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”Svisature”, cento quasi poesie di Salvo Vitale

”Svisature”, cento quasi poesie di Salvo Vitale
febbraio 19
13:30 2020

Salvo Vitale presenta mercoledì 19 febbraio alle 15.30, presso il Liceo Scientifico di Partinico, in Contrada Turrisi Soprana, il suo nuovo libro di poesie: “Svisature”, con il sottotitolo “Cento quasi poesie e una ballata per Falcone”. Il libro è stato pubblicato dalle Edizioni Billeci di Borgetto (PA) e comprende una postfazione di Caterina Brigati.

20200219-svisature-salvo-vitaleQuesta l’introduzione dell’autore:

“Ho coltivato, sin dall’infanzia, la passione per la musica e per la poesia. Quando cominciai a suonare, mi accorsi che la rigida matematica delle note sul pentagramma, la loro lettura, la struttura del brano, erano dei limiti alla creatività: il mio orecchio musicale mi consentiva di andare oltre, di “arrangiare” un pezzo, di lavorarlo, di sconvolgerlo, di arricchirlo, di farlo mio. Scoprii che molti altri lo avevano fatto, interpretando il pezzo come un contributo all’autore, fatto di personali elaborazioni e di divertimento. Il primo brano in cui colsi per intero il concetto di “svisatura” fu “Moritat”, il leit motiv dell’ “Opera di tre soldi” di Brecht, suonato da Louis Armstrong: le sue libere improvvisazioni lasciavano solo la base degli accordi e del numero delle battute, per sbizzarrirsi in cascate di note, scintille, incredibili salti in cui il pezzo non c’era più. Più tardi la svisatura è andata anche oltre lo schema del pezzo, lanciandosi in avventure musicali e divagazioni libere, dentro cui si poteva e si può leggere il malessere, il buonumore, la gioia, l’abilità tecnica dell’artista, a partire dalle battute iniziali, su cui , dopo le scorribande tra le note, tornare in chiusura. Non avevo tutte le conoscenze per andare avanti con la musica e ci ho provato con la poesia. Soprattutto, quando mi sono reso conto che il mio campo espressivo si era esaurito nelle migliaia di versi dispersi tra un’agenda e l’altra, e che ogni tentativo di scrivere poesie si trasformava in un dejà vu, in un già detto o scritto da me o da altri. Esplorando i vari blog, in particolare quello del primo Beppe Grillo, mi è capitato di trovare frasi spontanee che esprimevano, in modo semplice e fresco, sentimenti, stati d’animo, condizioni psicologiche di dolore, disagio, sarcasmo, tristezza, rabbia, al di là della superficialità del commento. Ho evidenziato alcuni di questi passaggi, li ho corretti, trasposto in versi, sfrondati di parti inutili, li ho elaborati con il mio modulo espressivo, che credevo di aver saturato, se non perduto, il tutto all’interno di una dimensione politica, da sempre antagonista, caratterizzata dal rifiuto del sistema e dei partiti che ci governano. Così ho cercato di cogliere le tensioni della fase che stiamo vivendo, la crisi della democrazia, i problemi del lavoro, l’accentuarsi delle differenze di classe e della forbice che separa i ricchi dai poveri, l’incertezza del domani, il distacco dei politici dalla realtà, le ruberie, il furto di sicurezza, di dignità e di vita fatto ai giovani e altre storie e identità di uomini e donne del nostro tempo.

I versi scorrono in modo discorsivo, se ne intravede facilmente la modalità prosastica, che, in qualche caso, è stata interamente conservata. Ma questa non è una novità. Non c’è infatti l’intenzione di fare poesia aulica, ma solo di esprimere fasi spesso occultate del comune sentire, manifestare la capacità d’indignarsi, avvertire che la tua voce non è isolata, ma rappresenta lo strumento con cui condividere il dissenso e gettare le basi per una società nuova.

Accanto alle poesie (se così si può chiamarle), “politiche”, ossia, d’impegno civile, si trovano alcuni brani “lirici”, nei quali si riflette il mio abituale modo di accostarmi alla poesia come lampo d’emozione, come ricerca impossibile della parola che esprima compiutamente un sentimento, come demolizione delle precise regole del campo logico-razionale, come spruzzo di luce e di energia o come incerta esplorazione dei meandri di quell’interiorità che ci tiene in contatto con un filo comune, oltre il quale dilaga la solitudine e la negazione della vita.

Salvo Vitale

Migranti

Tu presumi,
tu credi di sapere quello che ho passato
E invece non sai niente,
non hai idea di cosa siano
le sabbie del deserto,
il fuoco sulla testa,
la sete, la fame, la sporcizia addosso,
le violenze degli sciacalli che ti tolgono l’identità,
la rapina degli ultimi soldi,
le urla, l’attesa di un posto,
la ressa per l’imbarco,
la puzza di vomito, di piscio, di merda,
la bava in bocca, le ferite infettate
le montagne di mare nella notte nera,
il pianto dei bambini frastornati,
le madri che li cercano,
la barca che si spacca,
il mare che t’inghiotte,
il padre che stringe un corpicino morto.
Tu dici è colpa tua, è stata una tua scelta,
nessuno ti ha imposto questa odissea,
ma non eri al mio posto,
non eri arrivato all’estrema soluzione,
mettere in gioco la vita,
la tua e quella delle persone che ami,
morire o tentare un’ultima possibilità.
Tu dici, non ho posto per te,
non c’è posto e lavoro neanche per i miei figli,
ma io non voglio toglierti niente,
mi accontento delle briciole, e neanche di quelle,
ho già rinunciato alla mia dignità d’uomo,
ho perduto la mia identità di donna.
E dici, devi lottare per la tua terra,
quale terra?,
quella in cui non è rimasto più niente,
solo morte e assassini?
Non ho avuto fortuna, era messo in conto,
adesso come dice Peppino,
“i miei occhi giacciono in fondo al mare
nel cuore delle alghe e dei coralli”.

Pubblicato: 18 Febbraio 2020 su Antimafia Duemila

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