colpevole ed è anche indifendibile, perché nonostante ripetuti avvertimenti non ha voluto farsi i fatti propri, perché ha deciso di non voltarsi dall’altra parte per non vedere, come pure prescrive l’antica, diffusa e purtroppo ancora oggi troppo rispettata legge dell’omertà.

Ha continuato a fare lo scassaminchia, senza guardare in faccia a nessuno, che si trattasse di Matteo Messina Denaro o di intoccabili colletti bianchi, denunciando tanto gli affari di mafia quanto gli interessi convergenti di amministratori locali, pezzi di magistratura, prefetti, professionisti a vario titolo. Come quelli al centro dell’indagine della procura di Caltanissetta sulla gestione dei beni confiscati, uomini e donne di Stato solo sulla carta, ma in realtà al servizio di se stessi, di amici, di parenti. È tutto scritto negli atti dell’inchiesta nissena, un’inchiesta partita solo dopo la denuncia di Telejato, ed anche grazie ad essa: Pino ha sentito puzza di marcio e da buon giornalista è andato a indagare, svelando il sistema Saguto-Cappellano Seminara. Non mafiosi, ma colletti bianchi. E per questo stavolta c’è chi ha deciso di fargliela pagare.

C’era bisogno di togliersi di torno lo scassaminchia ed il modo è stato trovato. C’era bisogno di creare un mostro da copertina, per picconare e delegittimare l’Antimafia tutta, ed il mostro è stato sbattuto in prima pagina. Pochi hanno ritenuto di approfondire, di leggersi le carte, di capire quanto ci fosse di vero e quanto invece di ricamato nell’accusa di estorsione, perché poi di questo si tratta. Gli altri hanno visto e hanno voluto vedere nel video confezionato ad arte dai carabinieri, e passato alla stampa come la prova regina, la pistola fumante in mano a Pino. Che così è stato subito crocifisso e processato mediaticamente, con superficialità e approssimazione, e condannato con una sentenza inappellabile. Si è data per buona la tesi della procura, in una dimostrazione di sconcertante conformismo. Prima ancora, ovviamente, che iniziasse il processo vero, quello in tribunale, cominciato qualche settimana fa nel disinteresse generale dei mezzi d’informazione. Tanto rumore prima, il silenzio poi. In Italia del resto funziona così, lo sappiamo. Fuori, invece, si è scomodata persino la CNN, per cercare di capire qualcosa in una vicenda per tanti versi surreale. Ora però siamo in tribunale, dove conteranno le prove e non le suggestioni, e sono sicuro che in tribunale emergerà la totale estraneità di Pino alle accuse che gli sono contestate. Anche se, purtroppo, ci vorranno anni per avere una sentenza. Così va la giustizia. Oggi, soprattutto.

Ma, andiamo con ordine. Perché un ex PM della Procura di Palermo come me ha deciso di difendere, oggi da avvocato, Pino Maniaci, andando contro i magistrati del suo ex-ufficio? Perché sono convinto totalmente dell’innocenza di Pino e dell’ingiustizia inusitata che è stata usata contro di lui. Tante sono le cose che non tornano in tutta la vicenda, troppe le stranezze. Vale la pena riepilogare: l’accusa è di estorsione nei confronti dei sindaci di Borgetto e Partinico e di un ex assessore di Borgetto. Ai sindaci Pino avrebbe promesso un trattamento di favore da parte di Telejato in cambio di soldi. Per quanto? Per meno di 400 euro. Estorsione in saldi, evidentemente. Mancano però le prove. Non c’è una minaccia, condizione necessaria per configurare l’estorsione. Non c’è la promessa di un cambio di linea editoriale, di un ammorbidimento nei servizi giornalistici verso i sindaci. Ci sono solo una richiesta di acquisto di magliette a un assessore di Borgetto che lo stesso GIP di Palermo ha ritenuto non costituisse estorsione e una richiesta di denaro al sindaco di Borgetto già ampiamente spiegata: la moglie del sindaco ha un negozio per il quale aveva acquistato spazi pubblicitari su Telejato, costo al mese 300 euro più Iva. Cioè 366 euro. Quelli che vengono appunto chiesti al sindaco insieme a 100 euro di una rata precedente non ancora saldata. Tutto qua. Dove sarebbe l’estorsione? Secondo la legge penale, per configurarsi il reato di estorsione, occorrono due elementi essenziali: la minaccia e la costrizione a pagare per effetto della minaccia. E qui dove sono le minacce? Non ce n’è nemmeno traccia, e tantomeno c’è traccia di prova che Maniaci abbia “costretto” alcuno a dargli denaro sotto minaccia. L’accusa più spregevole che Maniaci ha subito è quella di avere strumentalizzato la sua attività giornalistica per ricattare. E qui non c’è un’ombra di prova che sia mai successa una cosa del genere. Anzi, c’è la prova del contrario, e cioè che le dazioni di denaro, del tutto legittimamente imputabili a diritti pubblicitari, non hanno avuto alcuna incidenza sulla sua attività giornalistica, tanto che Maniaci ha continuato ad attaccare e criticare anche coloro i quali gli avevano dato legittimamente delle somme di denaro, ovviamente in modo del tutto indipendente dalla sua attività giornalistica.

Non solo. Pino è stato accusato di minacciare il sindaco di Borgetto, di spaventarlo con la notizia che il Comune sarebbe stato sciolto per mafia. Un bluff, secondo l’accusa, studiato a scopo estorsivo. Ebbene, il tempo sa essere galantuomo e così qualche giorno fa il Comune di Borgetto è stato effettivamente sciolto per infiltrazione mafiosa, a conferma che Pino non si era inventato nulla, che aveva ragione sulle collusioni con Cosa nostra all’interno dell’amministrazione e che aveva semplicemente pensato bene di avvisare il sindaco affinché facesse quanto prima pulizia all’interno del suo Comune, liberandosi di quelle presenze mafiose che hanno portato poi allo scioglimento. Nessun reato, semmai fiuto giornalistico. Fosse stato qualcun altro, sarebbe stato celebrato come un grande giornalista e come un esempio di impegno civile. Trattandosi di Pino Maniaci, è stato rinviato a giudizio per estorsione. Così funziona in Italia.

In ogni caso, tutte le presunte prove ed intercettazioni strombazzate in TV e sui giornali nazionali si sono rivelate del tutto irrilevanti penalmente. Eppure Pino è stato prelevato a casa sua in piena notte e portato in caserma insieme a dodici sospetti mafiosi, e insieme a questi sospetti mafiosi si è voluto che fosse processato. Come se fosse uno di loro. Rilievi penali non ce ne sono, lo dico ovviamente da avvocato difensore ma anche da ex magistrato con 25 anni di esperienza. E allora si è messo sotto accusa persino il linguaggio di Pino, come se fosse una colpa il suo non essere esattamente un accademico della Crusca. Del resto chi lo conosce sa com’è e come parla: modi diretti, anche ruvidi, diplomazia zero, ogni dieci parole due parolacce. È reato questo? Lo è evidentemente per i tanti falsi moralisti sempre pronti a emettere sentenze, quelli che insieme ai colpevolisti senza prove e ai professionisti del voltagabbana si sono subito iscritti alla gara di lancio del fango, attaccando Maniaci con una campagna denigratoria di inaudita violenza e con un accanimento pari solo alla prudenza con cui si erano invece tenuti alla larga dall’approfondire il sistema Saguto denunciato per prima da Telejato. Maniaci, uomo della TV, è stato giustiziato sui media avvalendosi di un’arma mediatica, un video confezionato a bella posta per i TG di tutta Italia, montando in modo capzioso e con finalità calunniatorie immagini e intercettazioni del tutto irrilevanti. E non meno vigliacchi sono stati certi silenzi, perché quando Pino l’eroe è stato trasformato in Maniaci l’estortore, tanti ‘amici’ (con virgolette doverose) si sono dileguati, sono spariti. Torneranno magari quando tutto sarà finito, per dire che non avevano mai creduto alle accuse, che erano sempre stati convinti si trattasse di una montatura. Anche questo è un classico. Ma la colpa è di Pino. Doveva continuare a prendersela solo con i mafiosi con coppola e lupara, lasciando perdere il resto. Gli avrebbero perdonato persino le parolacce. Ha voluto fare diversamente, così impara. È una sorte che è toccata a lui come ad altri. Ed anche io ne so qualcosa. Ma Pino, così come pochi altri, è un irriducibile. Per fortuna. Grazie, Pino.

Articolo di 

Antonio Ingroia
Antonio Ingroia

Avvocato, giornalista, ex pm antimafia e politico italiano. Legale di Pino Maniaci insieme a Bartolo Parrino


Tratto dalla rivista n.25 de “I Siciliani Giovani” dal titolo “Giornalisti”