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Da fuorilegge a uomo di Dio. La storia di Franck Mannino, l’ultimo uomo della banda Giuliano.

Da fuorilegge a uomo di Dio. La storia di Franck Mannino, l’ultimo uomo della banda Giuliano.
settembre 24
14:56 2016

Vi proponiamo un’intervista di Matteo Pierro a Franck Mannino, l’ultimo uomo della banda Giuliano.

(NewTuscia) – foto-02-manninoPortella della Ginestra: A coloro che vissero il secondo dopoguerra non può non tornare alla mente una delle stragi più efferate di quegli anni. Vi persero la vita 11 persone e 56 rimasero ferite. L’attentato fu compiuto da un gruppo separatista, l’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana), guidato dal noto bandito Salvatore Giuliano. Il gruppo era formato da giovani siciliani speranzosi in un futuro più roseo per la loro terra. Uno di questi ragazzi era Franck Mannino, un diciannovenne di Montelepre. Franck è venuto a mancare la scorsa settimana a Genova dove viveva con suo figlio. Ho avuto modo di conoscerlo poco tempo fa durante una conferenza tenutasi a Mercato San Severino. Quello che nel 1947 era un fuorilegge appartenente a una banda sanguinaria mi è apparso come un simpatico ultranovantenne capace di mettere a proprio agio sia adulti che bambini e desideroso di parlare ad altri della sua fede. Quella che segue è l’intervista che è stato felice di concedermi.

Franck, può spiegarmi come entrò a far parte della banda Giuliano?

Conoscevo sin dall’infanzia Salvatore Giuliano essendo entrambi di Montelepre. Lui aveva solo un anno più di me. Nel 1945 entrai a far parte dell’EVIS. Era l’elemento paramilitare del partito separatista noto come Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS). Salvatore Giuliano era stato incaricato dai responsabili dell’EVIS e del MIS di assumere il comando del nostro gruppo. Ci univa l’amore per la nostra terra e per la nostra gente. Ce l’avevamo con quelle che a nostro avviso erano ingiustizie. Abbracciai dunque la causa della banda Giuliano: separare la Sicilia dall’Italia e annetterla, come 49° stato, agli Stati Uniti d’America. Alti funzionari del MIS ci avevano assicurato di avere strette relazioni con il governo di Washington e che il presidente degli Stati Uniti, Harry S. Truman, era favorevole all’annessione.

Com’era la sua vita da fuorilegge?

Il mio gruppo si occupava di effettuare sequestri di persone importanti, per chiedere poi un riscatto. In questo modo ci procuravamo i soldi per sostenere la nostra lotta. A nessuno dei sequestrati fu mai fatto del male. Partecipai a una ventina di rapimenti, oltre che ad assalti armati alle caserme dei carabinieri. Ma con sollievo posso dire di non aver mai ucciso nessuno. I nostri violenti sforzi separatisti culminarono nella sconsiderata azione di Portella della Ginestra. Fu organizzata da una dozzina di uomini del gruppo di Giuliano ed era diretta contro il partito comunista. Anche se quella strage di gente comune non era stata premeditata, la popolazione che prima si sentiva protetta e ci sosteneva, ora si considerò tradita da noi. Da quel momento la caccia ai componenti della banda Giuliano fu spietata. Molti miei compagni furono arrestati in seguito a soffiate. Anch’io caddi in una trappola e il 19 marzo 1950 venni catturato. Quell’estate lo stesso Giuliano fu ucciso.

In che modo affrontò la detenzione?

Mi trovavo nel carcere di Palermo in attesa del processo e la separazione da mia moglie e dai miei tre figli mi affliggeva. Tuttavia il desiderio di lottare per ciò che consideravo giusto mi impedì di abbattermi del tutto. Iniziai a occupare il tempo leggendo. Un libro suscitò in me il desiderio di leggere la Bibbia. Erano le memorie di Silvio Pellico, vissuto nel XIX secolo e detenuto per motivi politici. Pellico scriveva che in prigione aveva sempre avuto con sé un dizionario e una Bibbia. Anche se io e la mia famiglia eravamo cattolici, in effetti non avevo mai sentito parlare della Bibbia. Così feci domanda alle autorità per acquistarne una. Mi fu risposto che era proibito, ma mi diedero i quattro Vangeli. In seguito riuscii ad avere una Bibbia completa che conservo ancora come un caro ricordo. Finalmente, nel 1951 ebbe inizio a Viterbo il mio processo. Durò 13 mesi e fui condannato a due ergastoli, nonché a 302 anni di reclusione! Sarei uscito dal carcere solo da morto.

Una condanna del genere avrebbe distrutto qualsiasi persona, cosa le ha impedito di cadere nella disperazione?

Quando tornai al carcere di Palermo conobbi un cugino di Giuliano che era stato arrestato tre anni prima di me. In precedenza egli aveva conosciuto in prigione un testimone di Geova che gli aveva parlato delle meravigliose promesse della Bibbia. Seppi in seguito che il suo arresto era dovuto al fatto che all’epoca in Italia la predicazione biblica tipica dei Testimoni non era vista di buon occhio. Malgrado le mie attività illegali credevo in Dio e negli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Fui quindi molto colpito quando scoprì che tante delle cose in cui credevo non erano in armonia con ciò che insegnano le Sacre Scritture. Continuando a leggere la Bibbia compresi che per piacere a Dio dovevo spogliarmi della mia vecchia personalità e rivestirne una nuova, una personalità mansueta e simile a quella di Cristo Gesù. Fu un cambiamento graduale, ma iniziai subito a darmi da fare per aiutare i compagni di prigionia e cercai immediatamente di parlare loro di quello che imparavo. Ciò dette uno scopo alla mia vita di ergastolano.

Ebbe problemi in carcere a motivo dei suoi trascorsi?

In verità le difficoltà maggiori le incontrai a causa dei cambiamenti che avevo cominciato ad operare nella mia vita. Qualche autorità carceraria si oppose alle mia attività religiose all’interno del reclusorio. Ciò nonostante riuscì a guadagnarmi la stima del direttore, iniziai a lavorare come scrivano e ottenni il permesso di usare un magazzino per tenervi delle riunioni per lo studio biblico alle quali invitavo gli altri detenuti. Purtroppo, quando ciò divenne di pubblico dominio, fui trasferito allo stabilimento penale di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba.

Come affrontò questa nuova situazione?

Al mio arrivo fui messo in cella di rigore e vi rimasi per 18 giorni. Non mi fu concesso neppure di tenere la Bibbia. In seguito però le cose cambiarono. Potei riavere la Bibbia, la letteratura biblica e ricevere anche regolari visite da parte di un ministro dei testimoni di Geova. Il 4 ottobre 1958 io e un altro detenuto ci battezzammo nella vasca usata per innaffiare il giardino del carcere. In seguito fui trasferito nel carcere di Fossombrone e poi in quello dell’isola di Procida. La buona condotta mi consentì di lavorare nell’infermeria. Parlavo spesso della mia fede agli altri e alcuni dei miei compagni di detenzione divennero testimoni di Geova.

Come mai la sua detenzione è durata 28 anni anziché quanto previsto dalla sentenza?

Nel 1974 fui visitato per la prima volta da un giudice che mi incoraggiò a presentare domanda di grazia. Fare ciò significava dichiararsi colpevole di quanto era avvenuto a Portella della Ginestra. Io non avevo partecipato a quella strage, perciò non ritenni opportuno chiedere la grazia. Nel 1976 mi fu suggerito di presentare istanza per ottenere la libertà. Il magistrato di sorveglianza scrisse su di me: “Il Mannino di oggi, rispetto al giovane sanguinario esecutore degli ordini del bandito Giuliano, è un altro uomo: è del tutto irriconoscibile“. Dopo non molto le autorità carcerarie di Procida chiesero la grazia per me. Essa mi fu infine concessa e il 28 dicembre 1978 fui scarcerato.

Come ha usato la sua libertà?

Da ragazzo credevo che per ottenere la libertà avrei dovuto lottare, anche a costo di compiere sequestri. Dalla Bibbia ho invece appreso che per quanto gli sforzi umani siano sinceri, non potranno mai portare la giustizia che da giovane tanto desideravo. La conoscenza della Bibbia mi ha aiutato a capire che solo il Regno di Dio può porre fine all’ingiustizia e recare sollievo. Ho perciò dedicato buona parte della mia vita da uomo libero per parlare ad altri di questo insegnamento.

Posso chiederle come mai si trova oggi a Mercato San Severino?

Durante la detenzione parlavo della mia fede anche alle guardie carcerarie. Una di queste era Andrea Iannone di Mercato San Severino. A seguito di quelle conversazioni anche lui e tutta la sua famiglia sono diventati testimoni di Geova. Da allora è nata una grande amicizia che sono lieto di coltivare ancora oggi nonostante gli acciacchi dovuti all’età.

Matteo Pierro

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