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Condanne d’appello per Resit, la discarica su cui indagò Roberto Mancini

Condanne d’appello per Resit, la discarica su cui indagò Roberto Mancini
giugno 28
17:12 2019

Resit, una discarica simbolo della “Terra dei Fuochi”. Roberto Mancini, le cui informative per tantissimi anni rimasero chiuse nei cassetti, si ammalò e morì per i veleni respirati durante le indagini. Condanne in appello per Cipriano Chianese ed altri.

Mille chilometri quadrati e cinquantasette comuni coinvolti. Questi i confini della Terra dei fuochi, teatro di un terribile crimine contro l’umanità perpetuo, che quotidianamente avvelena e uccide. Terre contaminate da discariche abusive di rifiuti di ogni tipo. Secondo una perizia di sette anni fa a nord di Napoli – tra Giugliano, Parete, Villaricca, Qualiano, Villa Literno – entro il 2064 il percolato prodotto da 341 mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, 160 mila e 500 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi, 305 mila tonnellate di rifiuti solidi urbani, precipiterà nella falda e avvelenerà decine di chilometri quadrati di terreno e tutto ciò che lo abiterà. La perizia fu redatta da un geologo – Giovanni Balestri – e depositata nel processo di primo grado per la discarica Resit. Dopo le contestazioni delle difese degli imputati, in sede di processo d’appello era stata nominata una nuova perizia ad altri. 84 pagine che hanno in sostanza confermato quanto scrisse Balestri e che “risulta accertato che la contaminazione è in atto ed è aumenta progressivamente nel tempo” in quanto “le acque meteoriche continuano ad infiltrarsi nel corpo della discarica generando un percolato che continua a compromettere la qualità delle acque di falda”.

Il 17 gennaio scorso la Corte d’Appello di Napoli ha emesso la sentenza di secondo grado: condannato a 18 anni Cipriano Chianese, gestore della discarica, condanne anche per Gaetano Cerci, assolti l’ex sub commissario per l’emergenza rifiuti campana a inizi anni Duemila Giulio Facchi e altri imprenditori.

IL PROCESSO E IL SISTEMA CRIMINALE

Il primo ad indagare, già negli Anni Novanta, sulla discarica Resit fu Roberto Mancini, il poliziotto spentosi il 30 aprile 2014 a 12 anni dalla diagnosi di linfoma non-Hodgkin contratto per il ripetuto contatto ravvicinato con i rifiuti tossici e radioattivi della Terra dei fuochi. Le sue indagini iniziarono nel 1996, confluendo in una dettagliatissima informativa alla Direzione Distrettuale Antimafia, e finite per anni chiuse in un cassetto finché non furono ritrovate dal giudice Alessandro Militia. Il magistrato, in collaborazione con Roberto Mancini stesso, riprese il fascicolo, continuò ad indagare e ricostruì la vicenda. Fino all’approdo nei tribunali. Dove, dopo la sentenza di primo grado emessa il 15 luglio 2016, si è giunti ora alla sentenza di appello. Un processo fondamentale nel ricostruire la storia criminale italiana: è la seconda sentenza (nel 2013 Francesco Bidognetti era stato condannato a 20 anni per inquinamento delle acque e disastro ambientale aggravato) che vede al centro lo sversamento di rifiuti da parte dei Casalesi nella Terra dei fuochi. La stampa che ha raccontato i processi e le sentenze per Resit hanno abbondantemente definito Cipriano Chianese Re o inventore delle ecomafie. In occasione della sentenza di primo grado il fotogiornalista Nicola Baldieri – co-autore de “Il volto di Gomorra”, premio “Giancarlo Siani” 2011 e International Siani Reportage Prize 2013 e che è stato anche consulente della III Commissione Speciale bonifiche, ecomafie e Terra dei fuochi della Regione Campania – dichiarò che la sentenza Resit “farà la storia, ma sicuramente non giustizia” definendola “una vera e propria beffa” che non ha fatto “piena luce sui veri responsabili dell’avvelenamento della nostra terra”. Ma Baldieri nell’intervista va oltre, focalizzando l’attenzione su uno dei punti meno illuminati e più importanti di tutto il sistema. “Chianese è solo la punta finale di un sistema molto più grande e ramificato. La camorra è entrata nell’affare rifiuti molto dopo rispetto all’imprenditoria criminale ed allo Stato”, dichiara il fotogiornalista, accusando la “commistione tra pezzi dello Stato, compresi servizi segreti, imprenditoria criminale e camorra”. Nei giorni precedenti quel verdetto questa commistione fu denunciata in un’intervista a Fanpage proprio dall’ex sub commissario Giulio Facchi, assolto ora in appello mentre in primo grado fu condannato a 5 anni e 6 mesi. Nell’intervista fu fatto espresso riferimento ad una “trattativa tra lo Stato e la camorra con la partecipazione dei servizi segreti per la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania”. “L’ex sub commissario di Antonio Bassolino fino al 2004 racconta di diversi incontri con gli 007 italiani per discutere di come gestire la drammatica emergenza rifiuti campana e la gestione degli impianti in gran parte nelle mani della camorra”, si legge nella descrizione del video dell’intervista. I giornalisti di Fanpage Gaia Bozza e Antonio Musella sottolinearono come le dichiarazioni di Facchi “trovano conferma in alcuni documenti della commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti. Il 12 luglio del 2011, l’allora capo dell’AISI – il servizio segreto interno – Giorgio Piccirillo fu ascoltato dalla commissione d’inchiesta guidata in quegli anni dall’onorevole Gaetano Pecorella. Piccirillo riferisce cosa avvenne tra il 2003 e il 2004, anni che riguardano il periodo preso in esame da Giulio Facchi alle nostre telecamere. Nel 2003 l’ex capo dei servizi Mario Mori – racconta Piccirillo – su richiesta del presidente della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti Paolo Russo, avviò un sistema di infiltrazione di agenti dei servizi segreti all’interno della struttura del commissariato straordinario all’emergenza rifiuti in Campania”. Secondo la ricostruzione fornita da Piccirillo dopo 3 anni di interruzione, ci fu una “una nuova attività di infiltrazione dei servizi segreti all’interno del commissariato straordinario” perché l’allora prefetto di Napoli Pansa “chiese il supporto di una penetrazione informativa per sostenere i processi decisionali del commissariato straordinario”. Nel 2008 Bassolino, allora presidente della Regione Campania, nominò assessore all’Ambiente Walter Ganapini. La registrazione di un colloquio privato tra Ganapini ed esponenti di “comitati civici ed associazioni ambientaliste”, tra cui WWF e Legambiente, finì tra i cabli di Wikileaks. Nell’incontro Ganapini fece riferimento anche a due atti intimidatori (lo speronamento in auto nel modenese e l’aggressione notturna di 4 persone “a bordo di due moto con il volto coperto da caschi integrali” in piazza del Gesù a Napoli), affermando “gli avvertimenti li ho ricevuti, diciamo, rispetto al fatto che ho visto qualcosa che non dovevo vedere”, e alla discarica di “Parco Saurino 3”, in provincia di Caserta, “che – raccontano i due cronisti di Fanpage – sarebbe stata capace di accogliere tutti i rifiuti dell’emergenza campana”. Ganapini, raccontò ancora nel colloquio riportato da Wikileaks, ha negoziato su quella discarica con “il comandante … il coordinatore dei servizi segreti” che gli ha disse “per due volte, urlando: si è esposta due volte la Presidenza della Repubblica”.

L’INFORMATIVA DI ROBERTO MANCINI E LE PRECEDENTI INCHIESTE

La vita e le inchieste di Roberto Mancini furono ricostruiti e documentati nel 2016 dal libro “Io morto per dovere”. Scritto dai giornalisti Nello Trocchia e Luca Ferrari con Monika Dobrowolska, la vedova di Roberto, e che ispirò una fiction rai con Beppe Fiorello. I due giornalisti denunciarono che “non sarebbe esistita una immonda e sconcia storia criminale e camorristica senza l’appoggio di importanti figure della borghesia affaristica” e che mancano “i nomi dei principali responsabili, dei complici, dei politici, degli infedeli servitori dello Stato, dei professionisti e degli imprenditori”. Chianese, scrissero su Repubblica nel 2015 Nello Trocchia e Luca Ferrari “è un uomo potentissimo, capace di cenare con ministri, interloquire con generali delle forze dell’ordine, favorire trasferimenti di agenti dei servizi, finanziare, grazie alla sua enorme disponibilità economica, perfino l’Arma dei Carabinieri. Lo racconta a processo tra gli sguardi sorpresi dei giudici popolari. Lo Stato si presentava nell’ufficio dell’avvocato con il cappello in mano: “Ogni tanto ho dato soldi in occasioni di feste dei Carabinieri, l’ultima volta 25mila euro. Qualche volta regalavo frigoriferi e televisori. Mi chiedevano anche di poter entrare nel mio studio per scrivere un verbale con la mia macchina da scrivere”. Interrogato in tribunale, colui che è considerato tra gli inventori dell’ecomafia in risposta alla domanda “ha mai cercato di essere nominato consulente del ministero dell’Ambiente?” ha sostenuto di non aver “mai cercato nessuno, sono sempre gli altri a cercarmi. Me l’hanno proposto nel 1994, nel 1995, nel 2000. Me l’hanno proposto sempre. Vari personaggi politici, funzionari del ministero dell’Ambiente”. Nello studio di Chianese furono trovate anche bozze non ufficiali di documenti della commissione parlamentare sulle attività connesse al ciclo dei rifiuti.

Nell’informativa consegnata alla Direzione distrettuale antimafia, Roberto Mancini fece riferimento all’inchiesta “Adelphi” del 1993. Per la cronaca, Cipriano Chianese nel processo sarà assolto senza che la Procura abbia fatto appello, mentre per altre figure centrali i reati contestati furono dichiarati prescritti in appello. In quell’inchiesta, per la prima volta, la Procura di Napoli cercò di ricostruire i contorni e le trame dello sversamento dei rifiuti in Campania. Le indagini posero l’attenzione sul connubio tra appartenenti a logge massoniche toscane, boss casalesi e imprenditori aversani. Le cronache riportano che il 4 febbraio 1991 un camionista si presentò ad una clinica di Castel Volturno accusando un vistoso calo della vista. Poco tempo dopo divenne cieco. Aveva trasportato un carico di rifiuti tossici. Partì da lì l’inchiesta. Le prime testimonianze del boss Nunzio Perrella rappresentarono una svolta. Perrella disse agli inquirenti che i clan grazie a tangenti e al controllo esercitato sui territori scaricarono illegalmente “rilevantissime quantità di rifiuti”. Il 17 novembre 2016, intervista da Nello Trocchia per la trasmissione televisiva Nemo, il pentito andò oltre definendo la camorra come “manovalanza della politica”.

Nel 2009 l’allora Commissario straordinario all’emergenza rifiuti della Campania, Alessandro Pansa, riportò alla Commissione parlamentare sulle attività illecite connese al ciclo dei rifiuti che “per costruire una discarica abusiva, occorre una connivenza totale con la criminalità organizzata, che è il fattore legante e organizzativo. Ci vuole il coinvolgimento delle aziende (che forniscono i prodotti, soprattutto quando si tratta di discariche abusive di prodotti tossici), quindi degli imprenditori, di un sistema di autotrasporti, dei proprietari del terreno, di coloro che a quel terreno hanno accesso e anche di coloro che ne hanno visione. Le discariche abusive, infatti, sono attività che funzionano non per pochi giorni, bensì per tempi abbastanza lunghi. È evidente, quindi, che la disattenzione è totale. Sorgono in zone non facilmente assistibili, in zone agricole dove la presenza dei controlli da parte delle forze dell’ordine è molto limitata, poiché, come si sa, queste ultime essenzialmente sono concentrate nei centri urbani. Il sistema dei trasporti, però, doveva essere controllato, giacché comunque si parla di quantitativi notevoli e volumi enormi, che circolano sul territorio nazionale e sulle strade principali. Questi rifiuti percorrono praticamente tutto il territorio nazionale, in quanto la maggior parte dei prodotti veniva dal nord, come moltissime inchieste hanno accertato. Durante il viaggio, questi prodotti, in effetti, cambiavano natura dal punto di vista della documentazione: il meccanismo è sempre stato questo”. Quest’ultimo è un meccanismo consolidato e documentato in molte inchieste non solo campane, che ha portato anche al cosiddetto giro di bolla. I rifiuti vengono fatti passare in un centro di stoccaggio nel quale vengono falsificate la bolla (così il centro ne diventa sulla carta il nuovo produttore, cancellando la vera origine del rifiuto) e la tipologia, declassificando il rifiuto da pericoloso a non pericoloso senza che ci sia stato alcun trattamento per diminuirne la tossicità. Nel 1998, ascoltato dalla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, così lo descrisse l’ex procuratore della Repubblica di Napoli, Agostino Cordova: “normalmente questi rifiuti vengono classificati, alla produzione, come rifiuti tossico-nocivi e affidati per lo smaltimento. Durante questo giro la qualificazione viene cambiata, e vengono classificati come rifiuti riutilizzabili. Quindi vanno a finire in vari posti, come cave quasi sempre abusive, sfruttate per l’estrazione della ghiaia e poi riempite di rifiuti; oppure, più semplicemente, vengono mescolati al terriccio ed interrati”.

In Campania, l’inchiesta che più di tutte ha cercato di documentare questo sistema fraudolento fu Cassiopea, condotta dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, nel 2003, e su cui calò il sipario nel 2011 – in un processo che vide 95 imputati – soprattutto per intervenute prescrizioni. Le indagini coinvolsero un traffico di decine di viaggi settimanali che hanno portato in Campania rifiuti pericolosi da diverse regioni del Nord. Si andava dalle polveri da abbattimento dei fumi delle industrie siderurgiche e metallurgiche, alle ceneri da combustione di olio minerale, lubrificanti delle macchine, scarti delle vernici, ceneri residue da combustione, solventi, e le acque proveniente da stabilimenti di industrie chimiche e acidi. Appena arrivati in Campania venivano interrati in cave e campi. Un sistema con gli stessi meccanismi del processo Resit, così come riportò Roberto Mancini nell’informativa. Si offrivano addirittura soluzioni ai comuni della provincia di Roma che avevano difficoltà a smaltire anche solo i rifiuti domestici. E si arrivò ai rifiuti industriali e ad altre regioni. Nella discarica Resit tra il 1987 e il 1991 sarebbero state smaltite almeno 30.600 tonnellate di rifiuti provenienti dalla bonifica dell’Acna di Cengio, un’azienda savonese di coloranti.

2016, LO STUDIO DELL’ISTITUTO DI SANITA’ SUI BAMBINI MORTI NELLA TERRA DEI FUOCHI

Tre anni fa, l’aggiornamento dello studio Sentieri dell’Istituto Superiore di Sanità evidenziò “eccessi nel numero di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori”, nelle province di Napoli e Caserta e “di tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nella fascia di età 0-14 anni” oltre ad “un’elevata prevalenza alla nascita di malformazioni congenite in aree caratterizzate anche dalla presenza di siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi”, sottolineando come “i bambini che vivono in condizioni sociali avverse presentano infatti esposizioni multiple e cumulative, sono più suscettibili ad una ampia varietà di sostanze tossiche ambientali e spesso non hanno accesso a un’assistenza sanitaria di qualità per ridurre gli effetti di fattori di rischio ambientali”. Ed è stato documentato come lo sversamento dei rifiuti da parte dei clan di camorra avviene ancora. Il 3 settembre 2017 Marilena Natale e Nicola Baldieri nelle campagne di Villa Literno si sono imbattuti in un imprenditore edile, cugino di Michele Zagaria, che stava ricoprendo una buca colma di rifiuti. Quasi un anno prima, il 14 settembre 2016, Antonio Musella di Fanpage e Vincenzo Tosti ad Afragola – dopo l’ennesimo rogo nella zona – si sono imbattuti tra i rifiuti in ricette mediche provenienti dalla provincia abruzzese di L’Aquila e dalle province siciliane di Enna e Messina. Sarebbero rifiuti speciali, destinati ad essere smaltiti da ditte specializzate scelte dopo gare d’appalto. Invece, erano illecitamente finiti ad Afragola. In Abruzzo si è tentato di chiarire la vicenda e di chiedere spiegazioni a chi di dovere. Anche se con la parola trasparenza le nostre istituzioni animano pomposi discorsi da decenni, quasi nulla si trovava nella sezione “Amministrazione trasparente” dei siti delle Asl abruzzesi. L’allora assessore regionale Silvio Paolucci (PD) dichiarò di aver attivato un servizio ispettivo e che appena “comunicati ulteriori sviluppi negli accertamenti, provvederemo a informare tutti i nostri concittadini, perché si tratta di un fatto grave, su cui va fatta piena chiarezza”. Sono passati ormai 2 anni e mezzo, è cambiato il governo nazionale, è cambiata la giunta regionale abruzzese, Paolucci è oggi consigliere di opposizione. Ma del servizio ispettivo e degli “accertamenti” non si ha più notizia alcuna.

Alessio Di Florio

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Sull'autore

Alessio Di Florio

Alessio Di Florio

Militante comunista libertario e attivista eco-pacifista, collaboratore di Adista e referente abruzzese dell’Associazione Antimafie Rita Atria e di PeaceLink, Telematica per la Pace. Collabora con Casablanca Storie dalle Città di frontiera, I Siciliani Giovani, Popoff Quotidiano, QcodeMagazine e altri siti web. Autore di articoli, dossier e approfondimenti sulle mafie in Abruzzo, a partire da mercato degli stupefacenti, ciclo dei rifiuti e "rotta adriatica" del clan dei Casalesi, ciclo del cemento, post terremoto a L'Aquila, e sui loro violenti tentativi di dominio territoriale da anni con attentati, intimidazioni, incendi, bombe con cui le mafie mandano messaggi e tentano di "marcare" la propria presenza in alcune zone, neofascismo, diritti civili, denunce ambientali tra cui tutela coste, speculazione edilizia, rischio industriale e direttive Seveso.