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L’antimafia di cui non abbiamo bisogno

L’antimafia di cui non abbiamo bisogno
aprile 14
15:02 2017

Sia chiaro, la nostra riflessione su quanto succede nel mondo dell’antimafia non è una condanna contro tutta l’antimafia, come si sta facendo di questi tempi e come ha fatto anche un noto giornalista che quotidianamente parla con Matteo Messina Denaro, senza essere ascoltato, e dice che Matteo ha vinto. Non ha vinto niente.

C’è in atto un attacco concentrico contro ogni antimafia, una ricerca esasperata per dimostrare che ogni associazione antimafia, ogni struttura, ogni attività, gratta gratta ha qualcosa da nascondere e qualcosa di sbagliato. La linea d’azione che si porta avanti è quella di dimostrare che l’antimafia è una macchina per far soldi, che in nome dell’antimafia si ricevono contributi a pioggia e che questi vengono spesi o usati senza che alla fine ci siano riscontri e risultati utili a creare una seria coscienza antimafia. Diciamo antimafia, ma possiamo tranquillamente dire antinidrangheta o anticamorra.

Parliamoci chiaro, succedono anche queste cose, succede anche, come documentato l’altro ieri in un servizio de Le Iene che in Calabria c’è un’associazione antimafia che ha per simbolo una gerbera gialla, che in quattro anni ha ricevuto 400 mila euro di finanziamenti e li ha spesi 11 mila in fiori, 108 mila in spese di tipografia, 4 mila in targhe, 7 mila in ristoranti, (ma pare che siano 35 mila e che il ristorante dove si abbuffavano magistrati e ospiti vari dell’associazione sia del cognato della presidente dell’associazione, che è responsabile di alcuni progetti), mentre nell’associazione lavorano anche due figli e una sorella, che è tesoriera. Insomma, siamo al solito tiengo famiglia, e la Calabria è famosa per essere la patria del familismo amorale, quello individuato dal sociologo Banfield, per cui tutto quello che serve all’affermazione della famiglia è giustificato. E non credete che abbiamo finito: i bilanci parlano di biglietti in treno, di mobili acquistati nientemeno che all’Ikea di Milano, addirittura di una multa di 300 euro, poi diventati mille, pagata con i soldi dell’associazione e di altre spese pazze delle quali la presidente dell’Associazione dovrà adesso rendere conto alla Procura di Reggio, in quanto indagata. L’unica cosa che ci ha lasciati esterrefatti è stata l’affermazione della stessa presidente, secondo la quale “la iena” agiva come un calabrese, “perché i calabresi hanno la mente piccola”. Sapevamo che i calabresi hanno la testa dura, e che questo non è un difetto, ma quella di avere la mente piccola è invece un’offesa fatta nei confronti di un popolo che offre a questa signora tutti gli argomenti per potere andare avanti, senza riceverne risultati concreti. Che dire? Che i calabresi, se avessero un minimo di coraggio dovrebbero prendere questa signora e accompagnarla alla porta, mentre la procura dovrebbe accertarsi non delle sue colpe, ma del peccato d’origine, ovvero chi ha dato questo mare di soldi a quest’associazione e per quale motivo. Ma ovviamente quando ce ne andiamo troppo in alto ci si ferma. Potremmo continuare questo servizio se potessimo disporre di un elenco complessivo dei contributi antimafia versati alle varie associazioni antimafia e se avessimo i riscontri di come sono stati spesi.

Non vogliamo neanche accennare a Libera, oggi entrata nel tritacarne anti-antimafia, ad Addio Pizzo, al Museo della ‘ndrangheta, e, per rimanere in tema al fiume di euro con cui gli amministratori giudiziari hanno rovinato alcune delle più importanti attività imprenditoriali siciliane, per non parlare delle consulenze d’oro intascate dai vari Cappellano Seminara, Teresi, Caramma, Carmelo Provenzano, Nivarra. Siamo sempre là: l’antimafia serve per far soldi o per dare un’immagine di un’Italia pulita e produttiva? Dell’antimafia parolaia, di quella cerimoniera, di quella in tipografia, di quella in voga in alcuni settori dei tribunali, di quella di certi avvocati e commercialisti, di quella di alcuni, collaboratori di giustizia, di quella che mette in commercio molta più merce di quella che produce, timbrandola col suo marchio, di quella che organizza viaggi di lavoro nei campi liberati dalla mafia, i quali si trasformano spesso in momenti di vero e proprio sfruttamento, proprio non abbiamo bisogno.

Di quella che lavora in silenzio per dare un’immagine corretta di quello che succede in questa società, rispetto all’immagine distorta diffusa da giornalisti al soldo di chi passa loro solo alcune notizie, di quella che spesso si attira strali, condanne, denunce per dire pane al pane, di quella che è vittima di strategie secondo cui i depositari della giusta antimafia sono solo quelli che amministrano la giustizia, mentre gli altri sono truffatori o mistificatori, perversi soggetti, dell’antimafia di quelli che non hanno mai incassato una lira, ma fanno antimafia mettendoci la faccia perché sono convinti che la Sicilia possa cambiare, ebbene, è di questa antimafia che abbiamo bisogno. Per favore, non lasciatela morire, non uccidetela.

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Redazione

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