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Restituiti i beni al Gruppo Imprenditoriale Rappa

Restituiti i beni al Gruppo Imprenditoriale Rappa
novembre 22
15:15 2018

Viene meno anche un altro tassello della gestione Saguto. Il sequestro Rappa è stato la buccia di banana su cui è scivolata l’ex presidente dell’ufficio misure di prevenzione, oggi sotto processo. Ecco una ricostruzione degli avvenimenti

Il sequestro dei beni sequestrati

Il 23 febbraio 2015 il tribunale misure di prevenzione di Palermo ha reiterato il sequestro dei beni del gruppo Rappa, già decretato un anno prima, con l’aggravante che i Rappa sono ritenuti “socialmente pericolosi” e con l’accusa che non avrebbero avuto “disponibilità economiche lecite idonee a giustificare la legittima provenienza dei beni a loro intestati”.

Da un anno la difesa dei Rappa ha prodotto una mole di documenti e dichiarazioni dei redditi che dimostrano come essi abbiano costruito il loro patrimonio fuori dall’influenza e da eventuali capitali mafiosi attribuibili al padre. Per far fronte a una possibile sentenza di restituzione dei beni da parte della Cassazione, l’Ufficio misure di prevenzione presieduto dalla Saguto, con un atto di strategia forense che rischia di sembrare persecutoria, ha riproposto il sequestro attraverso una nuova imputazione avanzata nei confronti di Filippo Rappa, che sarebbe l’intestatario fittizio dei beni di suo nonno, molti dei quali acquistati o realizzati dopo la sua morte. Cambiata la motivazione cambia il procedimento e inizia un nuovo processo, che, attraverso i soliti rinvii di 90 giorni ha allungato i tempi dell’amministrazione giudiziaria, garantendo a chi l’effettua un lavoro quasi stabile.

Il nonno

Le vicende giudiziarie del gruppo Rappa costituiscono un caso davvero anomalo. Il 28 marzo 2014 la DIA di Palermo pone sotto sequestro un ingente patrimonio immobiliare e societario facente capo all’imprenditore Rappa Vincenzo, nato a Borgetto (PA) l’8/4/1922, deceduto il 28/3/2009. Secondo il Direttore della DIA, Arturo De Felice, e il capocentro di Palermo Giuseppe D’Agata, attraverso una serie di indagini economico-patrimoniali, Rappa avrebbe accumulato i suoi beni grazie a un fitto reticolo di interessi finanziari e societari, sia nel settore dell’edilizia privata, sia in quello dei pubblici appalti, condotto con esponenti di autorevoli famiglie mafiose.

Vincenzo Rappa, arrestato assieme al figlio Filippo nel 1997, è stato condannato, in primo grado, a otto anni di reclusione, e, con sentenza definitiva l’8 novembre 2007, a quattro anni, perché ritenuto colpevole del delitto di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Ad accusarlo alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca, Antonino Avitabile, Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo e Nino Galliano.

Il processo in Corte d’appello ha chiarito che Rappa non era organicamente inserito in Cosa nostra, ma che, attraverso i contributi economici derivanti dalle sue attività avrebbe contribuito, come concorrente esterno, a rafforzarne l’apparato strutturale, in un primo momento con il pagamento di tangenti, successivamente con il versamento di ingenti somme di denaro, grazie alle quali avrebbe avuto in cambio la possibilità di realizzare importanti operazioni immobiliari, accaparrandosi importanti commesse e realizzando lauti profitti. Il mafioso Raffaele Ganci sarebbe stato  il punto di contatto per una serie di rapporti e di organica collaborazione con  “famiglie” mafiose, come quella della Noce, di Resuttana e dell’Acquasanta, per il tramite di quella di Borgetto, di cui era capo Francesco Rappa (che non è parente di Vincenzo).

Nel processo è stato prosciolto da ogni imputazione il figlio Filippo, padre dei due giovani imprenditori eredi dei beni sequestrati. Proprio in quella sentenza era scritto: “si esclude all’evidenza che vi siano state immissioni di denaro proveniente da attività illecite di Cosa Nostra nei circuiti leciti del gruppo imprenditoriale Rappa. Va pertanto disposta la revoca della confisca con conseguente dissequestro”. In sostanza Rappa aveva dovuto piegarsi nel 1990 alle estorsioni, cioè aveva fatto “elargizioni” (pizzo) alla consorteria mafiosa, dopo avere fatto negli anni svariate denunce alle Autorità giudiziaria, rimaste impunite, e dopo numerosi attentati dinamitardi.

I nipoti

Quando tutto pareva finito nel quinto anniversario della morte del nonno Vincenzo, ultimo giorno utile, servendosi della normativa che dal 2011 consente di aggredire tutti i beni già in capo al soggetto condannato per mafia entro i cinque anni dalla data del suo decesso, il Tribunale di Palermo, Sezione Misure di Prevenzione presieduto da Silvana Saguto, condividendo le risultanze investigative evidenziate dalla DIA, supportate peraltro dalla sperequazione finanziaria rilevata nei confronti di Rappa Vincenzo, nonché nei riguardi di Rappa Filippo, classe 1943 (figlio) e di Rappa Vincenzo Corrado, classe 1973 e Rappa Gabriele classe 1976 (nipoti), ha emesso il provvedimento di sequestro che ha colpito gli immobili e le aziende acquisite dagli eredi e/o quelle  che si sono sviluppate da imprese riconducibili al capostipite della famiglia. Nessuno degli eredi Rappa è indagato, ma il patrimonio ereditato avrebbe beneficiato del “rapporto preferenziale instaurato con Cosa nostra”. Nell’azione della DIA ha avuto un ruolo centrale un colonnello della GdF, in forza alla stessa DIA, Fabrizio Nasca, in ottimi rapporti con la Saguto. Il sospetto che l’operazione sia stata concordata a tavolino è stato poi confermato dalle intercettazioni tra i due.

I beni

Sul valore dei beni sequestrati i giornali hanno pubblicato stime diverse. Secondo le stime della DIA si parla di un valore che va dai 600 agli 800 milioni di euro: ville, edifici, terreni, la concessionaria di pubblicità Pubblimed, le concessionarie di auto, con sede a Isola delle Femmine e Catania, che commercializzano marchi di lusso come Bmw, Mini e Jaguar. Sotto sequestro anche il palazzo del TAR di via Butera, che pare possa essere stato acquistato con soldi provenienti dalla malavita organizzata, nonché alcune palazzine liberty del centro ed alcune ville tra Mondello e l’Addaura. Bloccate inoltre alcune società immobiliari che fanno capo ad una holding milanese.

Ha colpito soprattutto il sequestro di TRM, una delle prime emittenti televisive private in Sicilia, fondata da Filippo Rappa nel 1976. Nel 1984 Filippo Rappa, che aveva assunto la guida della tv, siglò l’accordo con il gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi cedendo al network nazionale di Retequattro alcune frequenze televisive. Una circostanza che, anni dopo, sarebbe finita in diversi processi di mafia, da quello a Marcello Dell’Utri, amico di vecchia data dei Rappa, a quello agli stessi imprenditori, padre e figlio, poi arrestati nel 1997. Vincenzo Rappa senior aveva subito un sequestro di dieci miliardi di lire, poi restituiti e finiti nelle mani di banche creditrici.

Nel frattempo i due nipoti giovani, Gabriele e Vincenzo, hanno costruito proprie attività imprenditoriali, fatturando cifre consistenti e dando lavoro a circa un centinaio di dipendenti, e sono andati avanti rifiutando qualsiasi contatto con Cosa nostra. Tra l’altro il sequestro dei beni Rappa era già proposto una prima volta ma la proposta era stata rigettata.

Walter Virga

I beni sotto sequestro sono stati affidati al giovane amministratore giudiziario Walter Virga, lo stesso che amministra i beni della famiglia Giardina, proprietaria dei negozi Bagagli. Walter, titolare di uno studio legale a Palermo, è figlio di Tommaso Virga, presidente della seconda sezione penale del Tribunale di Palermo, componente del direttivo della Associazione Nazionale Magistrati ed ex-componente del Consiglio Superiore della Magistratura, per la corrente Magistratura Indipendente. Insomma uno dei magistrati palermitani più autorevoli, che da voci prive di conferma, avrebbe evitato in passato alla dottoressa Saguto un procedimento disciplinare.

È vero che, nel momento in cui Telejato ha tirato fuori questa notizia, si trattava di una ipotesi fondata sul principio siciliano di “na manu lava l’autra e tutti dui lavanu a facci”, ma, con lo scoppio dello scandalo all’Ufficio misure di prevenzione, il giovane Walter è finito nella bufera, si è dimesso, rilasciando una serie di dichiarazioni, tra le quali quella di avere speso un migliaio di euro per preparare una stanza dove doveva insediarsi la nuora della Saguto, Mariangela Pantò.

Virga si sarebbe adoperato anche per far lavorare la moglie Giuliana Pipi, presumibilmente dandole vari incarichi, quello di consigliere della Simsider dal 2 aprile al 21 ottobre 2014 e della Telemed dal 2 aprile al 16 settembre 2014, addirittura, le avrebbe “svenduto”, secondo le indagini del  Nucleo di Polizia Tributaria di Palermo, alcune autovetture della Nuova Sport Car, concessionaria da lui amministrata. Altri incarichi alla signora Pipi sarebbero stati affidati dalla sezione Esecuzioni immobiliari, in particolare la vendita di dieci lotti e tre terreni a Partinico, che non si riescono a vendere dal 2011, ma che le frutterebbero le laute parcelle della custodia. Il 2 settembre Virga comunicava alla moglie l’imminente firma di un contratto di consulenza con l’Ars che, dopo lo scandalo scoppiato il 7 settembre, non è più avvenuta.

Oggi l’amministrazione giudiziaria dei beni dei Rappa è stata affidata all’ex prefetto Isabella Giannola e quella dei negozi Bagagli all’avvocato di fiducia del presidente Mattarella, già titolare di numerosi incarichi di curatele fallimentari, Antonino Coppola.

La lettera

Con la nuova decisione del tribunale, per i Rappa si ricomincia da capo e si continua all’infinito. In una lettera pubblicata da Live Sicilia (24 febbraio 2017) Vincenzo Rappa scrive: “Ed a proposito di verità, ho riflettuto molto in questo lungo periodo, in cui sono stato privato del mio lavoro (per cui ribadisco ho sacrificato tutta la mia vita: lavoro da oltre 23 anni in modo onesto e libero) e non riesco a dimenticare il boato delle due bombe fatte deflagrare nel 1986 dai mafiosi davanti le porte della casa in cui all’epoca abitavo. Non dimentico neanche che ho per anni diretto un telegiornale imprimendo sempre una linea editoriale di contrasto duro alla criminalità mafiosa ed al contempo ho sempre denunciato minacce e danneggiamenti ricevuti alle Autorità competenti alle quali ho fornito piena e concreta collaborazione”.

La vicenda della famiglia Rappa sembra chiudersi definitivamente il 16 dicembre 2015, allorché la Corte di Cassazione di Palermo dispone il dissequestro, giudicando illegittimo l’operato dell’Ufficio misure di prevenzione diretto da Silvana Saguto, ma, trattandosi di vari procedimenti per ottenere il rilascio dei beni, sono in corso altre udienze, in attesa dei risultati della nuova indagine disposta dalla Procura, per accertare se nella creazione e nella gestione delle varie aziende siano stati immessi capitali mafiosi.

Nuovo sequestro

Per i Rappa comunque non c’è pace. Quando tutto sembrava risolto a loro favore, è arrivata un’altra tegola il 7 febbraio 2018, ovvero un’ordinanza di sequestro preventivo per un milione 28 mila euro a Vincenzo Corrado Rappa, ex amministratore unico della concessionaria d’auto Nuova Sport Car, con provvedimenti di sequestro anche per Walter Virga, ex amministratore giudiziario della società, sotto processo a Caltanissetta. L’accusa è di peculato, e per sottrazione di beni sottoposti a sequestro. Il sequestro interessa un dipinto di Francesco Lojacono, un olio su tela intitolato “Palermo e Monte Pellegrino” del valore di 95 mila euro, un appartamento di 400 metri quadrati, due appartamenti del valore di 370 mila euro e 71 mila euro fra conti correnti e polizze assicurative. L’indagine parte da una segnalazione dell’attuale amministratore giudiziario, il prefetto Isabella Giannola, che avrebbe notato una notevole “distrazione” di fondi dell’azienda a favore di V.C. Rappa, il quale nel 2013 e nei primi tre mesi del 2014, “ha prelevato dalla cassa e dai conti correnti dell’azienda senza alcuna giustificazione contabile” e con cui “ha effettuato acquisti di opere d’arte e numerose spese personali”. Si parla di 594 mila euro: Virga e Rappa avrebbero camuffato la cifra facendola risultare come compenso all’ex amministratore unico: 314 mila euro per l’intero anno 2013 e 240 mila euro per i primi tre mesi del 2014. Per evitare altri guai fiscali, sui 554 mila euro compensati Virga avrebbe pagato le imposte dovute, facendo lievitare l’esborso totale per la società in amministrazione giudiziaria a poco più di un milione di euro. Nel 2017 Rappa era stato rinviato a giudizio per l’acquisto di un dipinto di Giorgio De Chirico, “Il Trovatore”, del valore di 500 mila euro, da lui comunque consegnati. Gli investigatori della Dia lo cercarono, ma fu Rappa stesso a consegnare l’opera, sostenendo che facesse parte dei suoi beni. Oggi gli sviluppi del caso hanno rimesso tutto in discussione con la richiesta della riconsegna dei beni dell’ultimo sequestro e con i soliti accertamenti del valore patrimoniale dei beni. L’accusa sostenuta dal pm Claudia Ferrari è sempre la stessa: Vincenzo Corrado Rappa è un soggetto “socialmente pericoloso”, i beni dei Rappa sarebbero stati accumulati grazie al nonno Vincenzo, ritenuto un mafioso e condannato.

Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.