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Alla fiera dell’ipocrisia un Je suis Charlie ognuno comprò. Tanti, troppi non sono autentici

Alla fiera dell’ipocrisia un Je suis Charlie ognuno comprò. Tanti, troppi non sono autentici
gennaio 14
09:34 2015

Ormai è una settimana che fiumi e fiumi di parole ci stanno inondano: tutti hanno scoperto quant’è bella la satira e la libertà d’espressione.

Tutti sono Charlie, ma fino a ieri (e poi ancora domani) censure e attacchi ai tanti Charlie Hebdo (anche molto ma molto più “moderati”) son sempre stati all’ordine del giorno … Gli autentici “Je suis Charlie” sostengano i “Charlie” italiani: Mamma!, “Frigolandia”, il Vernacoliere, la Guzzanti, il movimento No Muos fino a “Umanità Nuova” che ha chiesto aiuto nei mesi scorsi per non arrendersi alla chiusura.

John Lennon fu assassinato la sera dell’8 dicembre 1980 a New York. Mark David Chapman, colui che sparò contro di lui, disse che una delle varie motivazioni era che non poteva tollerare le frasi di Imagine “Immagina non esista paradiso” e “Immagina … niente per cui uccidere o morire/nessuna religione”. Qualche anno fa mi capitò sottomano la rivista di una confessione cristiana in cui in un articolo si sosteneva che John Lennon in quei versi (ma anche in altri) voleva propagandare idee ingiuste e sbagliate ed è stato punito per questo. Chapman si dichiarava fervente cristiano. Scorrendo le cronache nei decenni tantissimi esecutori o mandanti di efferati crimini hanno avuto la medesima convinzione. Utoya (e, non dimentichiamolo mai, fu italiano l’europarlamentare che affermò che Breivik aveva anche idee condivisibili…) è la prima che probabilmente si ricorda, ma non è l’unica. Persino nel genocidio in Ruanda del 1994 vi è stata una componente religiosa. Il 22 luglio 1987 fu assassinato a Londra il vignettista palestinese Naji al-Ali, “papà” di Handala (il bimbo palestinese disegnato di spalle “simbolo” del popolo palestinese e che – anche in questi ultimi anni – abbiamo visto riprodotto in moltissime situazioni), dal Mossad. L’elenco potrebbe proseguire ancora, tendendo verso l’infinito, nel riportare assassini, stragi, attentati, compiuti “in nome di Dio”.

In questi giorni c’è chi ha gridato allo “scontro di civiltà”, alla “guerra” tra popoli, alla cacciata di tutti i migranti e i fedeli di Allah dall’Europa. Oggi. Ma la storia, come le testimonianze qui riportate documentano, dimostra che ogni “nome di Dio” è stato utilizzato per giustificare crimini ad ogni latitudine. Fausto Amodei vi dedicò una straordinaria canzone nel 2005, Padreterno@aldilà.com. Gli animatori di Charlie Hebdo lo sanno benissimo, e conoscono perfettamente ogni violenza religiosa, ogni crimine, dittatura, illibertà. E lo denunciano apertamente, utilizzando le proprie matite come la voce del bambino che grida “Il Re è nudo” del popolare racconto. A Charlie Hebdo nessun re, nessun assolutismo, nessun fondamentalismo è mai stato amico. Religioso o politico.

In questi giorni improvvisamente si son levati, anche (se non soprattutto) nella destra italiana, ferventi difensori della libertà d’espressione, strenui amanti della satira e delle idee di Charlie. Tutti uniti sotto il vessillo “Je suis Charlie”. Ma Charlie Hebdo ha attaccato, irriso, sbeffeggiato Marine Le Pen esattamente come i fondamentalisti islamici. O quelli cattolici. Chi oggi grida “chiudiamo le frontiere” “rispediamoli tutti a casa” “basta clandestini” e roba simile dovrebbe rivedersi la prima pagina di Charlie Hebdo dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, sulla quale campeggia una ridente Marine Le Pen. Ha ricordato Jean Luc Stote su Popoff (http://popoffquotidiano.it/2015/01/10/lega-non-sei-charlie-sei-laltra-faccia-delloscurantismo/ ) “Il numero che doveva uscire questo giovedì era contro il razzismo con buona parte dedicata alla vostra cara amica Marine Le Pen. CHARLIE HEBDO è sempre stato un giornale che tramite una satira spesso feroce e molto provocatrice si oppone a tutte le forme di oscurantismo. I due temi principalmente affrontati negli ultimi anni erano i fondamentalismi religiosi (tutti … compreso quello cristiano cattolico) e il Fronte nazionale della vostra cara alleata Marine Le Pen”. Stote è un grandissimo amico di Jean Cabut, figura storica di Charlie Hebdo, antimilitarista e anarchico, tra le vittime dell’attentato al settimanale.

“Je suis Charlie” abbiamo letto e sentito ovunque. Domenica tantissimi capi di stato e di governo hanno sfilato in favor di telecamere di tutto il mondo a Parigi. Titoloni su titoloni sui “2 milioni in piazza” ma si son dimenticati di aggiungere che i “Capi” non erano tra i due milioni e un’immagine dall’alto mostra l’immenso voragine tra lor signori e il “popolo in piazza”. Si omaggiano i “2 milioni” di Parigi ma quando son stati anche 3 i milioni a Roma l’atteggiamento fu molto diverso. Arrivando a insultare e irridere chi era in piazza e gli organizzatori, fosse per i diritti di lavoratrici e lavoratori o contro le guerre.

Antiautoritari, antimilitaristi, anarchici, libertari, figli di una straordinaria storia della sinistra francese ed europea che nulla c’entrano con l’unità nazionale e transnazionale di lor signori. In un’intervista a Les Inrockuptibles il disegnatore Luz (l’autore della prima pagina del nuovo numero) ha dichiarato “Avrebbero schifato questo tipo di atteggiamento. La gente si esprima come vuole ma non bisogna che la Repubblica assomigli a una prefica nordcoreana, sarebbe un peccato” riferendosi ai compagni assassinati. Ancora più duro l’olandese Willen al quotidiano Volkskrant “Vomito su quelli che, improvvisamente, dicono di essere nostri amici”.

In questi giorni è stato tanto, troppo facile, essere “Je suis Charlie”. Un piccolo sforzo et voilà. Alcuni mesi fa il grido a cui sembrava un dovere aderire era “Save Kobane”, migliaia di pagine web, profili twitter e facebook con l’immagine in bella evidenza. Ma certamente per Kobane questo non bastava, visti gli appoggi più o meno velati che l’ISIS (in maniera più o meno diretta) ha ricevuto, riceve e riceverà dall’Occidente e dai suoi alleati. La resistenza di Kobane continua ma “Save Kobane” non è più di moda … c’è un italiano che ha scoperto i kurdi prima di tutti gli altri, che con loro ha lottato, denunciato, finendo anche nelle carceri turche. Era Dino Frisullo ma quando nel 1998 si levò alta la sua voce nessuno era Kobane e fu trattato come un esaltato, un pazzo, uno che se le meritava le carceri turche. Qualcuno pare chiese al governo turco “tenevelo quel comunista”. Un qualcuno al governo prima e dopo quei giorni, votato, amato e ammirato da milioni di italiani. Ma qualche mese fa “Save Kobane” … Oggi tutti “Je suis Charlie” ma fino a qualche tempo se ne chiedeva la chiusura, la censura, lo si attaccava e poneva all’indice come una pubblicazione che andava spazzata via. Attenzione, non si sta parlando del diritto alla critica o all’espressione delle proprie idee (quando ci sono). E’ sacrosanto ed è uno dei pilastri proprio di Charlie Hebdo. Ma esattamente dell’opposto. Il tentativo di non far esprimere chi, come Charlie, non era allineato, era irrivente, libero, autenticamente libertario.

“Je suis Charlie” che è in Francia, ma per i tanti “Charlie Hebdo” italiani? Nel 1996 due vignettisti della rivista vennero in Italia e al ritorno pubblicarono il reportage “De le chute du mur de Berlin à la chute de Toto Riina” (Dalla caduta del muro di Berlino alla caduta di Totò Riina). Durante la visita in Sicilia vennero a Cinisi per ascoltare le registrazioni di Onda Pazza e di Peppino Impastato, trovando un netto filo rosso tra la loro satira e lo sberleffo di Peppino a Tano Seduto e Mafiopoli. “Je suis Charlie” ma per tanti, troppi anni (che non sono ancora finiti) hanno voltato le spalle a Peppino in tanti, troppi, accomandandosi alle mafiopoli di ieri e di oggi e scegliendo i Tano Seduto ovunque presenti. Pino Maniaci e Telejato resistono da ormai quasi vent’anni, denunciando, sbeffeggiando e denudando. Spesso lasciati soli e con i riflettori accessi sono raramente e da pochi. Billy e Chèrie sono stati impiccati oltre un mese fa. Resteranno vivi per sempre nei cuori di tutta la redazione. Telejato non si ferma e andrà avanti, con coraggio e determinazione costanti. Anche l’attenzione di chi veramente ama la satira e l’informazione, la libertà e il coraggio dovrebbe esserla. Eppure negli anni abbiamo rischiato persino di vedere Telejato chiusa per legge e Pino sotto processo per “esercizio abusivo della professione di giornalista” o accuse infamanti e infondate contro la sua persona. “Je suis Charlie” ma basta una vignetta di Vauro per scatenare indignazioni e richieste di censure. Mentre una nuova legge sulla diffamazione sarà un grandissimo bavaglio (http://www.articolo21.org/2015/01/nodiffamazione-la-nuova-legge-e-sbagliata-brfirma-la-petizione-su-change-org/ ), analogo a quanto proprio in Francia si sta tentando di mettere su internet (ma viva la libertà di espressione!). “Je suis Charlie” ma Luttazzi per due frasi è stato buttato fuori dalla televisione con una sorta di confino a vita. Un confino che Sabina Guzzanti ha visto violato solo per poche settimane ormai quasi tre anni fa. La redazione di “Charlie Hebdo” apprezzò moltissimo e sostenne “Viva Zapatero”, in Italia oggi si è Charlie Hebdo ma ieri si attaccò e cercò di boicottare il documentario di denuncia. Così come accaduto con Draquila e oggi con “La Trattativa”, che il muro della censura e del boicottaggio sta abbattendo giorno per giorno grazie a migliaia e migliaia di “Je suis Sabina” di fatto.

Viva la satira irriverente di “Charlie Hebdo” (ma in questi giorni i nuovi defensor fidei della rivista francese ci hanno fatto vedere e rivedere in tutte le salse le vignette su Islam e Maometto, nettamente molto meno le vignette sulla Chiesa Cattolica …) ma nel 2006 e nel 2007 due copertine de “Il Mucchio Selvaggio” finirono nel mirino: in un caso il distributore si rifiutò di spedirla e nell’altro caso il pretore di Trani ne ha ordinato il ritiro (http://www.peacelink.it/mediawatch/a/23698.html ).

C’è una rivista fondata alcuni anni fa da Mauro Biani (“confinato” nei giorni dell’attentato ad una sola intervista in radio mentre i sodali della Le Pen odiata e sbeffeggiata da “Charlie Hebdo” impazzavano ovunque in tv … ma tutti “Je suis Charlie Hebdo”) e Carlo Gubitosa: si chiama Mamma! ( http://www.mamma.am ) e in questi anni ha portato avanti con irriverenza, costanza e impegno un punto di vista diverso, altro, pubblicando anche libri interessanti e unici in Italia. Di una grandissima stagione di satira in Italia resistono “Frigidaire” e “Il Male” (http://www.frigolandia.eu/ ) e “Il Vernacoliere” (http://www.vernacoliere.com ). La Sicilia ormai da anni lotta contro il Muos e ne denuncia la minaccia che rappresenta, alla salute e alla Pace. I comitati No Muos lottano per la libertà e la vita. I (più o meno) potenti, gli strumentalizzatori professionisti, i surfisti sociali pro domo … loro, cercheranno di cogliere fino in fondo i frutti a loro utili. L’ondata popolare, e comune probabilmente addirittura a milioni di persone, nelle prossime settimane sarà davanti alla prova più importante. Ecco, se veramente, autenticamente, “Je suis Charlie” queste sono le occasioni per dimostrarlo. Ne esistono ancora altre, ma lo spazio è tiranno e chiedo scusa a chi non sono riuscito a citare e perché questo articolo è già un tomo immenso… Solo un’ultimo appello mi sia consentito: nella redazione e nella storia di “Charlie Hebdo” vive da sempre uno spirito libertario e anarchico. In Italia esistono ancora (nonostante i tentativi dal fascismo in poi di eliminarla) straordinarie resistenze anarchiche, vive e pulsanti, fieramente indipendenti e libertarie. Tra queste merita di essere citata “Umanità Nuova”, lo storico settimanale fondato da Errico Malatesta. Nel giugno scorso Umanità Nuova lanciò una sottoscrizione straordinaria (http://www.umanitanova.org/2014/06/25/10-000-euro-per-umanita-nova/ ) per poter resistere senza arrendersi alla chiusura (http://popoffquotidiano.it/2014/10/16/salva-umanita-nova-lanarchia-di-carta/ ). La sottoscrizione aveva come scadenza la fine del 2014 ma ogni sostegno è ancora importante per Umanità Nuova. Se veramente, autenticamente si ama e si vuol difendere la libertà d’espressione e il suo esercizio libero e libertario “Je suis Umanità Nuova”. Potrebbe essere anche l’omaggio più bello per il sacrificio di “Charlie Hebdo” …

Sull'autore

Alessio Di Florio

Alessio Di Florio

Militante comunista libertario e attivista eco-pacifista, referente abruzzese dell’Associazione Antimafie Rita Atria, dell'Associazione Culturale Peppino Impastato e di PeaceLink, Telematica per la Pace. Collabora con Casablanca Storie dalle Città di frontiera, I Siciliani Giovani, Popoff Quotidiano, Libera Informazione, QcodeMagazine e altri siti web. Autore di articoli, dossier e approfondimenti sulle mafie in Abruzzo, a partire da mercato degli stupefacenti, ciclo dei rifiuti e "rotta adriatica" del clan dei Casalesi, ciclo del cemento, post terremoto a L'Aquila, e sui loro violenti tentativi di dominio territoriale da anni con attentati, intimidazioni, incendi, bombe con cui le mafie mandano messaggi e tentano di "marcare" la propria presenza in alcune zone, neofascismo, diritti civili, denunce ambientali tra cui tutela coste, speculazione edilizia, rischio industriale e direttive Seveso.