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Operazione Kelevra, udienza del 9 novembre. Ascoltati i testi dell’accusa Valenza e Cucinella

Operazione Kelevra, udienza del 9 novembre. Ascoltati i testi dell’accusa Valenza e Cucinella
novembre 11
14:53 2017

Udienza dell’operazione Kelevra? Ascoltati i testi dell’accusa Valenza e Cucinella

Mercoledì 9 novembre si è svolta un’altra udienza del processo chiamato operazione Kelevra nel silenzio generale. I tanti giornalisti che si affollavano allorché tra gli imputati c’era Pino Maniaci sono scomparsi e non c’è più alcun interesse a seguire i risvolti di un processo in gran parte basato su intercettazioni e su richieste estorsive, alcune delle quali non sono andate in porto, a giudicare da quanto hanno sostenuto le vittime dell’estorsione. È il caso di ricordare Brugnano, al quale sarebbero stati chiesti 20 mila euro dall’accoppiata Salto-Giambrone e che egli si sarebbe rifiutato di pagare. Uguali rifiuti emergono nel caso dei testi d’accusa interrogati ieri, Cucinella e Valenza. È emerso un dato che l’accusa non ha potuto fare a meno di rilevare: Valenza era un imprenditore molto noto che si occupava di forniture di Calcestruzzo. Dopo la sua uscita dal carcere, nel 2009 sembra avere rinunciato a questo ruolo, perché sarebbe stato assunto presso l’impresa di legname di Simone Cucinella con un mensile di 1200 euro. Il sodalizio in un certo momento si sarebbe interrotto. Simone Cucinella ha dichiarato di avere subito due attentati, in uno dei quali avrebbe preso fuoco gran parte del suo deposito di legname. Valenza invece sostiene di avere ricevuto una richiesta estorsiva (si tratterebbe di 3000 euro, ma rischiamo di non essere precisi), sempre dall’accoppiata Salto-Giambrone e di essersi rifiutato di pagare e di avere anche denunciato i suoi estortori. Per avere scritto: “Quella dei mafiosi che si chiedono il pizzo tra di loro è una novità nel campo di Cosa nostra”, Valenza ha denunciato Salvo Vitale, cosi come prima aveva denunciato Pino Maniaci che aveva fatto un servizio davanti alla casa confiscata a Valenza, dicendo: “Ci troviamo davanti alla casa del mafioso Benny Valenza”.

A quanto pare Benny non vuole essere chiamato mafioso e si sente offeso se qualcuno lo dice o lo scrive. Se si tratta di una presa di distanza sincera e di un pentimento rispetto ad alcune vicende che lo hanno condotto in carcere e gli sono costate anche il sequestro della sua villa, non possiamo che essere Solidali con lui. Secondo una recente sentenza della Cassazione tutti, anche i mafiosi hanno diritto a vedere rispettata la propria dignità e la motivazione di fondo della legge e delle condanne è che ogni cittadino può riscattarsi e diventare rispettabile. Quindi, e ribadiamo, se si tratta di questo, non possiamo che dare un benvenuto a Valenza nel novero degli uomini onesti. Ma se non si trattasse di questo?

L’iter del processo dimenticato continua ad avvertire numerose falle nel modo in cui sono state condotte le indagini e acquisiti presunti elementi di prova e lascia supporre che la fretta con cui si è voluto procedere a questa operazione aveva o nascondeva la decisione di non dare corso alla richiesta avanzata subito da Maniaci di essere ascoltato come teste, poiché era stato ormai deciso di rendere noto il famoso video che ne distruggeva la credibilità e di ricorrere, per dare un segnale fermo ma discutibile, al famoso divieto di dimora, usato come misura preventiva.

L’iter processuale sembra avere subito un’accelerazione, poiché la prossima udienza è stata rinviata al 16 novembre.

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