Telejato

Caso Maniaci, l’operazione Kelevra e i suoi risvolti

Caso Maniaci, l’operazione Kelevra e i suoi risvolti
gennaio 17
14:48 2017

 

Alle tre di notte del 4 maggio 2016 due capitani dei carabinieri bussano alla casa di Pino Maniaci e gli notificano un decreto di  divieto di soggiorno nella provincia di Palermo e in quella di Trapani.

In un articolo di Francesco Viviano, pubblicato qualche giorno prima su La Repubblica, si anticipava l’apertura di un’indagine per estorsione nei suoi confronti e a cui egli aveva risposto con un’intervista, ipotizzando dietro tutte le manovre la “longa manus” di Silvana Saguto, dei suoi colleghi e del suo “cerchio magico”, che avrebbero cercato vendetta per la campagna di denunce nei loro confronti, fatte dalla sua emittente. Costretto a seguire i carabinieri, Maniaci è portato in caserma e fotografato assieme ai P.D.M dei quali ha denunciato quasi quotidianamente i misfatti. Nella tarda mattinata in una conferenza stampa, il procuratore di Palermo Lo Voi dà notizia di un’operazione denominata Kelevra, fatta dai carabinieri di Partinico, contro nove mafiosi di Borgetto e contro Pino Maniaci. Lo strano nome è quello di un film uscito nel 2006 dal titolo Slevin Kelevra, con il sottotitolo La risposta del cane rabbioso. C’è, tra chi ha dato questo nome all’operazione, gente che conosce la cinematografia, acculturata  ma non troppo, se scrive  Kalevra e non, correttamente, Kelevra. Domanda: chi è il cane rabbioso? Si  pensa subito a Pino Maniaci, che, quando si trova davanti microfono e telecamera non risparmia nessuno ed è come se abbaiasse su tutto e su tutti. Quindi un’operazione centrata su di lui, con il contorno di un gruppo di mafiosi. Ricostruiamo alcuni passaggi di questo intricato caso.

L’origine

L’operazione è nata nel 2013 per scoprire se il sindaco di Borgetto aveva “amicizie pericolose” con i mafiosi. Maniaci aveva denunciato da tempo le parentele di un consigliere comunale con alcuni mafiosi e agitato l’ipotesi che dietro l’elezione del sindaco di Borgetto Gioacchino De Luca ci fosse la mafia. In particolare si era soffermato su una visita fatta dal sindaco, con alcuni esponenti del Consiglio Comunale, negli Stati Uniti, dove, ad accogliere la delegazione, sarebbero stati presenti noti esponenti mafiosi. A seguito di un suo redazionale incentrato sulla presidente del Consiglio Comunale, Elisabetta Liparoto, anche lei in visita in America, Maniaci si era beccato da costei una denuncia per diffamazione, alla quale era seguita un’altra denuncia da parte del sindaco De Luca, secondo cui Maniaci avrebbe danneggiato l’immagine di Borgetto. Non si sa se le intercettazioni al sindaco De Luca siano nate dalle accuse di Maniaci o da altri elementi d’indagine. A seguito di queste intercettazioni, in particolare di una tra l’ex sindaco Davì e un certo Polizzi, consigliere comunale, si sarebbe scoperto “per caso” che Maniaci aveva “tappiato” Polizzi, cioè gli avrebbe commissionato duemila euro per magliette con la scritta Telejato, senza pagargliele. Quindi il caso di Maniaci entrerebbe nell’indagine per via traversa, con una spontanea domanda: se si voleva impallinare Maniaci, perché inserirlo dentro un’indagine che con lui non aveva nulla a che fare? Viene fuori l’ipotesi che tutta l’operazione Kelevra sia stata concepita, non, o non solo e non tanto  per inchiodare i mafiosi di Borgetto, ma per incastrare Maniaci in una “degna” cornice. Infatti, se si va a dare un’occhiata alle intercettazioni che interessano i mafiosi, gli elementi d’accusa si basano su intercettazioni di alcune richieste di pizzo nel contesto di una generica intesa intervenuta tra i Giambrone e Salto, per avere ognuno mano libera nel controllo degli affari del territorio.  Passati alcuni giorni quattro di essi sono tornati a casa.

L’avvio

Ma cerchiamo di vederci meglio: La Repubblica, preannuncia l’operazione. È la prima mossa strategica della Procura, per preparare lo scoppio della bomba. Maniaci non scappa, il 29 aprile chiede di essere ascoltato come persona informata dei fatti. I magistrati hanno cinque giorni per interrogarlo. Sabato e domenica non si lavora. Se dovessero interrogarlo salterebbe tutto il pistolotto che è stato preparato da mesi, compreso il bel filmato. Perché si è perso tanto tempo e improvvisamente l’indagine ha questa accelerazione? Probabilmente per evitare di sentire, da parte di Maniaci risposte che avrebbero potuto rimettere in discussione il piatto già pronto. Il quattro maggio, cioè allo scadere del terzo giorno, tre ore dopo, cioè alle tre di notte, scatta l’operazione e Maniaci è obbligato a sloggiare dalla sua casa, onde evitare che possa usare la sua emittente per creare disturbi all’operazione. Nello stesso tempo, intorno alle ore 12,48 viene spedita dal comando provinciale dei carabinieri di Palermo, ufficio stampa, al servizio nazionale della stampa, l’ordinanza con il provvedimento e con il pistolotto delle intercettazioni. Maniaci non è arrestato, non ci sono gli elementi, ma interdetto da Partinico, e il suo viso viene messo assieme a quello degli arrestati.

Il filmato

Il filmato di otto minuti porta la firma dei Carabinieri di Partinico e si apre con le immagini del Sindaco De Luca che consegna 400 euro a Maniaci. L’ipotesi della Procura è che Maniaci avrebbe chiesto dei soldi al sindaco di Borgetto, in cambio di un ammorbidimento degli attacchi contro di lui condotti dalla sua emittente. Da allora non un respiro, non una parola è sfuggita all’orecchio vigile degli inquisitori, che hanno accumulato oltre 4 mila pagine di intercettazioni per cercare prove ed elementi d’accusa. Ben più di quanto non ne siano state raccolte su tutti e nove i mafiosi di Borgetto, che avevano rimesso in funzione una gigantesca macchina di estorsioni e taglieggiamenti tra Borgetto e Partinico. Il filmato prosegue con una serie di intercettazioni tra Maniaci e una donna definita la sua amante, per la quale Maniaci chiede al sindaco di Partinico una sistemazione in un qualsiasi posto che garantisca un minimo d’entrata, cui segue, ogni tanto, la richiesta di 50 euro per comprare qualcosa alla figlia della ragazza, portatrice di un grave handicap. Maniaci chiede anche, si legge nelle intercettazioni, a un assessore, di procurare una sedia a rotelle per la bambina. Anche qua la Procura ipotizza l’ipotesi di estorsione, giustificata, come per Borgetto, da un ammorbidimento della linea di denuncia attraverso l’emittente. Seguono altri frammenti in cui Maniaci piglia per “stronzo” Renzi che gli aveva fatto una telefonata di solidarietà, sbraita contro magistrati, poliziotti e politici, dicendo che sono tutti corrotti, si lascia andare a un delirio di potenza datogli dall’uso della sua emittente, definisce “un premio del cazzo” un “oscar della legalità” conferitogli da un’associazione di Rosolini, e, dulcis in fundo, ipotizza che ad uccidere i due cani sia stato lo scemo del paese, ma, in realtà allude al marito della ragazza, che è un tossicodipendente e spacciatore ben noto alle forze dell’ordine. Quindi non si sarebbe trattato di un’azione intimidatoria, nei cui confronti tutta l’Italia aveva espresso solidarietà, ma di una vendetta privata che egli avrebbe invece usato e propagandato come intimidazione mafiosa. Per quest’ultimo caso, particolare importantissimo, viene abilmente occultata la denuncia, presentata da Maniaci, con l’indicazione della persona da lui sospettata e non si fa alcun accenno al fatto che, non essendo stata questa persona indagata, interrogata o ritenuta responsabile, avrebbero potuto essere proprio i mafiosi borgettani con i quali egli è stato messo insieme, ad aver compiuto il barbaro gesto.

La gogna

Ce n’è abbastanza per demolire l’immagine di giornalista antimafia, che Maniaci si è costruito in dieci anni di lavoro e per presentarlo come un volgare ricattatore, immorale e indegno della fiducia che gli hanno dato sia i suoi collaboratori, sia la sua stessa famiglia. Gli elementi penalmente rilevabili sono dati solamente da 400 euro, consegnati, in bella mostra dal sindaco di Borgetto e da pochi spiccioli dati da quello di Partinico, il resto è tutto fango, ma così bene assemblato che tutta l’Italia ci cade e ci crede. Claudio Fava, scambiando premio, scrive che è stata offesa la memoria del giornalista Mario Francese, Lirio Abbate chiede a “Reporter sans frontières”, che ha elencato Maniaci tra i giornalisti più a rischio in Italia, di cancellarne il nome, Francesco Viviano scrive che Telejato è stata chiusa, altri noti mafiologi prendono lo spunto per aggiungere questo caso a tanti altri che dimostrerebbero il fallimento dell’antimafia. Maniaci è messo al bando, finisce sulla gogna. Cosa c’è dietro questo stravolgimento d’immagine? Che cosa può avere motivato la Procura a usare il polpettone pronto da tempo, proprio in quei giorni?

Considerazioni

Passato il clamore si può fare qualche riflessione:

Di tutta l’erba un fascio

Il primo obiettivo di tutta l’operazione è quello di distruggere l’immagine del giornalista antimafia, e quindi nullificare il suo lavoro, per ribadire che l’antimafia, le indagini, le denunce non appartengono all’operato di un giornalista che si è allargato troppo, ma solo agli investigatori, alle istituzioni o agli organismi riconosciuti come soggetti istituzionalmente interlocutori. Non pare importante in ciò l’esistenza di reati penali o la presunzione d’innocenza: basta mettere insieme alcuni elementi di presunta colpevolezza e il lavoro di Telejato dovrebbe o avrebbe dovuto crollare come un castello di carta. Mettere Maniaci assieme ai nove mafiosi di Borgetto, di cui egli stesso ha denunciato da anni le malefatte, è un colpo ben studiato, perché si è creato di tutta l’erba un fascio e perché così si è dimostrato che tra le estorsioni dei mafiosi, per richiesta di protezione, e le richieste di denaro di Maniaci non c’è nessuna differenza. Le prime garantiscono protezione, da se stessi, quella di Maniaci garantisce un trattamento morbido dell’informazione sulla persona estorta. In tutto questo c’è un elemento che non quadra, che non ha il dovuto riscontro, ovvero che quel “trattamento morbido” non esiste, che non c’è alcuna trasmissione benevola nei confronti dei due sindaci di Borgetto e Partinico e che, nell’arrivare a questa affrettata conclusione, come ha detto uno dei giudici, “ci siamo fidati dei carabinieri”. Possibile che l’indagine non abbia tenuto conto della presunta innocenza dell’imputato e dell’obbligo che ha il magistrato di verificarla? 

Il confinio

Altra trovata: non essendoci ancora processo, si è dovuto ricorrere a qualcosa per dimostrare all’opinione pubblica che un provvedimento era stato comunque adottato, perché sotto c’era qualcosa di penalmente rilevante, e allora si è ricorso alla misura cautelare del divieto di dimora, ovvero al famigerato “confinio” previsto dal codice Rocco nel 1935 e voluto dal fascismo per isolare i dissidenti politici o i criminali pericolosi. Perché? Quale reato avrebbe potuto reiterare Maniaci, al punto da disporne l’allontanamento dalla sua televisione? Pare di capire che l’obiettivo non tanto occultato, è stato quello di togliere alla televisione il suo principale protagonista per provocarne la chiusura. A sorpresa il provvedimento del divieto di dimora viene revocato dopo una ventina di giorni, con la strana motivazione di un errore di notifica, ma forse, perché ci si è accorti della sua aberrazione e della sproporzione tra il provvedimento adottato e gli elementi di reato ipotizzati.

Le magliette mai fatte

Caduto momentaneamente l’elemento d’accusa, dal momento che i pochi euro “estorti” ai due sindaci riguardavano, da una parte il pagamento d’una pubblicità, più IVA, dall’altra una sorta di contributo di solidarietà, il GIP trova un altro escamotage per tornare a riproporre l’allontanamento: c’è un passaggio, nelle intercettazioni, tra l’ex sindaco di Borgetto Davì e il già citato Polizzi in cui si parla della commissione, da parte di Maniaci, di un blocco di magliette che non sarebbero mai state pagate, così come non sarebbero stati pagati tre mesi d’affitto allo stesso, per ospitare alcuni ragazzi di Telejunior. Polizzi nega tutto, ma è ritenuto “inattendibile” per la negazione, mentre si ritiene attendibile l’intercettazione. Davì, che aveva concesso a Maniaci, per i ragazzi di Telejunior, l’uso provvisorio di uno stabile affittato come sede della Protezione civile, non è stato mai sentito. Quindi, un elemento che in prima battuta non è stato ritenuto valido, e comunque insufficiente a determinare il provvedimento, viene ripreso e ritenuto valido dopo che non sono stati ritenuti più validi i precedenti due elementi d’accusa. A questo punto il ricorso finisce a Roma in Cassazione , che non ritiene di sua competenza la vicenda, viene disposto un nuovo allontanamento di Maniaci, dopo che egli è rientrato da parecchio tempo in sede e non ha reiterato alcun reato, ma dopo altri 15 giorni d’esilio, il Gup giudice Sestito annulla la nuova richiesta e rimanda Maniaci a casa. Sono vicende che sfiorano il comico e l’incredibile, ma che svelano quanta acredine, quanto accanimento ci sia dietro e quanta determinata voglia di “fottere” Maniaci, di colpirlo e di mettere a tacere la sua emittente.

L’inchiesta sui beni sequestrati

Torniamo indietro: a partire dal 2014, Telejato ha aperto una serie d’inchieste sull’operato della sezione “misure di prevenzione” del tribunale di Palermo, in particolare sull’accoppiata Saguto-Cappellano Seminara e ha messo in onda una serie di interviste e di servizi di operatori economici e commerciali ai quali era stato sequestrato tutto, senza che penalmente ci fosse nessuna condanna e nessun capo d’imputazione. Una delle caratteristiche emerse dall’inchiesta è che al tribunale di Palermo tutti sapevano dell’allegra gestione, ma nessuno è intervenuto né tantomeno ha trovato il coraggio di intervenire. Una convocazione, di Maniaci, nel 2014, da parte del tribunale di Caltanissetta, giudice Gozzo, si era conclusa con un’audizione di tre ore e con l’impegno di una nuova convocazione, cui non era seguito più nulla. Il controllo dei telefoni di Telejato consentiva agli intercettatori di ricostruire la rete di informazioni e le persone che venivano a raccontare le loro storie: i carabinieri sapevano benissimo delle visite dei Niceta, dei Giacalone, dei Virga, degli Impastato, degli operai della 6Digi di Grigoli, dei lavoratori dell’Hotel Ponte, di quelli dell’ex immobiliare Strasburgo, di Rizzacasa, di Lena, di Di Giovanni, di Ienna ecc. Dall’altro lato anche la Saguto sapeva benissimo che Telejato era sotto controllo e che in qualsiasi momento la Procura avrebbe potuto intervenire per bloccarne le iniziative. “Quello lì è questione di ore….” “Se quelli lì si spicciassero….”. Ci risulta che, in una domenica dell’estate del 2015 la Saguto si sarebbe recata alla caserma dei carabinieri di Partinico, dove, nello stesso periodo si sarebbe recato anche il generale della DIA Nasca. Una corsa contro il tempo interrotta con l’apertura dell’indagine da Caltanissetta sulla Saguto, con i provvedimenti di sospensione o di trasferimento del prefetto, dei giudici a lei legati e col rinnovo dei giudici della sezione misure di prevenzione. È sembrato poco opportuno, in quel momento, ai magistrati, coinvolgere Maniaci, perché la cosa avrebbe potuto avere il sapore di una ritorsione, così l’indagine è stata raffreddata e la miccia è stata accesa circa sette mesi dopo, come si dice in siciliano ‘a squagghiata di l’acquazzina, cioè allo sciogliersi della brina.

Il Procuratore Lo Voi

Un passaggio che occorre inserire nel quadro di questa indagine è la nomina a Palermo del Procuratore Lo Voi, e le supplenze del procuratore Facente Funzione Leonardo Agueci, indicato da Maniaci e da qualche altro giornalista locale come cugino della titolare della distilleria di Antonina Bertolino, sita a Partinico, uno dei principali bersagli di Telejato. Lo Voi si è insediato a Palermo il 3 dicembre 2014. Fa parte della corrente di Magistratura Indipendente, la stessa di quella della Saguto e di Tommaso Virga ed è sposato con un altro magistrato del tribunale di Palermo, Pasqua Seminara. Egli ha affermato subito che l’indagine sulla Saguto è partita su segnalazione del tribunale di Palermo. Dice che Maniaci non c’entra. Da Caltanissetta si affrettano a dire subito la stessa cosa, Maniaci non c’entra niente, tutto è andato avanti per loro iniziativa. È Lo Voi ad affidare il “caso Maniaci”, più nove, a cinque magistrati, Teresi, Del Bene, Picozzi, Tartaglia e Luise, che si occupano di vicende di mafia in provincia di Palermo e che con una dedizione più degna di miglior causa, si servono dei giornalisti che ruotano attorno alla Procura come amplificatori di una strategia che sembra avere qualche tinta diffamatoria.

Tutti insieme alla traslazione

Altro passaggio, ma di sola curiosità, è quello della traslazione della salma di Giovanni Falcone nella chiesa di San Domenico, ritenuta il “tempio” degli uomini siciliani famosi. Sorvoliamo sull’opportunità di tale gesto, che ha separato il giudice dal posto in cui era stato tumulato assieme alla moglie Francesca Morvillo. Siamo nel 3 giugno 2015. Alla cerimonia ci sono tutti, politici, sindaco, prefetto, forze dell’ordine, magistrati, tra i quali fa bella mostra Silvana Saguto, assieme a Lo Voi e a sua  moglie.

Carabinieri in ascolto

La pubblicazione di pruriginose intercettazioni con la ragazza definita amante offre Maniaci in pasto alle possibili ritorsioni e all’eventuale rischio della vita, da parte di un soggetto che potrebbe voler vendicare il proprio onore ferito. Una preoccupante sentenza di morte che avrebbe potuto essere evitata se chi ha diffuso intercettazioni, che non avevano nulla di penalmente rilevabile, ma che riguardavano la vita privata, le avesse omesse. Tutto il materiale utilizzato è stato fornito dalla caserma dei carabinieri di Partinico, nei cui confronti la difesa di Maniaci, condotta da Antonio Ingroia e da Bartolo Parrino ha inoltrato una denuncia per diffamazione. Più volte Maniaci ha chiamato il “Nucleo operativo” dei carabinieri “Nucleo aperitivo”, denunciandone la scarsa efficienza, soprattutto dopo che a dirigere la caserma di Partinico è stato inviato un tenentino di prima nomina “mentre ci vorrebbe uno con le palle”. Stranamente la caserma garantisce ancora a Maniaci la “tutela” assegnatagli, ma non ha fornito più all’emittente notizie e veline sul proprio lavoro nel territorio.

Le altre denunce

Alla ricerca di qualsiasi motivo utile a una qualsiasi condanna, almeno in primo grado, di Maniaci, onde giustificare  la validità di tale indagine, sono state messe, nello stesso calderone delle accuse contro Pino Maniaci altre denunce, estranee a quelle dell’operazione Kelevra, da lui ricevute, a causa di alcune affermazioni diffamatorie fatte nei riguardi di altri giornalisti e personaggi locali, Michele Giuliano, Nunzio Quatrosi e Gaetano Porcasi, pittore antimafia, anzi “pittore d’impegno civile”. All’indomani dell’impiccaggione dei cani di Maniaci Giuliano aveva scritto un articolo e lo aveva anche postato su Facebook lasciando spazio all’ipotesi che, ad uccidere i due cani fosse stato lo stesso Maniaci per farsi pubblicità. Quatrosi e Porcasi avrebbero condiviso l’articolo, causando la violenta reazione di Maniaci. Ma in questa cloaca probabilmente sarà messo anche una denuncia, arrivata all’inizio del 2017, di Leonardo Guarnotta, già Presidente del tribunale di Palermo, nei confronti del quale Maniaci avrebbe affermato che era al corrente di quanto succedeva all’ufficio misure di prevenzione, ma aveva preferito tacere e avrebbe dissuaso Maniaci dall’andare avanti nella sua inchiesta. Infine ci sono le denunce di Elisabetta Liparoto e del sindaco di Borgetto, perché Maniaci, nel sostenere che, durante la loro visita negli Stati Uniti erano stati accolti da esponenti mafiosi, avrebbe leso l’immagine di  Borgetto. Insomma, qualcosa verrà pure a galla per punire il criminale.

La sfida

Altre cose sono in itinere, ma sembra profilarsi all’orizzonte una ben più preoccupante situazione, quella di una sorta di gioco di fioretto tra l’ex magistrato Antonio Ingroia, difensore di Maniaci, che conosce bene tutti i modi di muoversi e d’agire dei suoi ex colleghi, e costoro, che forse ci tengono a dimostrare che sono più bravi di lui e che, in un modo o nell’altro troveranno come condannare Maniaci, almeno in primo appello, proseguendo poi con la strategia della graticola: cuocere a fuoco lento l’imputato, sino a demolirne progressivamente qualsiasi capacità di difesa.

Obiettivo chiusura

Si può concludere che la motivazione strisciante di tutto quello che è successo sarà stata presa un po’ più in alto, da parte di qualcuno che ha ritenuto essere arrivato il tempo di chiudere un’emittente anomala che non sa stare in linea con il modo di agire delle altre emittenti. E cioè siamo sempre lì, nel conformismo dell’informazione, nella banalità che diventa notizia e nell’uso redazionale di alcune forme di censura o di autocensura, che ha relegato l’Italia agli ultimi posti per la libertà di stampa.

Sull'autore

Salvo Vitale

Salvo Vitale

Salvo Vitale è stato un compagno di lotte di Peppino Impastato, con il quale ha condiviso un percorso politico e di impegno sociale che ha portato entrambi ad opporsi a Cosa Nostra, nella Cinisi governata da Tano Badalamenti, il boss legato alla Cupola guidata negli anni Settanta da Stefano Bontate.