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Natale 2017

Ansa

Natale 2017
dicembre 23
14:29 2017

 

Tra alberi illuminati, presepi viventi, semoventi, o fermi, siamo arrivati a Natale. Negli anni ’60 Carosone cantava:

“Mo vene Natale,
sto senza denari,
me leggio u giornali
e me vaco a curcàr”

Non è cambiato niente da allora. Si consuma il piacere o l’obbligo, se non, in molti casi, la seccatura del mangiare insieme, ma c’è anche chi non ha nessuno, non ha un soldo non trova neanche un motivo per festeggiare, circondato dalla solitudine o dalla difficoltà di trovare qualcosa da mettere nello stomaco: per contro c’è chi si abbuffa e chi getta in pattumiera alimenti costosi e raffinati.

Questo è un Natale con la disoccupazione più alta nella storia d’Italia, con flussi migratori di giovani, che ricordano il primo Novecento, con un impressionante numero di fabbriche chiuse, di lavoratori a spasso, dentro un tunnel buio nel quale ci muoviamo ormai da sei anni e del quale non s’intravede l’uscita, malgrado qualche debole e decantato segno di ripresa.

Con l’approvazione del Jobs act Renzi ha fatto l’ultimo regalo ai padroni, la libertà di licenziare, senza che i lavoratori abbiano più uno strumento di difesa. Dire a Renzi di “fare qualcosa di sinistra” è pura perdita di tempo: si è fissato, che per salvare l’Italia e il PD bisogna cancellare quelli che egli chiama “residui ideologici”. Una buona spallata l’ha avuta col referendum, ma nessuno si illuda di averlo mandato a casa. È riuscito a far fuori mezzo PD, che ha fatto un altro partito e tiene in vita ancora per qualche mese Gentiloni, la sua fotocopia, in attesa del ritorno in grande stile, o di un più possibile crollo fallimentare di tutta la sua politica.

La mafia a Roma non è una novità, anche se ce l’hanno presentata come tale, così come non è una novità scoprire che in questi ultimi vent’anni si è costituita in Italia una nuova classe sociale di abbuffini, di corrotti, di tangentisti, di farabutti che guardano dall’alto sbattendo in faccia ai più deboli il loro delirio di onnipotenza.

C’è un albergo, tutto esaurito, a Saint Moritz, dove si pagano 18 mila euro al giorno e dove si è più sicuri che in Italia, in quanto non c’è la Finanza a fare controlli. La tristezza nasce dal fatto che, invece di arrestare queste persone che sbevazzano alla nostra faccia, ce le mostrano come modello di qualcosa cui dovremmo aspirare.

Per molti dei comuni mortali la spesa di un giorno equivale all’incasso di un anno, 1500 euro sono la paga di un mese dei 1500 euro che Renzi o chi con lui ha speso in un giorno! Ed è qua il punto più debole della situazione italiana: i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

I presunti tetti alle pensioni d’oro si sono rivelati un bluff, come tutto quello che è stato promesso per eliminare gli sprechi. Ma già non ci credeva nessuno. Non è cambiato niente e Renzi, come Gentiloni sono il tranquillo proseguimento di quanto portato avanti da Berlusconi. L’unica parvenza di opposizione, quella dei pentastellati di Grillo, non riesce a liberarsi da metodi stalinisti di conduzione del movimento, da sparate razziste, da stupidaggini sulla mafia, che mostrano la totale ignoranza del fenomeno e dalla vecchia abitudine italiana di urlare, urlare, senza avanzare di un passo rispetto a quanto promesso di realizzare.

Dalle nostre parti, in Sicilia, ormai siamo nel nulla totale, e se qualcosa c’era, ci hanno pensato a distruggerla, da una parte la mafia, con le richieste di pizzo e dall’altra le confische e i sequestri di intere aziende produttive, accusate di mafia e finite nelle mani di amministratori giudiziari incapaci. Di tornare all’agricoltura, che è l’unica via di lavoro, produzione e ricchezza di cui disponiamo, non se ne parla nemmeno: sono stati promessi milioni, sono usciti o usciranno bandi, misure e altre trovate tutto studiato su misura di chi ha già un capitale disponibile, una serie di requisiti prestabiliti per avere diritto al contributo, e senza nessuna seria verifica per individuare come sono stati investiti i finanziamenti ricevuti. Si sta studiando, da parte di sindaci e amministratori incapaci di gestire le proprie cose, come tornare a dare in mano ai privati la gestione dell’acqua, nonostante il referendum e come continuare ad assicurare ai mafiosi la gestione dei rifiuti, perché, non dimentichiamoci che “a monnezza è oro”. E pertanto, a parte l’apparenza, niente raccolta differenziata, che farebbe dimezzare la quantità di rifiuti da portare in discarica e via con le solite situazioni continue d’emergenza, per potere lasciar tutto com’è.

Continuano ad arrivare barconi di migranti, ma anche qua, da Roma Carminati, Buzzi, i mafiosi e i fascisti che gli stavano attorno, hanno fatto sapere che “con i migranti si fanno molti più soldi che con la droga”. E pertanto si organizzano situazioni e sistemazioni precarie, si chiedono alla prefettura i contributi, si trova per questi poveracci un lavoro per pochi euro al giorno, anche la prostituzione, si trova una rete di  persone alle quali fornire oggettistica, abiti e altri generi da esporre sulle bancarelle, ma anche droga da spacciare. Si trova persino l’idiota in felpa pronto a gridare e a predicare che tutto il male che succede è colpa degli stranieri.

Nella notte di Natale, nel ricordo di una grotta dove sarebbe nato il Cristo, scaldato dal fiato del bue e dell’asino, cioè in una autentica situazione di povertà, forse il residuo ultimo messaggio di quest’anno è quello di papa Francesco, nella sua testarda e forse ingenua illusione di far tornare la chiesa nella povertà in cui l’aveva creata Cristo e che venne riproposta, purtroppo senza successo, dal santo di cui il papa porta il nome. Ma di povertà o, se si preferisce, di equa distribuzione di ogni ricchezza, cioè di comunismo, nessuno vuole più parlare. E non si può sempre sperare e pregare che a sistemare le cose ci pensi Dio. Non ci ha pensato e non può pensarci, perché le cose degli uomini se le devono gestire gli uomini stessi. Tuttalpiù egli può ripeterci, come in una vecchia canzone: “Ti lamenti, picchì ti lamenti, pigghia lu vastuni e tira fora li denti”

E quindi

Buon Natali  a tutti,
ai longhi e ai curti,
a cu pinia e a cu si nni futti,
ai grassi e ai sicchi,
ai spitittati e ai licchi,
ai pureddi e ai ricchi,

Buon natale a granni e a nichi,
a chiddi chi si grattanu a panza
e s’alliscianu i viddichi,

buon natale ai nichi e ai granni,
a cu avi un ghiornu e a cu centanni,
ai niputi e ai nanni,
ai vistuti e ai senza mutanni,
a cu è saggiu e a cu è pazzu,
puru ai testi di cazzu,
a cu è sulu e a cu è accumpagnatu,
a zia, a u cucinu e a u cugnatu,

buon natale a u papà e a mamà,
ca si nni dassi sordi assà,

buon natale ai politicanti,
chi sparissiru tutti quanti,
ai meccanici, ai scarpara,
ai muratura e ai iurnatara,
ai duttura e all’avvocati,
chi ristassiru disoccupati,
ai mafiusi, ai cacciatura,
chi si sbattissiru a testa ai mura,
buon natale ai picciutteddi,
chi criscissiru sempri beddi,
a cu è babbu e a cu è spertu
a cu è curnutu certu,

buon natale a tuttu u munnu,
a cu è quadru e a cu è tunnu,
tutti ntornu a u bammineddu
cu la vacca e u sciccareddu,
ma a manciari sucu e agneddu.


Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.