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Migranti, che fare?

Migranti, che fare?
aprile 16
16:04 2019

 

Il punto della situazione

Sui migranti non è facile fare chiarezza, rispetto a tutti quelli che hanno la pretesa di trovare soluzioni, di esprimere condanne, di dare attestati di benemerenza e soprattutto di dire banalità su cui non si può non essere d’accordo, spacciandole per argomenti con cui alimentare inesistenti classificazioni tra buonisti, xenofobi, razzisti, umanitaristi ecc.

Il problema degli spostamenti di massa dai cosiddetti paesi sottosviluppati verso i paesi industrializzati, sta caratterizzando questo momento storico, anche se è sempre stato presente nella storia dell’umanità: si pensi alle “emigrazioni” dei secoli passati, a quelle di interi popoli, le invasioni barbariche, a quelle, in tempi più recenti, soprattutto verso le Americhe. Bisogna prenderne atto e attrezzarsi per regolamentarlo e non esserne sommersi, senza giudicarlo come un’invasione, un pericolo o un attentato all’identità nazionale.

  1. La prima considerazione su cui alcuni storcono il muso è che il migrante fugge dalla sua terra per sua scelta. È una scelta dettata da problemi di varia natura, dalla fame alla miseria, alla mancanza di strutture che si occupino della crescita e dell’istruzione, a malattie varie, alle guerre tra un paese e l’altro, ma anche ai conflitti intestini tra bande e milizie che lacerano alcuni stati, imponendo con la violenza la cancellazione dei più elementari diritti umani. Quindi, assieme alla volontà di dare una svolta alla propria vita esistono anche le condizioni che motivano l’atto volontario. Si può solo immaginare il dramma di chi vende tutto per racimolare un migliaio di dollari per affrontare l’ignoto, ma si può anche obiettare che con questa somma si potrebbe comprare un’arma, un attrezzo, e lottare, assieme ad altri che si trovano nelle stesse condizioni, per rendere migliore e vivibile la propria terra. Anche qua l’obiezione è che non tutti hanno il coraggio di combattere e preferiscono attraversare deserti, finire nei lager, dove subiscono sofferenze di ogni genere, prima di trovare il posto in barca, il passaggio con cui attraversare il mare. Sembra che l’unica iniziativa possibile sia la scelta di andar via verso l’ignoto, non quella di investire il proprio capitale sul proprio territorio, morire o lasciarsi uccidere, pur di andare altrove, anziché lottare per restare.
  2. Da più parte si suggerisce, senza che se ne faccia mai niente, che gli stati europei dovrebbero investire i capitali che spendono per l’accoglienza, creando nei paesi di provenienza le condizioni perché i fuggitivi possano restarci. Tutto questo deve fare i conti con le “sovranità” dei singoli stati e con la volontà dei destinatari, spesso assente, di accettare questi contributi. In tal senso c’è sempre la vecchia storia del dover considerare che c’è chi metterebbe subito le mani su questi “investimenti” per appropriarsene, così come c’è chi, avendo per scelte religiose considerato “nemico” l’occidente, potrebbe boicottare queste intromissioni.  Sono spiegazioni parziali quelle che attribuiscono agli europei la responsabilità del depauperamento delle ricchezze, soprattutto del continente africano: c’è stato un colonialismo selvaggio di conquista e adesso di sfruttamento, ma vanno anche valutate le enormi risorse che sono state investite dal capitalismo europeo e americano in quei territori e il notevole contributo dato ai “nativi”, ai quali è stato dato lavoro e con l’innalzamento, in alcune zone, del tenore di vita delle popolazioni. L’Africa possiede enormi risorse che non sa sfruttare. Vari i motivi: dalla mancanza di capacità imprenditoriali, alla mancanza di mezzi, alla scarsa confidenza con i circuiti commerciali, alla solita presenza di “cricche” di potere fazioni, tribù, milizie, soprattutto indigene che mettono le mani sulle risorse per spadroneggiare, impedendo in più casi anche il decollo economico del proprio territorio. Anche in questo le colpe vanno redistribuite e non si può scaricarle solo e sempre sull’occidentalismo sfruttatore.
  3. La classificazione tra “rifugiati”, profughi, migranti economici ecc. è quella con cui i singoli stati tentano di regolamentare il problema dell’accoglienza o del respingimento. Chi fugge dalla sua terra sa bene a cosa va incontro e ne accetta i rischi. Ma altro è andare nella terra di nessuno, altro entrare in una terra che non è la propria e “imporre” la propria presenza in un paese che ha proprie regole che bisogna rispettare e propri confini entro i quali ci si muove a certe condizioni. Quella della clandestinità non è la scelta più felice e rende problematiche le politiche di accoglienza. L’idea di “regolarizzare i flussi”, cioè di consentire ai vari paesi europei l’accoglienza “legale” di un certo numero, regolarmente programmato, al momento sembra fallita, per l’arroccamento di alcuni paesi europei guidati da leaders che vogliono dare un’immagine di forza e di salvezza dell’identità nazionale, ingigantendo un problema di per sé irrilevante: quale danno potrebbe arrecare l’accoglienza di qualche migliaio di profughi da utilizzare, a certe condizioni, in lavori di gestione della vivibilità?
  4. È vero che l’Italia è stata lasciata sola dal resto d’Europa a gestire un fenomeno che l’ha colta impreparata, ma è vero che sulla pelle dei migranti si è costruito un grande affare che ruota dai paesi di partenza, che spremono le residue risorse racimolate, ai trafficanti di esseri umani, ai fabbricanti di barconi, gommoni, motori, ai mezzi di soccorso (le famose ong) a mare, alle strutture d’accoglienza a terra, ai tempi di accertamento delle condizioni, spesso lunghi per anni. Chi è sistemato nei centri d’accoglienza diventa una sorta di “mantenuto” dallo stato, in attesa del sospirato permesso di soggiorno, senza che gli venga chiesta una contropartita in lavoro. Vedere queste forze-lavoro immobilizzate, parcheggiate, alimentate, vestite, senza far niente, o costrette ad inventarsi qualcosa, spesso poco trasparente, pur di uscire dal limbo, è stata una delle cose più penose del passato momento dell’accoglienza. Adesso che i fondi sono stati tagliati, costoro sono diventati “fuoriusciti”, ovvero clandestini nelle mani di chi è pronto ad acquistare la loro vita per sfruttarla.
  5. Suscita sdegno nella maggioranza di coloro che amano i propri figli l’abbandono dei minori. C’è chi manderebbe in carcere i genitori che se ne rendono colpevoli. L’immagine del migrante con il proprio bambino morto in braccio ha fatto il giro del mondo, suscitando pietà, ma, dopo il momento dell’umana compassione qualcuno si è chiesto se non ci fosse una responsabilità del padre, che avrebbe esposto il bambino al rischio della morte, essendo i genitori responsabili della sicurezza dei figli. Ancor peggio è la vendita. Sui 7000 minori che scompaiono ogni anno poco si indaga, ma non ci vuole molta immaginazione per pensare che essi finiscono in condizioni di schiavitù, o peggio ancora come materiale per il traffico di organi di esseri umani. Difficile trovar comprensione per  coloro che abbandonano i propri figli oltre le barre del muro voluto da Trump, né tantomeno per chi, per contro, vuole separare nuclei familiari in fuga.
  6. La questione ruota quindi attorno al suo duplice aspetto di affare politico ed affare economico: la sua ragion d’essere serve ed è servita alle attuali insorgenze di rigurgiti di destra, di politiche xenofobe, di ottusi nazionalismi, secondo strategie che funzionano, specialmente in momenti di difficoltà economiche: trovarsi dentro ospiti indesiderati con cui dividere non solo il cibo, ma tutte le fasi dell’esistenza, è sempre un argomento strumentalizzabile e politicamente vincente, sia per chi si fa paladino della lotta al fenomeno, sia per i gruppi sociali di potere che mirano a strategie militaresche, a restrizioni degli spazi democratici, in nome della sicurezza: nessuno vuole seriamente regolamentare un fenomeno che tutto sommato fa comodo, procura voti, attiva giri d’affari e costituisce un ottimo diversivo per non spostare l’attenzione verso temi più scottanti.
  7. Per non parlare della vecchia e sempre funzionante strategia del “nemico”, costruire un nemico verso il quale dirottare ogni responsabilità, sia esso il comunismo, l’Europa, il migrante, il diverso, lo zingaro, l’ebreo, l’omosessuale, quasi sempre il più debole, rispetto al quale si può accreditarsi come vincenti. C’è poi la possibilità, sempre comoda per ogni forma di capitalismo, di poter disporre di forza lavoro a basso costo, che sfugge ai controlli, non richiede costi aggiuntivi per il pagamento di contributi e messe in regola, e consente di realizzare un plusvalore economico superiore a quello che possono offrire le unità di lavoro locali.
  8. Tra le tante cause alla base delle sconfitte della sinistra, va anche valutato il non aver saputo fare un’analisi chiara del problema e di avere regalato a Salvini anche i notevoli risultati “restrittivi” ottenuti da Minniti, additato, soprattutto dalla sinistra della sinistra, come il responsabile delle sofferenze e delle morti di migranti in mare e nei centri profughi della Libia. Il fatto è che, rispetto al cambiare dei tempi, analisi e strategie sono rimaste quelle vecchie, mentre altri le hanno aggiornate rispetto alle nuove esigenze, alle crisi economiche ed occupazionali e alle cambiate sensibilità. Il cosmopolitismo illuminista, la fraternitè universale, l’internazionalismo proletario e anarchico, “nostra patria è il mondo intero”, persino la solidarietà cristiana negli anni della pace sono diventati, per gli spiriti sensibili un modo quasi naturale di pensare, salvo poi diventare bersaglio di coloro cui la pace non piace, che hanno bisogno del nemico per dare un senso alla propria esistenza. E quindi risorgenze di beceri nazionalismi, oggi ridefiniti sovranismi, innalzamento di muri, potenziamento degli armamenti, esibizioni di muscoli, il tutto a protezione della costante divaricazione della forbice che drena le risorse da chi ha meno a chi ha di più e che è destinato ad avere sempre di più, a meno che non rispunti da qualche parte la voglia di riequilibrare i rapporti di potere e di ricchezza con prove di forza che, con termini diversi si chiamano rivoluzioni.
  9. Il perno su cui tutto finisce per ruotare è quello della legalità. Chi si sposta dovrebbe avere le carte in regola per essere ammesso nel paese in cui vuole essere ospitato. Essenzialmente il passaporto e il permesso temporale di soggiorno. Sicuramente si pagherebbe molto meno il viaggio con regolare biglietto. Il “viaggiante”, se beccato con permesso scaduto va rimandato a casa. Chi utilizza forza lavoro illegalmente va punito severamente, tanto quanto chi si presta a farsi sfruttare. I sistemi di accoglienza vanno riconsiderati e riservati a particolari condizioni, ma sempre rispettando il principio che i loro costi sono a carico di chi ne usufruisce, e quindi l’ospite deve compensare con il lavoro che gli viene affidato i servizi che gli sono dati. Tutto questo in un percorso d’integrazione di cui vanno fissati i tempi e la valutazione. Chi delinque va rispedito a casa. Questa sostituzione della legalità con l’attuale “terra di nessuno” che caratterizza l’intera questione, comporterebbe il rischio di lasciare senza occupazione chi si occupa della repressione dell’illegalità. Più o meno come, al momento stanno restando disoccupati tutti coloro che si occupavano della gestione dei centri di accoglienza adesso chiusi. Resterebbero senza lavoro i fabbricanti di gommoni e fuoribordo, coloro che li acquistano, i gestori dei lager libici, il sottobosco che li alimenta, le Ong, le motovedette, i militari, le missioni, i protettori ecc. In pratica l’antinomia di tutto questo è lasciar dire a Salvini che è necessario il rispetto delle regole, quando qualsiasi società civile si fonda e di deve fondare su di questo, ed essere giudicati cattivi se si dice che l’accoglienza indiscriminata senza se e senza ma è un lusso che in questa fase non si permette nessuno stato. Addirittura si rischia una pericolosa inversione delle parti, come se essere buonisti comporti andare oltre il rispetto delle leggi e come se l’applicazione delle  leggi sia una prerogativa del cattivo.
  10. Un esempio: senza nella togliere a quanto ha fatto Mimmo Lucano, bisogna pur dire che tutto il sistema ha funzionato sino a quando ha potuto disporre di sovvenzioni statali, ma che lo Sprar non ha potuto erogare un milione di euro perché non c’erano fatture né pezze d’appoggio, né contratti tra il Comune e i privati che hanno ristrutturato con denaro pubblico e messo a disposizione dei migranti gli alloggi. In pratica il sistema non si è reso autonomo, non ha cercato né creato sbocchi commerciali e non è stato posto rimedio alle contestazioni fatte nel corso delle ispezioni. Forse era ancora presto e potevano esserci altri sviluppi, ma il solo sospetto che potesse esistere la possibilità di un “modello virtuoso” di riferimento ha fatto insorgere la reazione e provocato la chiusura dell’esperienza. È vero che la ricerca esasperata della legalità avrebbe bloccato l’intero sistema, ed è anche vero che la magistratura, magari su pressioni del Ministero, ha avuto buon gioco nel trovare gli aspetti deboli in cui si è dispersa l’applicazione della norme. Ed è in questo perverso gioco di aperture e chiusure, di ciò che è consentito e ciò che è tollerato, di rigidità ed elasticità, di tolleranza e intolleranza, di permissività e di autoritarismo, di spregiudicatezza elettorale e di comprensione umana, di rigore e di arbitrio, che le umane vicende si intrecciano in una serie di complesse situazioni e di aperte problematiche dalle quali non è semplice né facile trovare il filo che dipana la matassa, la via d’uscita, proprio perché c’è in mezzo la vita, la pelle e il futuro di esseri umani ai quali viene negata la facoltà di decidere come costruire la propria vita. Purtroppo siamo arrivati in una fase in cui è diventato difficile persino dire che questo è un problema e che bisogna attrezzarsi per superarlo, al di là degli schematismi ideologici e politici, in nome dell’umanità. Chi non ricorda le inconsulte reazioni di certa gente, questa estate, in occasione della giornata delle magliette rosse?

Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.