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Le regole di Cosa Nostra: niente giustizia dello Stato o parentele con “sbirri”

Le regole di Cosa Nostra: niente giustizia dello Stato o parentele con “sbirri”
marzo 16
14:39 2016

La presentazione rituale, il divieto di ricorrere alla giustizia dello Stato, ma anche l’obbligo di protezione dei ricercati. Le regole di cosa nostra sono rigide, rigidissime. Soprattutto se i nuovi picciotti si trovano al cospetto di boss che hanno fatto il maxi-processo.

L’operazione “Brasca quattro.zero”, che ha portato a 62 misure cautelari, racconta tutto questo. Racconta di “vossia”, della “assoluta mancanza di vincoli di parentela con ‘sbirri'”. Racconta di un realtà che non è soltanto quella dei film ma quella che viene fuori da decine di ore di intercettazioni portate avanti dal Ros dei carabinieri e dai militari di Monreale che hanno indagato sui mandamenti di Villagrazia-Santa Maria di Gesù e San Giuseppe Jato. Attività investigative che hanno permesso di ricostruire l’organigramma dei clan, i nuovi vertici e i rapporti con i boss dei mandamenti vicini. Una inchiesta che svela numerosi episodi di estorsione, intimidazioni e danneggiamenti.

Acquisizioni che hanno permesso agli investigatori di conoscere ancora meglio il ferreo ed ortodosso rispetto delle regole di Cosa Nostra da parte degli esponenti della famiglia di Villagrazia secondo i teoremi di cui avevano già parlato collaboratori di giustizia del calibro di Masino Bustetta e Totuccio Contorno.

Eccole queste regole, le fondamentali:

La rigida osservanza del divieto di rivelare l’appartenenza all’organizzazione o di affrontare argomenti ad essa inerenti con soggetti che, pur in rappresentanza di altri mandamenti, non erano stati introdotti secondo modalità e canali appropriati; la mancanza di riservatezza nella gestione delle informazioni e/o comunicazioni da parte di membri di altri mandamenti è stata fortemente stigmatizzata da alcuni degli indagati per le possibili conseguenze giudiziarie (Vossia è lo zio Mariano?… si… con chi ho il piacere di parlare… ci manda … lo zio Gregorio… abbiamo il mandamento nelle mani noi altri…. fermati là… non lo voglio sapere).

L’attuale vigenza della presentazione rituale sia sotto il profilo della necessaria presenza di un terzo che possa garantire la qualità di uomo d’onore degli interventuti, sia del mai abrogato uso della formula “questo è la stessa cosa” per introdurre un altro affiliato; lo scopo è di evitare che nei contatti fra soggetti combinati si possano inserire estranei, apprendendo notizie la cui conoscenza è riservata ai soli uomini d’onore (… mi ha detto che era “la stissacuosa”).

Il dovere di sostegno imprescindibile sia nei confronti dei reclusi della propria famiglia e, talvolta per motivi di opportunità e/o legami peculiari, anche verso i membri di altre articolazioni mafiose; il supporto economico è ovviamente assicurato mediante il ricorso ad attività illegali e si intensifica soprattutto in occasione delle festività ovvero a seguito di particolari condizioni (es. una infermità come nel caso di Benedetto Capizzi, già capo commissione in pectore ai tempi del tentativo di ricostituzione dell’organismo collegiale di vertice nel 2008) (… e perchè c’è qualche carceratieddu ed è giusto che uno ci deve pensare…).

L’assoluto divieto di ricorso alla giustizia statuale, sostituita da una sorta di autotutela mafiosa da attuare attraverso l’interessamento degli altri referenti mafiosi.

Il rispetto dell’obbligo di protezione dei ricercati, documentato nelle prime fasi successive all’omicidio di Giovanni Battista Tusa, già indicato come uomo d’onore, ucciso il 19.03.13 dal cognato Vincenzo Gambino, poi invitato a consegnarsi per evitare la presenza di organismi investigativi sul territorio di riferimento;

Il permanere dei requisiti morali richiesti ai candidati all’ingresso in Cosa Nostra, già sintetizzato nell’”assoluta mancanza di vincoli di parentela con «sbirri»”; in tal senso è stata stigmatizzata la scelta del capo del mandamento di San Giuseppe Jato di aver appoggiato in posizione di rilievo della famiglia di Altofonte la nomina di un esponente che, benchè cognato dell’ex latitante Domenico raccuglia, è sottufficiale dell’esercito; il medesimo netto rifiuto era manifestato anche nei confronti di soggetti legati con congiunti di magistrati (… là nel portone gli abbiamo fatto la croce! ha fatto a sua figlia fidanzata con… un magistrato ma prima ci si teneva a tutte queste cose… minchia ora si sposano con gli sbirri!… Con i carabinieri…). Altra dote indispensabile per i futuri affiliati è la totale dedizione all’organizzazione che prevale sempre anche sulle esigenze della famiglia di sangue (lasciavo la qualsiasi cosa… tutto…pure a mia moglie al momento che partoriva lasciavo io!).

Un aspetto sconosciuto attestato dalle attività è rappresentato invece dalla consuetudine che le spese funebri in occasione della morte degli affiliati siano sostenute dall’organizzazione (Zu Vicè mi dica una cosa…so … che quando muore uno un amico nostro… che… è cosi… gli fate il …il funerale); se tale pratica poteva essere intuita, soprattutto per gli esponenti di maggior prestigio, in realtà mai prima d’ora se ne era ottenuta conferma.

Altro dato significativo nell’ottica dell’approfondimento della conoscenza del fenomeno mafioso è l’aver individuato l’esatta demarcazione territoriale della famiglia di Villagrazia che consente, da un lato, di comprendere appieno le diatribe sulla competenza dei sodalizi contermini nelle attività estorsive e, dall’altra, di precisare di conseguenza i confini delle altre articolazioni mafiose. In particolare, oltre all’omonima borgata palermitana, il territorio della menzionata articolazione mafiosa comprende anche la frazione Villaciambra, inserita nel comune di Monreale, e alcune aree ricadenti nel comune di Altofonte.

di Marco Volpe – gds.it

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