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Collovà e l’antimafia delle sinergie

Collovà e l’antimafia delle sinergie
aprile 04
13:23 2017

 

Il servizio delle Iene del 2 aprile (QUI) ha portato alla ribalta il nome di Elio Collovà.

Abbiamo incontrato, nel corso delle nostre inchieste, l’amministratore giudiziario Collovà parlando, dell’azienda agricola Savignano, uno dei più grandi poderi della Toscana, già di proprietà di Giuseppe Piazza e affidato, in amministrazione giudiziaria, così come del resto tutti i suoi beni, a Cappellano Seminara. Nel suo libro Confische spa racconta che, essendo andato in Toscana per una verifica su incarico del tribunale di Palermo, assieme a Cappellano, a bordo di una jeep, girarono per un’intera giornata senza riuscire a circoscrivere l’estensione della proprietà.

Collovà era già nelle grazie dell’Ufficio misure di prevenzioni sin dal 1995, allorché gli era stato affidato il sequestro dei beni di Antonino Madonia e successivamente quello di altri mafiosi di spicco, come Noicolò Eucaliptus di Gela, Francesco Paolo Bontade, fratello di Stefano, Marcianò, Inzerillo, Mannino, Marcello Sultano, D’Agati Giovanni Francesco Zummo. A quest’ultimo, assieme a Francesco Civello, veniva sequestrato l’intero capitale il 23.9.2002, in quanto ritenuti prestanomi di Vito Ciancimino legati al re dei costruttori palermitani Vincenzo Piazza, suocero di Ignazio Zummo, figlio di Francesco e uomo della cosca mafiosa dei fratelli Graviano di Brancaccio, al quale in precedenza erano stati confiscati beni per oltre mille miliardi di lire. A Francesco Zummo, arrestato il 28 novembre 2001 per concorso in associazione mafiosa, erano state sequestrate 4 quote societarie di due imprese edili di Palermo (San Pietro Costruzioni srl) e di un’azienda agricola di Terrasini (Agricola Sif sas) intestata a Flora Zummo, figlia di Francesco.

Altro amministratore nominato, Andrea Dara, uno della cupola. Condannato, in primo giudizio a cinque anni, per concorso in associazione mafiosa. Il 15 aprile 2009 Zummo è stato assolto, assieme al figlio Ignazio (condannato a tre anni), alla moglie Teresa Macaluso e alle figlie Sonia, Gabriella e Flora, già assolte dal Gup. I giudici hanno disposto anche la restituzione dei beni che il Gup aveva confiscato: si tratta delle società Quadrifoglio immobiliare, Gardenia e Mec. Gli Zummo sono anche assolti o prescritti dall’accusa di fittizia intestazione di beni, per 13 milioni di euro, in concorso con l’avvocato milanese Paolo Sciumè, il quale avrebbe dato indicazioni per occultare una parte del loro patrimonio in un paradiso fiscale, presso la ArnerBank, alle Bahamas, tramite uno dei suoi fondatori, Nicola Brivetti, molto legato a Berlusconi. Quasi tutti i beni degli Zummo, malgrado le assoluzioni e le disposizioni di dissequestro, sono sempre sotto amministrazione giudiziaria, oggetto di procedimenti per l’applicazione di misure di prevenzione. L’amministrazione giudiziaria è passata disinvoltamente da Dara a Elio Collovà e viceversa anche in altri casi, vedasi per esempio il sequestro del Gruppo Immobiliare Gitex e della Romana costruzioni spa fatto il 26.11.2001, della Rovigo Costruzioni, della Immobiliare Quadrifoglio,  della Ponte Tresa costruzioni, tutte con sede in Viale Regione Siciliana 7275 Palermo.

Collovà ha una carriera di tutto rispetto, di dottore commercialista, di revisore dei conti, di perito del tribunale sia della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, incaricato di consulenze tecniche e di amministrazioni giudiziarie distribuite tra le procure di Trapani, Palermo, Agrigento, Caltanissetta, Messina e persino Cuneo. È considerato un autentico “esperto” delle misure di prevenzione, di sezioni fallimentari, di riciclaggio, di illeciti nella pubblica amministrazione, autore di risposte a quesiti e interpelli inoltrati al Ministero delle Finanze, per sette anni revisore dei conti del comune di Palermo e collaboratore della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Bologna.

Parallelamente a quella di Zummo si sviluppa la vicenda di Pietro Di Vincenzo, un imprenditore giè presidente di Confindustria  Caltanissetta.

Arrestato nel febbraio 2002 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, Di Vincenzo fu condannato in primo grado e assolto dalla Corte d’appello di Roma nell’aprile del 2008. Più recentemente è stato condannato dal tribunale di Caltanissetta a 10 anni di reclusione per estorsione ai danni dei suoi dipendenti, a cui avrebbe dato meno soldi di quanto risultasse in busta paga. Nella requisitoria al processo d’appello sulla confisca confermata i procuratori generali Roberto Scarpinato e Franca Imbergamo avevano sottolineato la vicinanza di Di Vincenzo con Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra. Grazie alle sue collusioni con Cosa nostra avrebbe ingrossato il suo patrimonio. Accusa respinta dal difensore dell’imprenditore, l’avvocato Gioacchino Genchi: “Non c’è una sola sentenza a confermare l’assunto accusatorio della Procura generale che ritiene illegittima la provenienza del patrimonio”. Nel corso della sua arringa difensiva, Genchi aveva aggiunto: “Di Vincenzo pagava il pizzo, ha subito estorsioni. Sicuramente ha dovuto piegarsi ai compromessi e agli accordi che regolano il mondo dell’imprenditoria. Ha pure pagato il pizzo, ma se è stato sottoposto a estorsioni come si può affermare che era vicino alla mafia? Vi risulta che la mafia faccia pagare il pizzo a chi considera amico?”

I beni di Di Vincenzo, posti sotto sequestro, ammontano a 280 milioni e vengono affidati, nel 2009 ad Elio Collovà il quale ha un colpo di genio, sapendo di potere contare sull’assenso delle procure di Palermo e Caltanissetta che gli hanno dato le amministrazioni Zummo e Di Vincenzo. Crea una nuova azienda, la AG Sinergie, con capitale di 6,4 milioni, nella quale confluiscono i beni di quattro aziende del gruppo Zummo, compra con questi capitali dalla Palmintelli di Caltanissetta, del gruppo Di Vincenzo, un’area di 5.400 m.q. al centro di Caltanissetta, con rispettiva concessione edilizia rilasciata, ottiene da Banca Nuova un prestito di 9 milioni e affida i lavori alla Di Vincenzo spa. Collovà afferma, in un’intervista, che si tratta di un’operazione di 24 milioni di euro. C’è lavoro per una parte dei 500 operai della Di Vincenzo, per la costruzione di quello che ampollosamente viene definito il palazzo della legalità e tutti, giornalisti, politici, magistrati, imprenditori, si mettono a decantare questa operazione “geniale ed unica nel suo genere in tutta Italia”, cioè “l’antimafia che diventa imprenditrice“, i risvolti positivi che ricadono sull’occupazione, sull’economia e persino sull’assetto urbanistico, per una così intelligente operazione di sinergia tra due imprese confiscate.

Ma proprio sulle cifra c’è qualcosa che rimette in discussione tutto il “sano e intelligente” operato di Collovà, a partire dalla vendita “a se stesso”, in quanto amministratore sia del gruppo che vende che del gruppo che acquista: la valutazione del terreno della Palmintelli è stimata in 6 milioni 400 mila euro, ma in realtà, chi ha seguito il servizio de Le Iene del 2 aprile si è reso conto  che, secondo gli intermediari intervistati, quell’area valeva meno della metà. All’atto della costruzione sono state rilevate alcune situazioni abnormi alle quali ne postiglione, prefetto Nazionale dell’Agenzia Beni Sequestrati e Confiscati, ne lo stesso Collovà, che si è prestato all’intervista, hanno saputo rispondere.

Primo fra tutti il doppio incarico di Collovà e quindi la doppia retribuzione di amministratore giudiziario e di presidente del consiglio di amministrazione della AG Sinergie. Il solo Collovà, nei sette anni di amministrazione giudiziaria avrebbe incassato 2 milioni di euro, ma la totalità dei compensi si aggira sui 10 milioni e comprende retribuzioni per incarichi dati a parenti, allo stesso figlio e all’architetto Teresi, fratello del noto magistrato, per i cui servigi  sarebbe stata liquidata una parcella di 697 mila euro. Siamo al solito nodo della “famiglia“, di cui in Italia non si può fare a meno e per la quale tutto si può fare.

Intanto gli appartamenti sono stati messi in vendita al doppio del prezzo di mercato e nessuno li acquista, mentre i circa 500 operai che ruotavano intorno alle imprese di DI Vincenzo sono in mobilitazione o disoccupati. Nel 2009, all’atto del sequestro la famiglia Passere aveva stipulato un contratto d’acquisto, sperando di prendere possesso della sua proprietà e scoprendo poi, che, in nome della legalità di cui si era fidata, il loro appartamento era occupato da un funzionario della DIA.

Alla fine si è arrivato al solito assurdo giudiziario: assoluzione penale, sia per Zummo che per Di Vincenzi, e conferma della confisca preventiva dei beni.

Nota:

La presenza del fratello del procuratore Teresi in questa vicenda ha lasciato l’amaro in bocca al direttore di Telejato, Pino Maniaci che da anni si occupa di beni sequestrati e confiscati: “Teresi ha affermato, alla conferenza stampa in cui annunciava la mia incriminazione, di non avere bisogno dell’antimafia di Pino Maniaci. Avremmo preferito che non avesse bisogno neanche dell’antimafia di tutti coloro che dell’antimafia hanno fatto una fonte d’introiti di gran lunga superiori al valore delle prestazioni effettuate e che li mandasse sotto inchiesta per truffa, false attestazioni e altro. Purtroppo diventano elementi processuali i 50 euro chiesti al sindaco di Partinico e non il milione e centomila euro liquidato a Cappellano Seminara per le prestazioni a Villa Teresa, e non quello delle parcelle liquidate da Cappellano a Lorenzo Caramma, marito della Saguto, che sommate approssimativamente per difetto si aggirano sui 170 mila euro. Per non parlare delle parcelle di tutti i quotini i petali della margherita Saguto, dello stesso Collovà e dell’architetto Teresi. Se proprio dobbiamo dirla in siciliano, non è vero che la legge è uguale per tutti: c’è cu a pigghia nt’o culu e c’è cu futti” 

Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.