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Raccolta rifiuti in Sicilia: un sistema che si avvita su se stesso

Raccolta rifiuti in Sicilia: un sistema che si avvita su se stesso
ottobre 09
15:39 2017

Sabato pomeriggio a Partinico c’è stata una “Fiaccolata della dignità”, fatta per protestare contro la situazione di degrado e di sporcizia di un paese di 30 mila abitanti.

Paese in cui da dieci giorni non si raccolgono più i rifiuti e le aree urbane ed extra urbane sono invase da montagne di sacchetti maleodoranti, con un proliferare di insetti, roditori, blatte e percolati. Ma quella di Partinico è forse la dimostrazione più eclatante e più recente di un problema che ormai caratterizza tutta l’isola e non presenta alcuna prospettiva per uscirne, almeno nell’immediato futuro.

Nella ricerca di colpe e cause non ci vuole molto a cominciare dalla testa, ovvero dalla Regione, che, non solo negli ultimi cinque anni di Crocetta, ma anche in quelli di Lombardo o di Cuffaro, ha creato un sistema che si avvita su se stesso, tra ATO oggi in fallimento o in liquidazione, ARO (Ambiti di raccolta ottimale) e Srr (Società di regolamentazione rifiuti) che avrebbero dovuto ridare la gestione del servizio di raccolta in mano ai Comuni in forma singola o associata mediante lo strumento della convenzione tra enti locali, attraverso la gestione di piani di intervento, capitolati, oneri e bandi di gara per il servizio di spazzamento, raccolta e trasporto. Alla fine tutto quello che avrebbe dovuto essere fatto dai 27 ATO è passato nelle mani delle 18 Srr che avevano come compito di elaborare piani d’ambito, uniformare i costi dei servizi e delle tariffe, monitorare servizi e progettare impianti, ma non hanno fatto niente. Conclusione: la Regione Sicilia occupa l’ultimo posto nella graduatoria delle regioni per la raccolta differenziata. 

Le cifre del fallimento

Nel 2015 la Regione ha avviato al riciclo il 10,81% dei rifiuti urbani, un dato lontanissimo dall’obiettivo UE del 50% entro il 2020 e addirittura in calo dell’8,66% rispetto al 2014; male anche l’intercettazione pro capite di raccolta differenziata, ferma a 54,81 kg per abitante rispetto alla media nazionale di 253 kg. L’annuncio fatto ai primi dell’anno da Crocetta di un aumento della differenziata dal 15,41% di giugno al 21,05%, ovvero l’aumento di un +6%, a parte il dato in sé, definito “risibile” da Gianfranco Zanna, presidente di Lega Ambiente Sicilia, sembra un dato truccato, perché “La verità – afferma l’assessore all’Ambiente di Augusta, Danilo Pulvirenti – è che sono cambiati i metodi di calcolo per la pesatura della raccolta differenziata”. Nelle grandi città non è cambiato molto: Palermo è al 15%, Catania e Messina al 12%, Siracusa al 5%, i comuni di media grandezza si fermano al 20%, mentre più virtuosi sono i piccoli centri, che in molti casi superano il parametro del 60% fissato dalla legge.

L’affidamento ai privati

C’è da rimpiangere il tempo in cui tutto era in mano ai Comuni che avevano propri mezzi ed i propri operatori ecologici, una volta detti spazzini. Quando cominciò la svolta dell’affidamento ai privati, o, con termine più forbito, l’esternalizzazione, si avviò un nuovo canale di travaso di denaro pubblico nelle tasche dei soliti amici degli amici, che ne ritornavano una parte con tangenti e voti ai loro committenti. Gli Ato avrebbero potuto, anzi dovuto avere i loro mezzi ed i loro operatori, e, secondo una logica economica che vale per il resto d’Italia, ma non per la Sicilia, si pensava a un’economia di scala, ovvero a grandi enti composti da più Comuni, al fine di ammortizzare i costi. Invece si operava attraverso bandi di gara per l’affidamento del servizio di raccolta e conferimento allungando la trafila, con l’incarico a ditte create appositamente. Su queste ditte, sui capitali che hanno reso possibile l’acquisto di costosissimi e moderni bomboloni, autocompattatori, scavatori, motopale, camion non si è mai indagato, così come non si è indagato sulle modalità di affidamento diretto ad esse, da parte dei sindaci. Dopo un decennio, i bandi di gara sono tutti scaduti, si è andati avanti di proroga in proroga con la scusa dell’emergenza, usando le vecchie regole. Con la chiusura degli Ato il meccanismo è saltato e le varie ditte hanno continuato a battere cassa nei confronti dei Comuni, sino ad arrivare a forme aperte di ricatto, peraltro giustificate: o mi paghi o sospendo il servizio. Oggi i comuni non sono in grado né di gestire né di pagare chi dovrebbe gestire. Il personale è transitato tutto dalle Ato alle Srr, ma le Srr hanno meno compiti di un Ato, dovrebbero formulare i piani d’intervento e decidere anche sugli impianti, ma sono ferme, la Regione, attraverso una direttiva (maggio 2013), ha affidato ai Comuni l’incarico di redigere i piani d’intervento senza un piano d’ambito, cioè senza un progetto di  organizzazione impiantistica definita, ma i Comuni sono di fatto sprovvisti delle competenze e in molti casi pagano come consulenti esterni i dipendenti delle vecchie ATO perché redigano i piani d’intervento.

Responsabilità

Non è il caso di addentrarsi in questo mostruoso labirinto di competenze e incompetenze, da cui emerge che le ATO erano piene di debiti, che questi debiti sono passati ai Comuni, che le Srr in molti casi non sono state ancora fatte, che il meccanismo continua a regalare i soldi che i comuni riescono a rastrellare, nelle tasche dei proprietari dei mezzi di raccolta, visto che quelli comunali giacciono inutilizzati, e in quelle dei titolari delle discariche, che oggi, sempre con termine più forbito, si chiamano impianti di biostabilizzazione.

Riassumendo:

  • C’è una responsabilità dei governi regionali, che non hanno saputo fare un piano di massima per affrontare il problema, a partire dalla raccolta differenziata;
  • C’è una responsabilità dei Comuni, i cui sindaci vicini  non sono stati capaci di affrontare il problema, la cui soluzione potrebbe essere quella di tornare al passato: a ogni comune dovrebbe esser fatto obbligo di provvedere, con i suoi mezzi e il suo personale alla raccolta, allo smaltimento dei propri rifiuti nel proprio territorio, e quindi con mini discariche, impianti di compostaggio e di differenziazione, di riciclaggio e, se occorre, di incenerimento. Ahi, ahi, ahi!!! Ma che stiamo scrivendo e leggendo? Sull’argomento c’è una prima domanda: è meglio essere sommersi dai rifiuti, dai topi, dagli scarafaggi, dalle zanzare, o è meglio creare un sistema di distruzione di ciò che non è riciclabile, attraverso la combustione, ove essa avvenga con strumenti e filtri che riducano al minimo i rischi per la salute e che oggi con la tecnologia moderna si possono realizzare?  Ci sono intere città, come Parma o Pavia che utilizzano i termovalorizzatori per riscaldare le case, in Germania, dove i Verdi sono una forza, in Francia, dove trovi tutto pulito come in una cartolina, gli inceneritori funzionano da sempre e nessuno si scandalizza. Oddio, se è per questo funziona anche il nucleare, ma sono in pochi a lamentarsene. Attenzione, non si vuole sostenere che bruciare è bello, ma che, in certe occasioni c’è da scegliere tra rifiuto bruciato e rifiuto abbandonato.
  • C’è una responsabilità enorme di tecnici regionali e comunali, incapaci, non solo di progettare e programmare la raccolta, ma anche di gestire la raccolta dei tributi, senza affidarla a privati, come si faceva una volta con le esattorie comunali; e qui si aprono abissi nell’individuare i pochi e poveri fessi che pagano e i furbetti che in un modo o in un altro riescono ad evadere.
Proposte

Su questa ipotesi di un ritorno all’autogestione da parte dei comuni si potrebbe poi costruire tutto il resto con la creazione di isole ecologiche, dove depositare il differenziato, di divisione in settori del territorio, per programmare il ritiro, di fornitura ad opportuna distanza di appositi contenitori differenziati in cui poter conferire e soprattutto di rapporti commerciali con le aziende che si occupano del riciclo. Il tutto naturalmente da finanziare con un’attenta riscossione dei tributi, per passare, in un secondo tempo a un sistema di sconti e premi in rapporto alla quantità conferita: né più ne meno di come si fa con le bottiglie di plastica negli appositi raccoglitori.

Una volta risolto tutto ciò resterebbero a casa le grandi ditte che ormai hanno scoperto da tempo che “a monnezza è oro”, rimarrebbero disoccupati i proprietari delle discariche, dove ogni autocompattatore, prima di conferire viene pesato e poi si manda il conto ai comuni.

In pratica molti malandrini, amici, amici degli amici, colletti bianchi, camicie nere, pescecani e pesciolini da scoglio rimarrebbero senza acqua in cui nuotare. E l’acqua è il denaro dei cittadini siciliani che pagano le tariffe più alte d’Europa senza avere nulla in cambio se non il degrado più assoluto e le sue conseguenze  sanitarie.

Sull'autore

Redazione

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  • Fiammetta Provenzano

    Complimenti per questo articolo. Oltre ad offrire un’informazione dettagliata sul problema avanza proposte che ogni comune dovrebbe considerare. L’esperienza fallimentare del Comune di Partinico dimostra che prima di partire con la raccolta differenziata è assolutamente necessario studiare le opportune strategie e RISPETTARLE!