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Alcamo, colpo al clan: sei arresti, tra loro il fedelissimo di Matteo Messina Denaro

Alcamo, colpo al clan: sei arresti, tra loro il fedelissimo di Matteo Messina Denaro
febbraio 21
17:53 2017

In manette pure Ignazio Melodia, considerato espressone diretta del super latitante Matteo Messina Denaro

630bdbe720d096a3620bca7440e5ef4e-klFB-U11001407666891jsB-1024x576@LaStampa.itUn capo mafia in doppio petto, medico con tanto di iscrizione mantenuta all’ordine dei medici. «Io comando mezza provincia» andava dicendo Ignazio Melodia, capo mafia di Alcamo arrestato questa notte. Non da meno i suoi complici. «Io è da tempo che ho fatto la scelta di essere mafioso…io il mafioso sempre ho voluto fare». E’ questo un altro dei passaggi intercettati da Squadra Mobile di Trapani e Dia, durante le indagini che tra il 2012 e il 2016 hanno riguardato il mandamento mafioso di Alcamo, ascoltando gli uomini del clan alcamese, in questo caso il giovane Giuseppe Di Giovanni, 33 anni, tra gli arrestati nel blitz antimafia della scorsa notte nel trapanese. Sei arresti sono stati eseguiti a conclusione delle indagini coordinate dalla Dda di Palermo e dalle perquisizioni condotte da poliziotti e Dia sono saltate fuori armi, munizioni e droga. Un clan quindi bene armato ma che secondo le direttive del latitante Matteo Messina Denaro ha scelto un’altra via per imporsi nel territorio non ricorrendo a scorribande e agguati eclatanti. A capo della cosca un medico, Ignazio Melodia, 62 anni. Un personaggio sempre al centro delle indagini antimafia dagli anni ’90 ad oggi. Nel 2012 è uscito dal carcere dopo l’ultima condanna per associazione mafiosa e immediatamente si è ricollocato al vertice del mandamento di Alcamo, forte del fatto di essere “figlioccio” del boss latitante di Castelvetrano. Da lui negli anni ’90 fu “punciutu” e messo dentro Cosa nostra trapanese.

Melodia per le sue condanne da tempo è stato licenziato dalla Asl presso la quale lavorava, ma è rimasto iscritto all’albo dei medici della provincia di Trapani. Intercettazioni formidabili. La Polizia e la Dia hanno catturato in diretta le direttive del capo mafia alcamese a proposito di estorsioni ma non solo. Nel chiuso di una cella frigorifera, all’interno di un negozio di ortofrutta (arrestato stanotte anche il titolare, Filippo Cracchiolo, 57 anni) loro, i boss, pensavano di evitare così le intercettazioni, o ancora riuniti in un bar o presso un’agenzia di pompe funebri, venivano letti “pizzini” e si decidevano strategie.

Melodia sin da subito ha dettato ai suoi complici le regole del “vangelo” per mettere a posto rapporti incrinati e racket. E lo faceva con un’autorità precisa, «io – diceva- comando mezza provincia». Un imprenditore che dopo un avvertimento avvicinò Ignazio Melodia (che era stato il mandante) – «a chiddu dobbiamo dare fuoco» è stato l’ordine impartito – si sentì rispondere che «lui avrebbe pensato a mettere a posto le cose», quell’attentato «era stato fatto da imprese concorrenti», e per quel ruolo da “paciere” a quel punto era giusto che l’imprenditore gli consegnasse una somma di denaro, sostanzialmente Melodia (e quindi la mafia) si presentava come amico e la vittima doveva pure ringraziare.

Insomma una mafia che incideva il territorio con azioni criminose e che poi si mostrava pronta a garantire sicurezza. Su incarico di Melodia un altro degli arrestati, Salvatore Giacalone, nel 2012 avvicinò il sindaco appena eletto di Alcamo, Sebastiano Bonventre (Pd) per offrirgli protezione, «sicuramente qualcuno la disturberà ma noi siamo qui pronti a proteggerla».

Bonventre ha ovviamente denunciato di essere stato così avvicinato, un imprenditore ha anche deciso di denunciare registrando il colloquio con il capo mafia, «ma la nostra impressione – dice il questore di Trapani Maurizio Agricola – è che sono tanti quelli che ancora oggi continuano a tacere».

Mafia e politica. Di Giovanni, quello che in giro diceva che lui nella vita voleva fare solo il mafioso e questo faceva, durante le ultime amministrative ad Alcamo ha fatto campagna elettorale armato di pistola, minacciando chi non gli garantiva sostegno. Il sostegno era destinato alla moglie Alida Maria Lauria, figlia di un ex senatore di Forza Italia, Baldassare Lauria. Così marito e moglie discussero della candidatura: «Amore sono candidata …e allora possiamo cominciare a raccogliere i voti?…si…in qualsiasi modo?…amò a come e ghiè (in qualsiasi modo ndr)…devono portare tutti i voti perché li affuco (li strangolo)».

Nonostante tutti gli sforzi però la donna non è stata eletta al Consiglio comunale. A essere ascoltate anche alcune donne, le mogli di alcuni degli indagati, anche loro pronte a comportarsi da vere gregarie, due di loro in particolare un giorno parlando degli affari dei loro mariti, e dei pericoli che correvano, se la prendevano con i film dedicati alla mafia che forse a loro dire avevano svelato troppe cose, «mi…sono tanti i danni che ha combinato il film Il Padrino…tutto quello che sta accadendo sembra uscito proprio da questo film». Non sapevano che in quei giorni Polizia e Dia stavano registrando tutto, ma non per un film, bensì per squarciare il velo su Cosa nostra trapanese, e fare ancor di più terra bruciata attorno al latitante Matteo Messina Denaro, indicato dai boss come «chiddu (quello ndr) di Castelvetrano».

di Rino Giacalonelastampa.it

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