Telejato

Una parola è troppo e due sono poche/2

Una parola è troppo e due sono poche/2
giugno 29
10:20 2019

Non si può tacere e accettare che il figlio di un boss, a sua volta condannato in passato, e che non solo non ha mai rinnegato il padre ma lo ha sempre esaltato possa continuare ad avere certi atteggiamenti da vip social.

Un carissimo amico di Alexander Langer disse che, davanti ad un uditorio di ragazze e ragazzi, avrebbe invitato a stampare “il suo viso serio e gentile sulle loro magliette” e ad andare incontro agli altri “con il suo passo leggero”. Negli ultimi lustri tantissime volte ho acquistato, e altrettante ho venduto in occasione di feste, manifestazioni, eventi, raccolte di solidarietà, magliette con i messaggi e in sostegno alle cause più diverse. Alcune ormai hanno il segno del tempo che passa, ma le indosso ancora con orgoglio. E spero di poterlo fare ancora per tantissimi anni. Perché le magliette possono essere veicolo dei messaggi più diversi, occasione di solidarietà e umanità, portare con sé le massime aspirazioni della vita. Piccoli gesti con i quali esprimere la propria voglia di impegnarsi per lasciare questo mondo, quando sarà, un po’ migliore e più giusto (se possibile) di come l’abbiamo lasciato. Se mi venisse chiesto chi vorresti su una maglietta da acquistare, il viso di Alexander lo vedrei benissimo. Come vedrei quello di Pino Puglisi, Peppe Diana, Peppino Impastato, Rita Atria, Giancarlo Siani e tantissime e tantissimi altri. O, e sarebbe un messaggio ancor più forte, di tanti coraggiosi viventi. Mi piacerebbe molto esprimere anche con la maglietta che indosso sostegno ad un maestro di giornalismo come Nello Trocchia o Antonio Musella, croniste più che straordinarie come Amalia De Simone o Fabiana Pacella (la cui storia invito tutti a scoprire). O, magari, quello di uno dei tantissimi eroi sconosciuti dei nostri quotidiani. Un’insegnante che riesce a trasmettere ancora valori e ideali ai propri studenti, anche nelle periferie più difficili. Quello di un Maurizio Patriciello o di un Paolo De Chiara. Di un infermiere, di un operaio dell’ILVA o di qualche cantiere edile, di una persona che quotidianamente offre tutto se stesso in un ospedale o in una casa di riposo, in una mensa per poveri o in un consultorio. In questo periodo dell’anno, a cavallo tra l’anniversario del 23 maggio e quello del 19 luglio 1992, il volto indignato e determinato di Salvatore Borsellino o della “mia” associazione antimafie Rita Atria. O, massimo simbolo, Falcone e Borsellino. Ecco, oggi loro sono tra i nostri fari. Loro dovremmo portare sulle nostre magliette, orgogliosi e pronti a seguire il loro esempio. Perché la commemor-azione se non è azione non è.

Vedere, addirittura all’asta, il volto trionfante e guerriero di chi ha offeso Falcone, di uno che ha detto al telefono irritato “a questa cosa gli appizzano ancora le corone”, orgoglioso e sbandieratore della propria famiglia mafiosa – lui, il cui padre fu tra i mandanti delle stragi del 1992/1993 – indigna, scatena nausea, vergogna e inorridimento. Questo post s’intitola “una parola è troppa e due sono poche” perché riprende, aggiornate a quanto accade in queste ore, quanto scrissi già qui. E lo ribadisco, perché 25 giorni dopo l’anniversario della strage di Capaci, 32 giorni prima dell’anniversario della strage di Via D’Amelio, scoprire l’asta della maglietta da lui indossata, e ora anche autografata, del figlio di Totò Riina purtroppo ospite del mio paese di origine, impone di farlo. Perché ci sono momenti in cui tacere è impossibile, in cui il cuore e l’anima pretendono. Ed è più forte di tutto il resto farli vincere, ci si farebbe schifo da soli e non ci si potrebbe guardare allo specchio. Ma su questo tornerò magari nei prossimi giorni. Sul libro, sul fatto che si stia preparando ad uscire con un secondo libro, su quello che scrive su face book e ha dichiarato persino a Porta a Porta, le considerazioni del post di maggio valgono pari pari. Viviamo in una società di ipocriti farisei dove un bacio può far più scandalo dei colletti bianchi, dove farebbe schifo avere accanto una ex prostituta (e qua ci sarebbe da ricordare un monumentale don Gallo nel primo anniversario della morte di Faber) o un barbone. E dovrei accettare di condividere le stesse strade, accettare che sia vezzeggiato e accettato, che qua possa continuare a scrivere quello che scrivere o addirittura a vendere fotografie e magliette con la sua facciaccia (manco fosse una star) con uno come sta cosa (termine adatto per lui, altro che per Falcone che non dovrebbe neanche avere l’ardire di nominare…)? Col cazzo!!!

E, come già scrissi a maggio, la questione giudiziaria e l’aver finito di scontare le pene, non cambia nulla. I parenti di hitler, moltissimi anni fa, nonostante loro fossero veramente innocenti dei crimini del terzo reich, decisero per la vergogna tutti insieme di non fare più figli per cancellare dalla faccia della terra quel cognome. Lui è stato in carcere per responsabilità sue, sbandiera ancora trionfante i suoi genitori (padre soprattutto) e mai, mai e poi mai ha preso le distanze dalla mafia. Racconta la favoletta di un padre “amorevole”,  dice che non gli interessa parlare di mafia. Come dicevano avvocati, colletti bianchi, giornalisti impiegati, preti d’alto bordo, ecc. ecc. ecc. quando torneranno a dire che la mafia non esiste ed è un’invenzione dei comunisti (copyright totò riina durante il maxi processo)? Ma, sicuramente molto meglio di me, di chi stiamo parlando, chi gira per queste strade, arriva a credersi un vip o un supereroe con queste vendite della sua facciaccia, lo descrive le parole dell’ex parlamentare – membro della commissione antimafia nella scorsa legislatura – Alessandro Naccarato. Chi vuole  se le legga. Poi si riveda l’asta a cavallo tra gli anniversari di Capaci e Via D’Amelio e i messaggi trionfanti su face book e instagram del terzogenito di totò riina oggi purtroppo ospite del paese nel quale avrei ancora la residenza anagrafica. E ci si ponga qualche domanda. Se considererete ancora tutto normale, se tutto vi starà bene, se non ve ne fregherà un cazzo, se stringerete le spalle dicendo “me ne frego” da oggi in avanti non nominate più invano i nomi di Falcone, Borsellino, Peppino Impastato o di qualsiasi altra/o assassinato perché denunciò e combatté la mafia. E pure se avete specchi di legno a casa (e me lo auguro per voi), mettetevi davanti e sputatevi in faccia da soli almeno 12 volte al dì.

[…]Nell’aprile del 2016 ha pubblicato una sorta di autobiografia ed è stato invitato dalla Rai per presentarla. A Porta a Porta è stato intervistato senza contraddittorio e senza manifestare critiche e prese di distanza dai crimini delle mafie. Nel dicembre dello stesso anno ha ricevuto il sacramento della cresima da un parroco di Padova e il certificato di idoneità, rilasciato dalla curia padovana, per fare il padrino della nipote in Sicilia.

Nel viaggio per raggiungere Corleone per svolgere la funzione di padrino si è fermato a Parma per far visita al padre in carcere. In un pericoloso ambiguo intreccio di simboli e di significati Riina, mafioso, figlio di un padrino sanguinario, è diventato il padrino per il battesimo della nipote. A cosa servono le prediche morali della Chiesa se Riina può fare il padrino senza pentirsi dei gravi delitti?

Nel frattempo è emerso il fatto, testimoniato da fotografie raccolte dalle forze dell’ordine, che il giovane Riina durante il soggiorno padovano ha incontrato persone con precedenti penali per reati legati allo spaccio di stupefacenti.

[…]L’esperienza insegna che gli affiliati a Cosa Nostra, soprattutto nel caso di forti vincoli parentali, come per Riina, non escono dall’associazione criminale alla scadenza della condanna: i legami mafiosi vanno oltre le pene giudiziarie e, di solito, durano molto più a lungo.

Inoltre non bisogna dimenticare l’intervista televisiva di Riina a Porta a Porta nell’aprile dello scorso anno. In quell’occasione il pregiudicato ha messo in pratica una parte della recente strategia mafiosa: costruire rapporti di reciproca convenienza con i mondi dell’economia, delle istituzioni, dell’informazione. Riina ha contribuito ad aumentare gli ascolti di una trasmissione televisiva e in cambio ha avuto la possibilità di divulgare tre messaggi: ha rivendicato le azioni del padre chiudendo le porte al pentimento; si è presentato come una persona “normale” per mimetizzarsi e mostrare il volto pulito della mafia; ha comunicato alle gerarchie di Cosa nostra di essere tornato in attività. L’esperienza insegna anche che i mafiosi non scelgono a caso i luoghi dove terminare la pena con la libertà vigilata e che non si muovono mai da soli. […]

Questi sono solo alcuni degli stralci che dovrebbero far riflettere anche a due anni di distanza (e dopo che da Padova è stato sbarcato a Vasto e Casalbordino). Il post esteso è disponibile qui, sul blog Mafie curato da Attilio Bolzoni.

Alessio Di Florio

P.s.: nell’immagine di quest’articolo sono montate insieme due foto. Una è stata pubblicata su facebook da Danilo Chirico dell’Associazione DaSud in omaggio al grande Giuseppe Valarioti (ecco, un altro che sulle magliette dovremmo mettere e portare con noi sempre), e che mi son permesso di riutilizzare perché non sarei riuscito ad esprimere meglio lo stato d’animo che ha animato quest’articolo, il precedente e tutti quelli sul tema passati, presenti e futuri. L’altra è un particolare della copertina della pagina Facebook di Telejato. Perché dovrebbe essere normale e scontato avere certi comportamenti. Ma siamo in quest’Italia. E quindi è doveroso ribadirlo esplicitamente ogni volta possibile. E anche di più

Sull'autore

Alessio Di Florio

Alessio Di Florio

Militante comunista libertario e attivista eco-pacifista, collaboratore di Adista e referente abruzzese dell’Associazione Antimafie Rita Atria e di PeaceLink, Telematica per la Pace. Collabora con Casablanca Storie dalle Città di frontiera, I Siciliani Giovani, Popoff Quotidiano, QcodeMagazine e altri siti web. Autore di articoli, dossier e approfondimenti sulle mafie in Abruzzo, a partire da mercato degli stupefacenti, ciclo dei rifiuti e "rotta adriatica" del clan dei Casalesi, ciclo del cemento, post terremoto a L'Aquila, e sui loro violenti tentativi di dominio territoriale da anni con attentati, intimidazioni, incendi, bombe con cui le mafie mandano messaggi e tentano di "marcare" la propria presenza in alcune zone, neofascismo, diritti civili, denunce ambientali tra cui tutela coste, speculazione edilizia, rischio industriale e direttive Seveso.