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Il fallimento della 6.Gi.Di.O mette in ginocchio l’agricoltura di Trapani

Il fallimento della 6.Gi.Di.O mette in ginocchio l’agricoltura di Trapani
ottobre 17
21:00 2015

È di tre milioni di euro il buco che lo Stato dovrebbe rimborsare agli agricoltori.

Continuiamo il nostro triste viaggio nell’inferno dei beni sequestrati alla mafia. Oggi tocca a un agricoltore  di Mazara del Vallo, titolare dell’Azienda Agricola Bellomo, che ha avuto la sfortuna di essere un fornitore della 6GiDio, ovvero la catena di supermercati Despar e di altri connessi, costruita  a Castevetrano, Trapani, Agrigento, da Grigoli, poi finito in carcere come prestanome di Matteo Messina Denaro. Gli agricoltori fornivano i loro prodotti  alla Società Special Fruit s.r.l., ovvero a una delle tante sigle di supporto della 6.Gi.Di.O.

Nel nostro caso l’azienda di cui parliamo  intestata  ad Agnello Caterina ha cominciato a fornire merce proprio nel momento in cui Belicittà e le altre strutture dell’impero “Grigoli” erano state affidate all’amministratore giudiziario Pietro Ribolla. Come sappiamo, costui ha avuto la capacità, non comune, di condurre allo sfascio e alla chiusura totale i vari punti vendita che gli erano stati affidati, lasciando senza lavoro circa 500 famiglie, ove non si consideri l’indotto. E proprio all’indotto appartiene l’azienda Bellomo, che ha accumulato, nei confronti della Special Fruit un debito di ottanta mila euro, ma che, dopo la dichiarazione di fallimento della Società si è vista negare qualsiasi possibilità di  recuperare i suoi soldi.

In questa situazione ci sono molte altre aziende agricole, che avevano legato la loro attività alle forniture dei loro prodotti nei supermercati e che aspettano inutilmente il rimborso dei loro crediti. Si parla di tre milioni di euro, non calcolando i licenziamenti, la difficoltà e l’impossibilità di continuare regolarmente la propria attività, in mancanza del proprio denaro da reinvestire.

In pratica l’economia agricola di buona parte della provincia di Trapani è in ginocchio per causa e in nome dello stato. Il signor Ribolla se n’è andato con le tasche piene e tutto è stato affidato a due curatori giudiziari, il dott. Palazzotto e il dott. Casano, i quali utilizzeranno le briciole di quel che è rimasto per pagarsi la propria parcella. E’ a costoro che l’azienda Bonomo ha fatto istanza di risarcimento, ma il proprio legale ha dato loro poche speranze, sostenendo che sinora non è mai successo che lo stato rimborsi coloro che ha danneggiato in suo nome. Alcuni dei  vari creditori hanno costituito un comitato che, tuttavia, non sembra sinora avere sortito alcun risultato, date le poche speranze annunciate dai legali e date le parcelle salate di questi. Il sospetto che possa esserci la solita rete d’intesa tra legali, tribunale e curatori e amministratori giudiziari è troppo forte. E tuttavia noi riteniamo che esiste un fondo, il F.U.G. di oltre un miliardo di euro, costituito con tutti i proventi “liquidi” sequestrati ai mafiosi, al quale potere attingere per risarcire coloro che sono stati danneggiati dall’azione dello stato. A parte il fatto che esistono anche le ricchezze che amministratori giudiziari hanno accumulato nella mala gestione dei beni sequestrati, che potrebbero essere confiscate, vendute e utilizzate per rimborsare i danneggiati. In altri termini chi ha causato danni dovrebbe ripagarli.

Ultima nota: il sig. Bellomo si è rivolto, con lettera al Presidente Mattarella, il quale , tramite un suo delegato, ha risposto di rivolgersi, per competenza,  all’Agenzia  Nazionale dei beni confiscati di Reggio Calabria, anche nella sua sede di Palermo. Il sig. Bellomo ha telefonato chiedendo di essere ricevuto, gli hanno detto che entro un paio di giorni lo avrebbero convocato, ma dopo un paio di mesi ancora nessuna notizia. Tutto “in nome del popolo italiano”

Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.