Telejato

L’intervista al procuratore Lari e il ruolo dei mass media

L’intervista al procuratore Lari e il ruolo dei mass media
agosto 09
14:41 2017

Può una notizia dirompente, come quella relativa all’intervista concessa dal procuratore Sergio Lari al settimanale americano The New Yorker, lasciare il tempo che trova presso i Mass Media di casa nostra?

Penso, ovviamente, a quelli che contano, perché la notiziola d’agenzia qualche foglio locale l’ha riportata nuda e cruda, rigorosamente asettica in quanto a commenti, fatta eccezione per Telejato che l’ha affrontata per il giusto verso. Non un rigo di riprovazione, comunque, o di doverosa e approfondita analisi, da parte dei pochi altri di cui dicevo prima, per il clima non certo esaltante in cui, stando a quanto riportato dal giornalista americano, il procuratore Lari fra i due fuochi di mafia ed antimafia è costretto ad operare. Ma ora la smentita arriva a stretto giro di posta: il Procuratore pur non smentendo in nessun punto quanto riportato dal giornalista e dal traduttore a seguire, chiarisce che si è trattato di un fraintendimento, di uno scherzo di cui il giornalista, sicuramente complici i differenti idiomi e quel minimo d’innata propensione per gli scoop di molti reporter, non ha saputo o voluto cogliere il tono sicuramente fra il serio e il faceto.

È chiaro, però, che, stando così le cose, il prospettato sfogo del procuratore, «Prima mi odiava la mafia. Ora l’antimafia. Un giorno mi troverete morto per strada e nessuno vi dirà chi è stato», va approfondito in modo più analitico. Passi per la boutade: “Un giorno mi troverete morto per strada e nessuno vi dirà chi è stato”, dall’evidente sapore ironico e scaramantico; altra cosa invece è la prima parte della considerazione: «Prima mi odiava la mafia. Ora l’antimafia”. Battuta, – volendo generosamente considerarla tale – che poggia su due verità inconfutabili: l’odio certo e viscerale della mafia verso chi osa metterla in discussione, e quello sicuramente ancora più viscerale di quella limitata parte di  antimafia che si vede inaspettatamente condotta sul banco degli accusati, ad opera di colleghi verso i quali i sentimenti di odio, per un’accusa  in ordine alla quale la certezza dell’immunità era tradizionalmente considerata un automatismo, si possono facilmente immaginare.

È fuor di dubbio che la sortita del procuratore, qualunque sia stato il tono, non può che scaturire da un’amarezza di fondo correttamente percepita dal giornalista nel suo intrinseco significato; e non possono esserci scappatoie di sorta: a parlare è il protagonista inflessibile di un’indagine che ha il grande merito di non aver guardato in faccia nessuno, di avere inchiodato alle proprie vergogne uno sciame di servitori infedeli dello Stato, e, ancor peggio, della loro stessa Istituzione. Messi con le spalle al muro da un collega “traditore” che tale non avrebbero mai sospettato.

Eh sì, perché scommetto sul fatto che al procuratore Lari, piombato nel bel mezzo di un sistema zeppo di illeciti, spietato censore di magistrati immersi nelle loro sfrontate combine, tipiche, se non più gravi, dei sistemi mafiosi che avrebbero dovuto combattere, l’appellativo, anche se sottovoce, non deve averglielo risparmiato nessuno dell’indegno sodalizio. Poniamocela, adesso, chiaramente la domanda, e senza remore: qual è la ricaduta di questi fatti sul progetto antimafia mirato a voltare l’ampia pagina delle vergogne nazionali, e non ultimo per onorare il suo lungo corollario di vittime? Come vengono visti ed affrontati da quel baluardo custode della legalità democratica, quell’ultima spiaggia rappresentata dal potere giudiziario? Se sono da condividere a scatola chiusa gli appelli della magistratura alla pubblica opinione, sollecitata a fare la propria parte con più convinzione contro le logiche perverse che ancora non riesce ad archiviare, sarebbe anche molto più costruttivo che questo incitamento avvenisse tenendo nel dovuto conto il contesto di profondo disorientamento dal quale quest’ultima è vieppiù sommersa. Ed è proprio quell’addebito all’opinione pubblica di un tiepido distacco, ancor prima di aver dimostrato che si vuol fare sul serio imprimendo all’azione della magistratura il necessario vigore di cui non se ne percepisce che una  altrettanto tiepida presenza, che induce ad allargare l’orizzonte del pensiero.

Sì, lo so, si finirebbe con l’imboccare una strada irta di sottigliezze nella quale non ci si potrebbe che smarrire. Ma, vivaddio, assistiamo ad ogni sorta di esternazioni, giorno dopo giorno, in televisione, rete e stampa di ogni genere, sui mali del sistema politico, amministrativo e finanziario, da parte di magistrati di forte impegno, senza che ve ne sia uno, dico solamente uno, da Di Matteo a Davigo, giusto per citare qualcuno dei tanti protagonisti, a tuonare anche sui mali di casa propria. E su certi aspetti eclatanti di leggi fatte valere all’insegna di profonda disuguaglianza: Le plateali difformità nell’applicazione delle misure di prevenzione docent.

Non ci sono cento cammini da percorrere se non quello dell’esempio, e dell’impegno verso una convinta volontà traghettatrice di progresso civile. Verso l’alba di una nuova era, il più rapidamente possibile. E, in quanto ad esempi, non ci si può accomodare sui tanti di coloro che si sono immolati, senza che si provveda ad inserire la marcia giusta per avanzare verso concretezze che devono affondare il bisturi in   tutte le direzioni. Non ci si può limitare a dei semplici “ ohibò”, assistendo alla mattanza montante.

Esempi di grande limpidezza, che il popolo deve percepire come tali, sono quelli che servono. Le magagne diventeranno sempre meno occultabili. E, se continueranno, la gente lo saprà inevitabilmente, così come inevitabile risulterà il persistere dello scetticismo in quella pubblica opinione che si vorrebbe veder evolvere. Solo dopo una convincente opera di pulizia, rapida, onesta e decisa – e stiamo vedendo che qualcuno, anche se nell’assordante silenzio di casa, ha cominciato a suonare la campana seppure affidandosi allo straniero – avverrà la conquista delle coscienze.

Diciamo che tutti gli emuli del procuratore Lari, convinti e decisi, saranno i benvenuti. Soprattutto quelli che non perderanno di vista i cortigiani del sistema: corruttori da sanzionare alla stregua dei mandanti degli assassinii. Non si può e non si deve aspettare la primavera per fare le pulizie di casa. Sono cominciate e vanno fatte a fondo, fosse pure dovendo prestare il fianco alle immancabili accuse di protagonismo et similia.

Parafrasando l’umoristica battuta dell’ultima buonanima, sarebbe ora di poter affermare che “il potere logora quelli… che ne abusano.

Articolo di Gianfranco Becchina
Articolo di Gianfranco Becchina