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Commozione in Parlamento

Commozione in Parlamento
dicembre 24
15:08 2015

 

Di tutto e di più abbiamo letto ed ascoltato sulla vergognosa vicenda di banche e banchieri “salvati” dal governo Renzi.

Di Gianfranco Becchina

La ricostruzione dei fatti, però, lascia molto perplessi in quanto alla correttezza dei dati forniti dall’entourage governativo; ultimi in ordine di tempo quelli della signora ministro Boschi nel corso del suo intervento “anema e core”, nonché esemplare nella recitazione di amor filiale, tenuto nell’aula del Parlamento. Una volta, però, superata la commozione e asciugate le nostre copiose lacrime con un candido clinex, dopo che alla Comunicanda è stato impartito dall’assemblea il sacramento senza confessione, non si può fare a meno di soffermarsi sulla discutibile trasparenza di tutto l’affare. Detto velocemente, prima di passare al refrain del presidente Renzi di cui dirò dopo, la signora ministro non ci fa capire nulla delle attitudini professionali del proprio genitore prima che costui ricoprisse, carica dopo carica, il prestigioso ruolo di vicepresidente della banca colabrodo, in concomitanza, grosso modo, con i successi politici di se stessa in qualità di figlia; la Ministra, inoltre, non ci informa sull’ammontare degli emolumenti percepiti dal padre nel corso della sua lunga carriera di rappresentanza nella banca, e tantomeno sulla destinazione finale degli stessi, limitandosi a parlare del valore irrisorio e irrecuperabile delle azioni sottoscritte da tutta la famiglia.

Proprio qui, direi, casca l’asino, dal momento che trovo inverosimile una così modesta sottoscrizione da parte dell’intera famiglia di un addetto ai lavori interno alla banca.

Mi dispiace, ma tendo a credere che, essendo ormai incombente l’esplosione del  dissesto, il miserando acquisto altro non abbia rappresentato che una operazione di pura e semplice facciata del tipo: mettiamoci qualche soldino anche noi in modo da poter dimostrare nel momento dell’inevitabile disastro che siamo stati i primi a rimetterci. Dispendio abbastanza micragnoso, dunque, comparato a quello ben più consistente dei gonzi turlupinati a go go. E su questa recitazione farei il Muzio Scevola. Il presidente Renzi, invece, da parte sua dovrebbe spiegare meglio la storiella, sin troppo ripetuta, che col decreto “salva banche” sono stati salvati milioni di conti correnti.

Che vuole intendere, di grazia? Che si tratta di conti con saldo a credito del cliente, oppure con saldi a debito? Sarebbe utile sapere quanti sono gli uni e quanti gli altri. Questo perché quelli a debito – e con i tempi che corrono saranno sicuramente tanti  (anche qui imiterei Scevola) – rappresentano una dotazione di fondi caduta dal cielo per la banca subentrante che, nella continuazione del rapporto, avrà la titolarità del credito a tutti gli effetti. Come se non fosse bastato il già considerevole valore rappresentato dalla capillarità degli sportelli nel territorio. E, a proposito del valore di quest’ultimi, in quale ammontare è stato calcolato?

Siamo sicuri che nella valutazione non ci sarebbe stato spazio per farsi carico delle perdite dei risparmiatori truffati? E la stessa cosa non dovrebbe valere per i tanto esaltati milioni di conti correnti plausibilmente suscettibili, quelli a debito, di una destinazione agli aventi diritto in quanto patrimonio del fallimentare bilancio precedente? Ripeto il quesito: qual è l’ammontare dei saldi dei conti correnti debitori dei quali sta disponendo la subentrata nuova banca? E quale reale titolo ha quest’ultima per appropriarsene pur in presenza di creditori, sottoscrittori nella fattispecie?

Che significa tutto questo? Che gli attivi non contano, mentre le passività se le piange il solito fesso? Abbiamo capito perché le banche non possono fallire: non si deve poter applicare loro il diritto fallimentare!


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